Esteri

Dalle Sette Sorelle a Hormuz: la fine dell'ordine universale americano

Per ottant'anni l'energia ha rappresentato il fondamento invisibile dell'egemonia americana. Oggi guerre, sanzioni e competizione strategica sembrano frammentare quel sistema globale, aprendo una nuova fase dominata da mercati regionali e nuovi equilibri geopolitici.

# 1. Dal dominio delle Sette Sorelle all'ordine energetico americano

Quando si parla di egemonia americana, si tende a pensare alla superiorità militare, al dollaro o alla NATO. Eppure, uno dei pilastri meno visibili della potenza statunitense è stato il controllo dell'ordine energetico mondiale.
Tra il 1945 e l'inizio degli anni Settanta, questo ordine si fondava sulle cosiddette *Sette Sorelle*, il cartello delle grandi compagnie petrolifere occidentali che, sotto l'ombrello strategico di Washington, controllavano produzione, raffinazione, trasporto e distribuzione del petrolio. La crisi del 1973 sembrò decretarne la fine, con l'ascesa dell'OPEC e la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere nei Paesi produttori. In realtà, cambiò il meccanismo, non il risultato.

Gli Stati Uniti cessarono di controllare direttamente i pozzi, ma continuarono a controllare il mercato. Il petrolio rimase quotato in dollari; le principali rotte marittime furono protette dalla marina americana; i mercati assicurativi e finanziari occidentali continuarono a garantire il funzionamento degli scambi; il Golfo Persico rimase inserito nel dispositivo strategico di Washington.
L'egemonia non consisteva più nel possesso delle risorse, bensì nella capacità di garantire che chiunque, alleato o rivale, potesse commerciare energia all'interno di un sistema regolato dagli Stati Uniti.

Era un bene pubblico globale, ma anche il principale strumento della loro leadership. Per quasi cinquant'anni questo modello ha resistito a guerre, rivoluzioni, crisi petrolifere e mutamenti tecnologici. Nemmeno l'emergere della Cina lo ha realmente incrinato: Pechino è cresciuta all'interno dell'ordine energetico costruito dagli Stati Uniti, beneficiando della sicurezza delle rotte marittime e della stabilità dei mercati internazionali.

# 2. Ucraina, Hormuz e la fine del mercato universale

L'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 ha rappresentato uno spartiacque. Le sanzioni occidentali hanno dimostrato che il mercato dell'energia poteva essere trasformato in un'arma geopolitica.

Dal punto di vista europeo e statunitense, si trattava della risposta necessaria a un'aggressione militare. Dal punto di vista di gran parte del Sud globale, invece, il messaggio era diverso: l'accesso al mercato mondiale poteva essere subordinato a decisioni politiche prese a Washington e Bruxelles.

La Russia ha quindi accelerato il proprio spostamento verso Asia e India; la Cina ha intensificato gli accordi energetici in valuta locale; numerosi produttori del Golfo hanno iniziato a diversificare le proprie relazioni strategiche senza rinunciare ai rapporti con gli Stati Uniti.

Parallelamente, la vulnerabilità dello Stretto di Hormuz e, più recentemente, del Mar Rosso ha evidenziato un'altra fragilità della globalizzazione energetica: la concentrazione dei flussi lungo pochi passaggi obbligati.
Un mercato mondiale funziona soltanto se esistono rotte globali sicure. Quando queste diventano instabili, la geografia torna a prevalere sull'economia.

Per questo motivo il criterio dominante non è più soltanto l'efficienza, ma la resilienza. Gli Stati cercano fornitori politicamente affidabili, infrastrutture ridondanti e approvvigionamenti geograficamente diversificati.
La logica del "just in time" lascia progressivamente spazio a quella della sicurezza strategica.

# 3. Dalla globalizzazione alla regionalizzazione dell'energia

Ciò che emerge non è un nuovo bipolarismo, bensì un sistema composto da grandi macroregioni energetiche. L'Europa rafforza i propri legami con Norvegia, Nord Africa, Mediterraneo orientale e GNL statunitense. Le Americhe dispongono di una crescente autosufficienza grazie alla produzione di Stati Uniti, Canada, Brasile e Guyana. La Cina costruisce una rete di approvvigionamenti che comprende Russia, Medio Oriente, Africa e America Latina, evitando accuratamente qualsiasi dipendenza esclusiva. L'India segue una strategia ancora più pragmatica, acquistando simultaneamente da Russia, Golfo Persico e Stati Uniti.

Anche i grandi esportatori, come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, perseguono una politica di equilibrio, mantenendo rapporti con Washington mentre rafforzano i legami economici con Pechino.

Questo scenario non implica la scomparsa del commercio globale degli idrocarburi. Petrolio e gas continueranno a essere scambiati su scala mondiale. Cambia però la logica del sistema: il mercato universale lascia progressivamente spazio a mercati preferenziali, costruiti intorno a considerazioni strategiche prima ancora che economiche.

La sicurezza dell'approvvigionamento diventa un elemento di politica estera, mentre la prossimità geografica riacquista un valore che sembrava superato dalla globalizzazione. La conseguenza più rilevante riguarda proprio gli Stati Uniti. Washington resta una superpotenza energetica grazie allo shale oil e allo shale gas, ma il suo ruolo cambia.

Se nel secondo dopoguerra garantiva il funzionamento dell'intero mercato mondiale, oggi rischia di diventare il principale attore di uno dei diversi mercati regionali in formazione.
È una differenza sottile ma fondamentale: una grande potenza può mantenere una straordinaria capacità produttiva senza essere più l'arbitro dell'intero sistema.

# Biden e Trump: due strategie, un medesimo esito?

Attribuire a Joe Biden o Donald Trump la responsabilità della 'catstrofica'  fine dell'ordine energetico americano sarebbe storicamente scorretto.
Le cause della trasformazione sono strutturali: l'ascesa della Cina, la rivoluzione dello shale statunitense, il ritorno della competizione tra grandi potenze e la crescente instabilità delle principali rotte marittime.

Tuttavia, è difficile ignorare come le due amministrazioni abbiano finito per accelerare la medesima dinamica, pur perseguendo obiettivi opposti.
Biden ha ricostruito il fronte occidentale, ma lo ha fatto attraverso un uso senza precedenti delle sanzioni economiche e dell'energia come leva geopolitica, infrangendo il sogno di un mercato globale, dimostrando che poteva essere selettivo e politicamente condizionato.
Se l'amministrazione Biden ha mostrato al mondo che il mercato globale dell'energia poteva cessare di essere neutrale, diventando uno strumento di pressione geopolitica, la successiva presidenza Trump ha ulteriormente eroso la prevedibilità dell'amicizia e dell'impegno americano. 

Il paradosso è evidente. Due presidenti con visioni radicalmente diverse hanno contribuito allo stesso risultato: incentivare Stati alleati, rivali e Paesi non allineati a ridurre la propria dipendenza da un sistema percepito come eccessivamente centrato sugli Stati Uniti.

Se questa tendenza dovesse consolidarsi, non assisteremmo semplicemente alla conclusione del ciclo aperto dalla crisi petrolifera del 1973-1974.

Potremmo trovarci di fronte alla fine di un ciclo storico molto più lungo: quello inaugurato tra il 1944 e il 1945, quando gli Stati Uniti costruirono un ordine internazionale fondato sulla libertà degli scambi, sulla sicurezza delle rotte marittime e sulla centralità del dollaro.

L'America continuerà verosimilmente a essere una superpotenza energetica. Ciò che potrebbe tramontare è qualcosa di più profondo: la sua capacità di definire, da sola, le regole del mercato mondiale dell'energia.

Questa è la vera cesura geopolitica del XXI secolo.
Il rischio maggiore - il vero rischio - consiste nel continuare a interpretarla con le categorie ideologiche del Novecento.
Mentre molti osservano ancora il mondo attraverso il prisma delle vecchie contrapposizioni sociali del Novecento, la politica si gioca ormai sulle catene del valore, sulle infrastrutture, sull'energia, sulle tecnologie e sul controllo delle reti.

Le ideologie che hanno travagliato il Novecento non sono scomparse, ma non sono più la grammatica fondamentale del potere, nè sono più la chiave esclusiva per interpretare la Realtà: siamo in un'altra Era.
Dall'era dell'abbondanza passiamo a quella della scarsità percepita.

Autore scienzenews
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