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Un anno dal Rapporto Draghi: l'Europa tra innovazione, transizione verde e autonomia strategica

A un anno dalla pubblicazione del Rapporto Draghi, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha tracciato un bilancio dei progressi compiuti e delle sfide ancora aperte.

Il documento di Mario Draghi aveva indicato tre pilastri fondamentali per rilanciare la competitività europea: colmare il divario di innovazione con Stati Uniti e Cina, integrare decarbonizzazione e crescita industriale, e ridurre le dipendenze strategiche dall'estero.


Innovazione e Intelligenza Artificiale

L'Europa ha rafforzato la sua posizione nella corsa tecnologica globale grazie a investimenti massicci nella potenza di calcolo: oggi quattro supercomputer europei figurano nella top 10 mondiale. Parallelamente, cresce l'adozione dell'intelligenza artificiale nelle imprese, con storie di successo come la svedese Lovable o la francese Mistral. La Commissione ha lanciato le prime "Gigafactory per l'IA", con un boom di investimenti privati che ha superato di dieci volte le attese iniziali. Per sostenere questa traiettoria, il nuovo Fondo per la competitività avrà una dotazione proposta di oltre 400 miliardi di euro, puntando su ricerca, digitale e tecnologie pulite. Restano però nodi irrisolti: un mercato unico ancora incompleto e barriere interne che frenano la crescita delle start-up.


Decarbonizzazione e competitività industriale

Sul fronte energetico, l'UE ha ridotto la dipendenza dai fossili e tagliato la bolletta energetica grazie alle rinnovabili e al nucleare, che oggi coprono oltre il 70% dell'elettricità. Gli investimenti nell'eolico hanno toccato livelli record, mentre nuove reti e interconnettori mirano a eliminare i colli di bottiglia infrastrutturali. Parallelamente, la Commissione promuove settori chiave della transizione come batterie, turbine eoliche ed auto elettriche, con strumenti dedicati come il "Battery Booster". L'obiettivo è trasformare la decarbonizzazione in una leva di crescita industriale, senza cedere quote di mercato ai concorrenti globali.

Autonomia strategica e riduzione delle dipendenze

Il terzo pilastro riguarda la sicurezza economica. L'UE punta a diversificare le forniture con nuovi accordi commerciali (Mercosur, Messico, Svizzera, India) e progetti mirati su materie prime critiche in Canada, Kazakistan e Africa. Allo stesso tempo, in Europa sono stati selezionati 47 progetti strategici nel quadro del Critical Raw Materials Act, con un focus sul riciclo e sull'economia circolare per ridurre le vulnerabilità. Anche la difesa rientra in questa strategia: con il programma Readiness 2030, Bruxelles punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro, inclusi 150 miliardi già destinati agli appalti congiunti attraverso lo strumento SAFE.


Un'agenda di urgenza


Von der Leyen ha rivendicato i progressi fatti con pacchetti di semplificazione e riforme del mercato unico, ma insiste sulla necessità di rapidità nell'attuazione. "Il solito andazzo non funziona più", è il messaggio finale: cittadini e imprese si aspettano decisioni concrete e risultati tangibili. L'Europa ha già dimostrato di saper muovere le montagne quando agisce con ambizione, unità e urgenza.

Questi, invece, alcuni passaggi dell'intervento di Mario Draghi:

"A un anno di distanza, l'Europa si trova in una situazione più difficile. Il nostro modello di crescita sta svanendo. Le vulnerabilità stanno aumentando. E non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno. Ci è stato dolorosamente ricordato che l'inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma anche la nostra stessa sovranità". Lo ha detto Mario Draghi alla conferenza di alto livello 'A un anno dal rapporto Draghi', con Ursula von der Leyen.

"I cittadini e le aziende europee apprezzano la diagnosi, le priorità chiare e i piani d'azione. Ma esprimono anche una crescente frustrazione. Sono delusi dalla lentezza dell'Ue. Ci vedono incapaci di tenere il passo con la velocità del cambiamento altrove. Sono pronti ad agire, ma temono che i governi non abbiano compreso la gravità del momento", ha aggiunto  Draghi alla conferenza a Bruxelles sul primo anno del suo report sulla competitività. "Troppo spesso si trovano scuse per questa lentezza" e "questo è compiacimento", ha sottolineato, esortando a "nuova velocità" e risultati "nel giro di mesi, non di anni". 

"Gli Stati Uniti hanno imposto le tariffe più elevate dall'era Smoot-Hawley. La Cina è diventata un concorrente ancora più forte. Abbiamo anche visto come la capacità di risposta dell'Europa sia limitata dalle sue dipendenze, anche se il nostro peso economico è considerevole. La dipendenza dagli Stati Uniti per la difesa è stata citata come uno dei motivi per cui abbiamo dovuto accettare un accordo commerciale in gran parte alle condizioni americane", ha detto Draghi.

Secondo l'ex presidente del Consiglio, "il debito pubblico dell'Ue è destinato a crescere di 10 punti percentuali nel prossimo decennio, raggiungendo il 93% del Pil, con ipotesi di crescita più ottimistiche della realtà odierna. A un anno di distanza, l'Europa si trova quindi in una situazione più difficile. Il nostro modello di crescita sta svanendo. Le vulnerabilità stanno aumentando e non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti che ci servono", ha sottolineato.

"In alcuni settori, come quello automobilistico, gli obiettivi" posti dall'Ue "si basano su presupposti che non sono più validi. … La scadenza del 2035 per le emissioni zero allo scarico era stata concepita per innescare un circolo virtuoso - ha sottolineato -: obiettivi chiari avrebbero spinto gli investimenti nelle infrastrutture di ricarica, fatto crescere il mercato interno, stimolato l'innovazione e reso i modelli elettrici più economici. Si prevedeva che batterie, microchip si sviluppassero parallelamente. Ma ciò non è avvenuto".

"E' necessario considerare un debito comune per progetti comuni - sia a livello Ue, sia tra una coalizione di Stati membri - per amplificare i benefici del coordinamento. L'emissione congiunta non amplierebbe magicamente lo spazio fiscale. Ma permetterebbe all'Europa di finanziare progetti più grandi in settori che aumentano la produttività - innovazioni, tecnologie su larga scala, ricerca e sviluppo per la difesa o energia - dove la spesa nazionale non è più sufficiente".

A Bruxelles si festeggia il compleanno del Rapporto Draghi come se fosse una favola di Natale. Von der Leyen racconta di supercomputer scintillanti, "Gigafactory dell’IA" e miliardi pronti a piovere dal cielo, ma intanto le aziende continuano a inciampare nelle stesse burocrazie, a pagare energia più cara del resto del pianeta e a guardare al mercato unico come a una promessa mai mantenuta.

La Commissione si esalta perché abbiamo quattro supercomputer nella top ten mondiale: fantastico, peccato che la Cina nel frattempo controlli quasi tutte le materie prime critiche senza le quali i supercomputer restano soprammobili di lusso. Il "Battery Booster"? Una parola da spot pubblicitario che non ricarica né l’autonomia delle auto elettriche né la pazienza degli imprenditori europei.

Poi arriva Draghi, e la festa finisce: crescita svanita, debito in salita, obiettivi climatici costruiti su castelli di sabbia e governi che trovano sempre nuove scuse per non decidere nulla. Gli Stati Uniti e la Cina corrono, noi siamo qui a stappare lo spumante per aver accorciato i tempi di autorizzazione dell’eolico.

Il messaggio è chiaro: mentre a Bruxelles si producono acronimi e slogan come in una catena di montaggio, la competitività europea resta inchiodata. Se non si passa dalle slide ai fatti, l’unica "missione compiuta" sarà quella di trasformare l’Europa da potenza economica a esempio di ciò che avrebbe potuto essere e non lo è stato.

Autore Carlo Airoldi
Categoria Politica
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