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Lampedusa, Leone XIV rilancia il Vangelo dell'accoglienza: «Non lasciamoci vincere dalla paura, chi passa oltre è corresponsabile»


LAMPEDUSA
– Dall'isola simbolo delle migrazioni nel Mediterraneo, Papa Leone XIV ha pronunciato una delle omelie più significative del suo pontificato, scegliendo come filo conduttore la parabola del Buon Samaritano per richiamare la coscienza dell'Europa, delle istituzioni e di ogni singolo credente davanti al dramma di chi attraversa il mare in cerca di salvezza. Durante la Santa Messa celebrata al Campo sportivo "Arena", in località Salina, in occasione della visita pastorale a Lampedusa, il Pontefice ha indicato senza ambiguità la compassione, la prossimità e l'accoglienza come il cuore del messaggio cristiano.

Leone XIV ha aperto la sua riflessione ricordando che «Dio ci ama sempre per primo» e che la bellezza del mare, dell'isola e dei suoi abitanti rappresenta il riflesso di questo amore gratuito. Un richiamo che si collega idealmente alla storica visita di Papa Francesco dell'8 luglio 2013, quando Lampedusa divenne il simbolo mondiale della tragedia dei migranti e dell'indifferenza.

Il Papa ha ricordato come il Mediterraneo sia stato nei secoli luogo di incontro fra popoli e culture, sottolineando che il Vangelo vive dove le persone si incontrano e si accolgono, mentre «diventa muto» quando prevalgono chiusura, isolamento e rifiuto dell'altro.

Il passaggio centrale dell'omelia è dedicato proprio alla rilettura della parabola del Buon Samaritano. Per Leone XIV, Lampedusa e Linosa rappresentano oggi la strada che da Gerusalemme conduce a Gerico: un luogo dove migliaia di uomini, donne e bambini sono stati derubati della propria dignità, vittime di trafficanti senza scrupoli, della povertà, della guerra e dell'ingiustizia. Molti sono sopravvissuti, altri sono stati inghiottiti dal mare.

Davanti a questa realtà, ha affermato il Pontefice, non esistono alibi ideologici. Prima di ogni valutazione politica o culturale viene l'incontro con una persona concreta che soffre. È proprio quell'incontro che interpella la coscienza umana e cristiana.

Leone XIV ha quindi rivolto un lungo ringraziamento alla popolazione di Lampedusa, ai volontari, alle associazioni del Forum Lampedusa Solidale, alla Guardia Costiera, ai sindaci che si sono succeduti negli anni, alle forze dell'ordine, ai medici, agli psicologi, agli educatori, ai religiosi e a tutti coloro che hanno scelto di trasformare la solidarietà in un impegno quotidiano. Un ringraziamento esteso anche agli stessi migranti, spesso protagonisti di gesti di aiuto reciproco durante il viaggio.

Uno dei passaggi più incisivi dell'omelia riguarda la responsabilità collettiva. Il Papa osserva che i morti nel Mediterraneo non sono soltanto vittime dei trafficanti, ma anche delle decisioni sbagliate e delle decisioni mai prese. Il disinteresse verso il bene comune, la corruzione nei Paesi d'origine, un sistema economico che produce esclusione, la paura che alimenta i pregiudizi e la lentezza delle istituzioni nel costruire politiche condivise finiscono per riprodurre l'atteggiamento del sacerdote e del levita della parabola evangelica: vedere e passare oltre.

Da qui il monito rivolto anche ai credenti. Leone XIV denuncia il rischio che l'appartenenza religiosa venga trasformata in un motivo di esclusione anziché diventare sorgente di fraternità. Il cristianesimo, ricorda, non può essere ridotto a un'identità da difendere contro qualcuno, perché Cristo ha abbattuto i muri di separazione e non esiste amore per Dio senza amore concreto verso il prossimo.

L'obiettivo indicato dal Pontefice è la costruzione della "civiltà dell'amore", espressione già cara a Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Una civiltà che nasce non dai grandi proclami, ma da una lunga serie di piccoli gesti quotidiani di fedeltà alla dignità della persona.

L'ultima parte dell'omelia assume anche una forte dimensione politica e sociale. Leone XIV invita l'Europa a sviluppare una strategia di lungo periodo capace di coniugare soccorso, accoglienza, protezione, integrazione e sviluppo dei Paesi di origine, affinché nessuno sia costretto ad abbandonare la propria terra. Una responsabilità che riguarda tanto le istituzioni quanto la società civile e la Chiesa.

Infine il Pontefice si è rivolto direttamente agli abitanti dell'isola, esortandoli a non costruire un muro invisibile fra il mare dei turisti e quello dei naufraghi. Al contrario, Lampedusa può diventare il luogo in cui anche chi arriva semplicemente per una vacanza riscopre il significato più autentico dell'umanità e della fraternità.


Cosa anche ci devono "anche" ricordare le parole di Papa Leone

L'omelia pronunciata da Papa Leone XIV a Lampedusa è una pietra che cade nello stagno della politica italiana. Non perché introduca concetti nuovi, ma perché ricorda una verità che molti, tra un rosario esibito davanti alle telecamere e un richiamo alle "radici cristiane dell'Europa", sembrano aver accuratamente rimosso: il cristianesimo non si misura dalle parole, ma dal modo in cui si tratta il più debole.

Ed è qui che il castello retorico costruito negli ultimi anni da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani mostra tutte le sue crepe. Da una parte ci si proclama difensori della civiltà cristiana, della famiglia, della tradizione e dell'identità religiosa; dall'altra si celebrano come grandi successi politici i centri per migranti in Albania, si promuovono accordi con Paesi terzi affinché si facciano carico di persone che l'Europa non vuole vedere, si esaltano deportazioni, respingimenti e una politica costruita esclusivamente sulla deterrenza.

Leone XIV parla del Buon Samaritano. Il governo risponde con la logica della frontiera. Il Papa invita a fermarsi davanti a chi soffre. La politica rivendica la necessità di tenerlo il più lontano possibile. Il Pontefice denuncia il rischio di "passare oltre". Il governo fascista di Giorgia Meloni trasforma quel passare oltre in un modello amministrativo da esportare nel resto d'Europa.

Il risultato è una contraddizione gigantesca. Non perché uno Stato non abbia il diritto di governare i flussi migratori – diritto che nessuno mette in discussione – ma perché chi pretende di parlare continuamente in nome delle radici cristiane dovrebbe almeno avere l'onestà intellettuale di confrontarsi con ciò che il Vangelo dice davvero. E il Vangelo, piaccia o no, non contiene un solo elogio dell'indifferenza, della paura elevata a programma politico o della persona ridotta a problema da spostare altrove.

Le politiche di esternalizzazione della gestione dei migranti vengono presentate come pragmatismo, mentre nella realtà sono una progressiva delega della responsabilità umanitaria a Stati terzi, pagati affinché l'Europa possa allontanare dai propri occhi una tragedia che continua a consumarsi nel Mediterraneo. È una scelta politica vomitevole che fa a pezzi le fondamenta su cui si è costruita l'Unione Europea, oltretutto impossibile conciliarla con il linguaggio evangelico richiamato dal Papa.

Leone XIV non pronuncia nomi. Non ne ha bisogno. Le sue parole arrivano come uno specchio davanti a una classe dirigente d'accatto, italiana e non, che ama rivestirsi di simboli religiosi quando sono utili al consenso, salvo poi archiviare il cuore del messaggio cristiano quando diventa scomodo. Lampedusa diventa così il luogo in cui cade la maschera della retorica identitaria.

Forse è proprio questo il motivo per cui quell'omelia pesa così tanto. Perché ricorda che il cristianesimo non è una bandiera da agitare nelle campagne elettorali, né un marchio identitario da opporre agli altri. È una chiamata alla responsabilità, alla misericordia e alla prossimità.

Autore Angelo Zanotti
Categoria Politica
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