Amarcord: Corrado Orrico
"C’è sempre stato uno schieramento ostile alla mia persona. Ma mi sembra giusto perché io vengo da quel lembo di Toscana di frontiera dove la gente preferisce giocarsi tutto anzichè l’orgoglio e la dignità.
Mi vanto di essere l’unico tecnico italiano ad aver conquistato due coppe Italia di serie C con Lucchese e Carrarese. Questo perché non ho mai rinunciato a nessun obiettivo. Gli alibi li lascio agli altri. Ho imparato ad allenare alla Sarzanese. Io mi rifaccio alla Honved degli anni Cinquanta: zona, fuorigioco, nessun punto di riferimento in attacco. Vent’anni passarono per vedere cose simili in Italia. La zona qui l’hanno portata Amaral nella Juve, Liedholm e Marchioro. Io ho portato la gabbia”.
Ebbe l’ispirazione su una spiaggia livornese: “I bambini giocavano in una gabbia metallica per non disturbare i bagnanti”. La usava quella Carrarese primi anni Ottanta, sbirciata anche da Sacchi . Si stabilirono a due passi da Carrara.
Precisamente a Luni, un paesino. Il primo giorno il centro di allenamento è esattamente così: un campo spelacchiato con un palo della luce in mezzo. Ed è un passaggio di fili elettrici , non un lampione. E un laghetto immerso nell’erba alta . Tutto chiuso da una rete e da un cancello . Poi uno spogliatoio e basta. Dopo un mese , lui aveva costruito un centro di allenamento a sua immagine e somiglianza. Campo di calcio, uno di basket e un altro di calcio-tennis: per provare schemi e pressing, anche con la pallacanestro.
Poi la sua gabbia: il campo di gioco ridotto a meno di 50 per 20, completamente chiuso da un muro e sopra da una rete : “Coi tifosi ci mettemmo di buzzo buono e costruimmo la gabbia . Da soli e coi tubi di ferro. La mia zona era tra le più pulite in circolazione e non somigliava a quella di Sacchi. Io puntavo sulle due ali che il calcio italiano ha abiurato per il doppio attaccante centrale all’inglese".
Quella meravigliosa Carrarese se la giocava con chiunque: pressing, fuorigioco, sovrapposizioni. In porta Aliboni (che il mister aveva costretto a perdere peso), Panizza e Bobbiesi centrali, Paolo Rossi terzino destro, Lele Savino e Marco Taffi spingevano sulle fasce, Remondina e Menconi a fare diga in mezzo. Li attaccavano alti . Come punte si ruotava con Chicco Lombardi, Bressani e Del Nero. Ma spesso giocava dall’inizio Di Carlo, senza punti di riferimento anche lui.
" La zona richiede più attenzione e disponibilità. Era tanto osteggiata perché in Italia il calcio è come la politica: i gestori del potere sono sempre gli stessi. Certa gente con le proprie convinzioni e la forza della propria influenza ha impedito lo sviluppo del calcio. Abbiamo perso tempo. E’ come se per trent’anni gli Stati Uniti avessero lo stesso presidente. All'Inter ho fallito . A un certo punto non riuscivo più a trasmettere le mie idee, la mia forza, i miei insegnamenti.
Anche se c’erano colpe di altri, dovevo fare i conti con le mie. Era un circolo vizioso e un capo deve assumersi le sue responsabilità. Ho deciso di andarmene quando ho capito che rischiavo di cambiare come uomo e non come allenatore. Io non baratto l’onestà e la lealtà con niente, tantomeno con la gloria e i soldi. Ho mollato altre volte, ma non mi sono mai pentito, tranne a Brescia. Non credo di aver fatto né cose buone, né cattive. Solo giuste. E non chiedetemi se sono deluso dagli altri".
Buon compleanno al mister Corrado Orrico