In occasione del Congresso Internazionale del Fegato (EASL) tenutosi a Milano, il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha rivolto alle Regioni un richiamo esplicito e senza mezzi termini: l’Italia deve accelerare l’attuazione dei programmi di screening per l’epatite C (HCV), pena lo scivolamento lontano dagli obiettivi di salute pubblica che il Paese si è impegnato a raggiungere.
Non si è trattato di un richiamo generico, bensì di una denuncia implicita di fallimenti e ritardi concreti nella gestione di un programma di sanità pubblica che, su carta, aveva risorse e strumenti già disponibili da anni.
Il richiamo verso Regioni e aziende sanitarie ha toccato aspetti più profondi della governance sanitaria. Inserito in un ampio quadro di monitoraggio dei servizi, esso esprime la necessità di una maggiore efficienza nell’uso delle risorse statali assegnate alle Regioni, in un momento in cui la sostenibilità della spesa pubblica e la qualità dell’assistenza sono al centro del dibattito pubblico.
Non un atto simbolico, ma una richiesta esplicita di efficienza, trasparenza e responsabilità. La salute pubblica non può aspettare i tempi politici, né restare vittima di discontinuità organizzative.
In questo senso, il richiamo ai direttori generali delle aziende sanitarie e ai governatori regionali non è un puro richiamo formale, ma una sollecitazione a intraprendere un percorso di responsabilizzazione e di trasparenza gestionale. La diagnosi precoce e la prevenzione sono leve fondamentali per ridurre mortalità, complicanze e costi di lungo periodo.
Le Regioni sono infatti titolari dell’organizzazione dei servizi sanitari sul proprio territorio, e quanto più riescono a utilizzare bene i mezzi a disposizione tanto più si riducono le disuguaglianze di accesso alle cure tra Nord e Sud, città e aree interne, centri di eccellenza e zone più periferiche.
Un altro elemento oggetto della critica del Ministro riguarda le disparità territoriali nell’erogazione dei servizi. Mentre alcune Regioni hanno sviluppato modelli organizzativi virtuosi (censimento attivo di popolazione target, call‑center dedicati, campagne di screening integrate con i medici di base), molte altre sono ancora ferme a sistemi ad adesione volontaria e non integrati.
Le differenze sono tali che cittadini con lo stesso rischio biologico vivono realtà completamente diverse solo in base alla Regione di residenza — una contraddizione grave rispetto a principi costituzionali di uguaglianza nell’accesso alle cure.
E, come ha evidenziato il Ministro, il problema non è la mancanza di fondi o strumenti, ma l’incapacità di alcuni sistemi sanitari regionali di trasformare risorse disponibili in risultati sanitari concreti per la popolazione.

