Credevate davvero che sarebbero tornati con la croce uncinata?
Nel libro Le braci, di Sándor Márai, un filonazista dichiara: “Io sono un nazionalsocialista! Tu non puoi capire perché hai talento ma io, che non ne ho, ho bisogno del nazionalsocialismo... Finalmente, quest’epoca appartiene a noi, a noi uomini senza talento!”.
Nel 2018, Alessandro Barbero, uno dei tanti personaggi alla Corte dell’industria culturale, ha partorito la panzana secondo cui degli archeologi israeliani avrebbero “dimostrato che il grande Regno d’Israele non è mai esistito” (dove, quando, come e perché non importa), né esistevano “Gerusalemme o il Tempio di Salomone, ma vi erano solamente nomadi che vagavano nella steppa”. Fortunatamente, la storia d’Israele non ha certo bisogno di venir giustificata di fronte a costui, può esser sì approfondita ma non negata, e la dichiarazione dell’accademico è talmente strampalata che non è qui necessario argomentarvi sopra: chi non ha seguito la vicenda può riferirsi all’articolo di Samuele Rocca, L’antica Israele e il passo falso dello storico Barbero.
Nel 2019 fece invece capolino tra le cronache il caso di Emanuele Castrucci, ordinario di Filosofia del diritto a Siena, il quale ebbe a sostenere “posizioni con contenuti filo-nazisti” anche se, contrariamente al recente caso Nivarra dell’università di Palermo, venne risolutamente condannato dal Rettore e dal Senato Accademico, “richiamandosi alla radicata tradizione anti-fascista dell’Ateneo da sempre impegnato nella difesa dei valori democratici e nella lotta a qualsiasi forma di discriminazione”. In quella circostanza il Senato Accademico senese intraprese un’azione unanime presentando denuncia alla Procura. Il caso venne “risolto”, con buona pace di tutti, con il pensionamento anticipato dello squinternato docente.
Al coro delle farneticazioni dalla connotazione sempre uguale si aggiunge, nel 2025, l’ennesimo vincitore di concorso a cattedra, il palermitano Luca Nivarra il quale, in un indegno post online, ha cantilenato nel coro dell’antisemitismo resurgens invitando a negare “l’amicizia su FB ai vostri ‘amici’ ebrei, anche a quelli ‘buoni’…”. Sono poche righe mal scritte quanto la successiva ritrattazione, ma terrificanti per il sottobosco che lasciano intravvedere.
Tali accadimenti dovrebbero esser fonte di turbamento per un Paese civile e, invece, la gravità della situazione, di cui questi succinti esempi sono sintomi, non sembra sia presente all’attenzione pubblica. Per converso, il Consiglio Nazionale Forense invita relatori che non sfigurerebbero in un numero d’avanspettacolo in qualche birreria di Monaco negli anni ’20 e le televisioni sono ingolfate da comparse le quali, sovente in un italiano malfermo, citano i comunicati di Hamas come se fossero fonti attendibili. Pure i comici e gli attori italiani immaginano d’esser diventati eccellentissimi maîtres à penser, discettando su vicende internazionali come se fossero il loro pane quotidiano ed invitando al boicottaggio di loro colleghi - si fa per dire - dal festival di Venezia. Insomma, al tempo stesso una bolgia ed un caravanserraglio in cui si fa a gara a chi strepita di più, lasciando trionfare settarismi impermeabili ai fatti, alla razionalità elementare ed alla storia. Non è certo segno di un clima culturale serio ed equilibrato quando un docente universitario ripete, online o sul podio, le stesse volgarità blaterate da una ristoratrice partenopea contro dei turisti israeliani o le illazioni affisse da un taverniere di Roma – con tutto il rispetto per la categoria dei ristoratori e per il loro lavoro.
È ben noto come le ferite più pericolose, sono quelle che non si vedono: un’emorragia interna è mille volte più infida di una lesione esterna, un cancro nelle viscere esponenzialmente più letale di un tumoretto cutaneo. La lettera rubata, un racconto breve del 1844, narra di una missiva celata in bella mostra ed è uno dei testi di Edgar Allan Poe più studiati e commentati, forse perché è anche un documento rivelatorio sulla modernità. La perdita dell’evidenza è, infatti, uno dei tratti caratteristici di quest’epoca ed è inutile continuare a ribadire che non vi è alcun genocidio a Gaza, che la popolazione non viene affamata, che la responsabilità del conflitto ricade, com’è da sempre, sulle spalle degli aggressori, etc. Non serve perché la modernità acceca le menti ed assorda le anime. Non è, però, che non vi siano studiosi i quali ben intendono le dinamiche e le forze della storia, è che questi ormai non sono più chiamati ad interloquire con un’epoca la quale si lascia troppo facilmente trascinare dalle potenze irrazionali del nostro tempo come titolò lo psicanalista Franz Alexander, figlio del filosofo Bernhard, in uno Studio sull’inconscio in politica apparso, significativamente, nel 1946. L’antropologo Ralph Linton, colui il quale ha anche introdotto la distinzione tra status e ruolo, parlava, ad esempio, di un substrato culturale della personalità. Da quale “substrato” provengono le scombiccherate esternazioni di questi soggetti i quali sono pronti e capaci a negare qualsivoglia evidenza o ad incitare qualsiasi odio, purché si tratti di dare addosso all’ebreo? Una domanda essenziale e fondamentale.
Al posto della ponderazione si ripetono ormai paroline d’ordine sempre uguali, siano queste “apartheid”, “genocidio”, “bombardamento di ospedali”, ed altre nefandezze facilmente confutabili già con il solo esercizio di un buonsenso elementare, ma a quelli che si fanno latori delle narrative dell’odio basta solo ripetere. Tutto qui. Con tale artifizio costoro consolidano narrative ad uso e consumo del momento. In questo modo s’impongono paradigmi anti-intellettuali e, paradossalmente, questi hanno trovato, come si vede ovunque, alloggio fisso nelle scuole e nelle università – la Canary Mission, in America, mantiene un elenco aggiornato con centinaia di docenti universitari (per contestualizzare, negli Stati Uniti vi sono oltre un milione e mezzo di docenti universitari a vario titolo) i quali non hanno alcun timore a recitare i loro mantra dell’odio in classe o in sedi pubbliche. Non è però un caso che siano proprio la scuola e le università i luoghi maggiormente vulnerabili a queste arcaiche tecniche di manipolazione, poiché in tali sedi la ripetizione viene ormai imposta come la norma dell’apprendimento. In un contesto in cui l’insegnante o lo studente migliore è colui o colei che ripete meglio quello che c’è nei manuali, si crea un’innaturale simmetria tra docente e discente in cui entrambi diventano ripetitori di parole apprese a memoria e s’impone un sistema di trasmissione della ripetizione che tutt’al più equivale ad un settarismo e non ad una realtà di studio in cui possa attecchire il dibattito libero ed autonomo tra posizioni intellettuali diverse e sensate. Nel momento in cui si tiene presente questa situazione scandalosa, s’intendono meglio le ragioni dietro al continuo ripetere di slogan e propaganda di Hamas da parte di studenti e docenti, senza che vi sia alcuno spirito critico o dibattito serio e fattuale in merito. Basta ripetere. Gli esempi ricordati di Barbero, Castrucci o Nivarra sono alcuni casi limite sotto i quali covano ben altri fuochi sotto le braci. Tutte le forze anti-civilizzatrici odiano gli ebrei ed Hans Jonas ha dolorosamente commentato: “proprio gli innocenti ed i giusti sono chiamati a sopportare lo scandalo del male.”
Tutto questo non è nuovo. Max Weinrich scrisse, nel 1946, un libro essenziale tradotto in italiano con: I professori di Hitler. Il ruolo dell’Università nei crimini contro gli ebrei. Dov’è mai stata l’autocritica dai crimini descritti con dovizia da Weinrich nel 1946? Moltissimi tra coloro i quali si erano posti apertamente dalla parte del regime nazista, macchiandosi di delazioni e discorsi di rettorato, oppure avevano lavorato attivamente alla formalizzazione giuridica del III Reich, dopo sbrigativi processi e qualche anno di sospensione dall’insegnamento imposta dagli Alleati, tornarono in cattedra o in alti dicasteri. Uno tra tutti il caso spettacolare di Hans Globke il quale, dopo aver partecipato alla redazione delle Leggi di Norimberga, divenne capo di Gabinetto sotto Adenauer. Questo ha lasciato tracce tanto in Germania quanto in Italia (come dimenticare la “riappacificazione nazionale” promossa da Palmiro Togliatti e culminata nel Decreto di amnistia del 1946?), intorbidito le acque e corrotto anche la natura dell’insegnamento che non dovrebbe mai, per il rispetto sacrale dovuto alle giovani menti, esser orientato dall’ideologia o da interessi particolari. Quando ogni arbitrio e velleità diventano possibili, come nel momento in cui uno “storico” dichiara che l’Israele antico non esisteva, in realtà quella che viene scacciata da queste piazze è solo la razionalità. Dopotutto il termine stesso di “accademia” proviene da un colle su cui si praticava l’amore disinteressato per il sapere. Difficile associare questa passione per la conoscenza con il desolante panorama corrente.
Nelle accademie ormai si vende, svende e compra di tutto, come Sallustio definiva la decadenza di Roma: “in quella città tutto – potere compreso – si compra e si vende.” Lo scandalo delle università private americane, inondate da quattrini qatarioti, è lì davanti agli occhi di tutti ma, anche in questo caso, si preferisce non vedere. Negli ultimi mesi l’United States House Committee on Education ha condotto delle audizioni pubbliche interrogando i rettori delle principali università statunitensi, da Harvard a Berkeley, portando alla luce uno sconcertante tessuto di corruzione e decadenza morale ed intellettuale in cui prolifera la malerba dell’odio antisemita e del più crasso irrazionalismo. I verbali ed i filmati di queste audizioni sono liberamente disponibili, ma né gran parte dei media o dei cittadini se ne servono per ascoltare, dalla viva voce, lo squallore cui le loro istituzioni “di eccellenza” (come tanto amano dire in Italia) sono state condotte.
Il rapporto del Network Contagion Research Institute, reso pubblico nel 2022, non solo ha dimostrato come il Qatar sia diventato il più corposo donatore straniero per le più grandi università americane ma rivelato, al tempo stesso, come alcune tra queste istituzioni non abbiano, com’è d’obbligo, reso pubbliche tali donazioni.
Chiaramente passare dagli Stati Uniti all’Italia è un salto arduo, ma tutto questo appare normale? Nessuno interviene, non vi è alcuno scandalo, nessun dibattito, niente articoli sulle prodigiose gazzette, nessuna levata di scudi e questi soggetti possono continuare a diffondere, tranquillamente, ogni fanfaluca e fantasticheria dell’odio? Dove sono gli ispettori del Ministero di fronte alle esternazioni di un Barbero o Nivarra? Anche loro ugualmente ignoranti o impotenti di fronte alla montante marea dell’assurdo? Che su questo sconcio manchi il discorso pubblico è, in sé, prova dell’assenza di un serio dibattito intellettuale nel Paese stravolto da quegli stessi cantanti e soubrette che adesso si erigono a pensatori politici ed autorità morali. Gli italiani non sentono la mancanza di un discorso autenticamente culturale perché schiacciati dalla necessità o dal trastullo (vedi il saggio di Neil Postman, Divertirsi da morire), oppure impegnati nelle finzioni della pseudocultura borghese e della politica che mettono in scena un teatrino di compari sorridenti in accordo su tutte le questioni importanti ed in disaccordo solo su quelle politicamente irrilevanti. Di fronte a tanto squallore mancano la preoccupazione, l’indignazione e la reazione che dovrebbero provenire da una società autenticamente civile. I cittadini si lasciano imbambolare dalla cattiva maestra televisione, prestando fede a gazzettieri che ripetono la vile propaganda di Hamas, oppure a certi accademuncoli - i “professorini” li chiamava la Fallaci - i quali narrano le assurdità più inconcepibili, fingendo una serietà che non posseggono in nessun universo possibile. Il Belpaese è in un grave stato di sbando intellettuale, e sono sempre meno coloro i quali ne sono consapevoli, proprio perché l’industria culturale sottrae gli strumenti concettuali per giungere a questa realizzazione. Per questo dichiarazioni così iperboliche e paradossali come quelle ricordate passano per discorsi “culturali” mentre sono, alla meno peggio, bieco revisionismo storico asservito all’odio e, ancora una volta, ad ideologie deliranti. Bisognerebbe esser preoccupati da tutto questo ma non vi è, al momento, un dibattito o un tessuto autenticamente culturale che possano veicolare quest’apprensione e la profondità dello scandalo che tali eventi rappresentano nonostante questi siano, come la lettera di Poe, in bella mostra davanti agli occhi di tutti. Che tipo di generazioni future verranno “formate” o, per meglio dire, “sformate”, da queste narrazioni deliranti? Si arriverà al punto in cui tutto diverrà solo questione di ideologia ed i fatti verranno soggiogati, ancora una volta, di fronte a tracotanza e violenza? Finché tutto questo paga, nessuno si preoccupa? Quanto manca prima che persino la società tecnologica collassi sotto il peso di tanta disinformazione, ignoranza e travisamento della realtà? Domanda legittima quanto inascoltata. Il quesito possibile riguardo a certi accademici è allora: fanno parte della brigata dei fessi, di quelli che credono e sostengono qualunque corbelleria, o stanno dal lato degli imbroglioni? Oppure si tratta ancora di un arcaico oscurantismo travestito con i panni nuovi dell’imperatore? Forse, a questo punto, se Witold Gombrowicz fosse ancora tra noi a contemplare questo scempio, si chiederebbe: “come ha fatto, questa cantina odorante di muffa, ad insediarsi nel nostro spirito?”