Il braccio di ferro tra Teheran e Washington entra in una nuova fase di escalation verbale e simbolica, con un rischio sempre più esplicito: la trasformazione di una crisi bilaterale in un conflitto regionale. Domenica, la leadership iraniana ha avvertito che un eventuale attacco americano porterebbe a un conflitto esteso a tutto il Medio Oriente, mentre il fronte interno iraniano resta segnato dalla repressione delle proteste di gennaio e dal duro scontro di narrazioni sui numeri delle vittime.

Da parte americana, l'amministrazione Trump ha aumentato la pressione militare e politica: secondo quanto riportato, gli Stati Uniti hanno rafforzato la propria presenza navale nella regione, mentre il presidente ha ripetutamente minacciato un intervento se Teheran non dovesse accettare un accordo sul nucleare o non cessasse – è la posizione della Casa Bianca – l' "uccisione dei manifestanti".

Il messaggio che arriva da Teheran è duplice: deterrenza e disponibilità negoziale, almeno a determinate condizioni. La Guida Suprema Ali Khamenei, citata dai media di Stato, ha ridimensionato l'effetto delle minacce: "Il popolo iraniano non si farà spaventare". E ha aggiunto la formula che, da anni, accompagna la postura strategica della Repubblica islamica: "Non vogliamo attaccare nessuno, ma colpiremo duramente chi ci attacca o ci molesta".

Nello stesso quadro si inserisce la smentita arrivata da un funzionario iraniano su una notizia rilanciata dalla televisione statale Press TV: nessun piano – viene detto – per esercitazioni navali a fuoco vivo nello Stretto di Hormuz. La correzione segnala un tentativo di evitare mosse che possano essere lette come pretesti o acceleratori della crisi, mentre la tensione resta alta.

Sul piano politico-diplomatico, Teheran ha alzato ulteriormente il tiro contro l'Unione europea: il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf ha annunciato l'intenzione di designare gli eserciti dei Paesi Ue come "gruppi terroristici", in ritorsione rispetto alle sanzioni inflitte al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Qalibaf ha anche evocato la possibilità di discutere l'espulsione degli addetti militari europei. In aula, i parlamentari hanno indossato uniformi del corpo d'élite in segno di sostegno e hanno scandito slogan contro Stati Uniti ed Europa.

Sul fronte interno, le proteste nate per difficoltà economiche e poi trasformatesi nella più dura sfida politica al sistema dal 1979 vengono descritte come "rientrate" dopo la repressione. Ma i numeri restano oggetto di forte contesa: le cifre ufficiali parlano di 3.117 morti, mentre l'organizzazione con base negli Stati Uniti HRANA sostiene di aver verificato 6.713 decessi. La stessa ricostruzione indica che non è stato possibile verificare in modo indipendente quei dati.

Eppure, nel mezzo della tempesta, entrambe le parti lasciano filtrare segnali di possibile ripresa del dialogo, con i Paesi dell'area – Turchia in testa – impegnati a favorire la de-escalation. Da Washington, Trump ha detto ai giornalisti che l'Iran starebbe "parlando seriamente" con gli Stati Uniti e si è detto favorevole a un accordo "soddisfacente" che assicuri uno stop alle armi nucleari.

Da Teheran, la linea è: negoziati sì, ma "equi" e senza toccare ciò che l'Iran definisce capacità difensive. Il dirigente della sicurezza nazionale Ali Larijani ha scritto sui social che i preparativi per i negoziati sarebbero in corso.

Nelle lunghe dichiarazioni riportate dai media iraniani, il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi insiste su un punto: "Niente armi nucleari" è un obiettivo condivisibile e raggiungibile "anche nel breve periodo", a patto che l'accordo preveda la rimozione delle sanzioni. Araghchi lega però la credibilità del negoziato a una premessa politica: l'Iran sostiene di aver perso fiducia negli Stati Uniti dopo l'uscita dall'accordo del 2015 e dopo attacchi subiti mentre – afferma – erano in corso contatti negoziali.

Il ministro descrive inoltre un canale mediato ("messaggi" trasmessi da Paesi amici della regione), minimizzando l'importanza della forma – diretto o indiretto – rispetto alla sostanza. E definisce "catastrofica per tutti" l'ipotesi di una guerra, che coinvolgerebbe inevitabilmente gran parte della regione per via della diffusione delle basi americane.