Donald Trump ha costruito la sua campagna elettorale del 2024 sullo slogan “America First”, promettendo di lasciare agli altri la gestione dei conflitti globali. Ma i primi 200 giorni del suo secondo mandato raccontano una storia diversa: Trump si vanta di essere il grande mediatore mondiale, pronto a firmare accordi di pace… purché ci sia da guadagnare qualcosa per gli Stati Uniti o, più probabilmente, per il suo ego.

Fonti anonime della Casa Bianca descrivono un presidente affascinato dal ruolo di “kingmaker” per i piccoli paesi, convinto che la sua semplice presenza possa risolvere guerre secolari. Peccato che molti di questi successi siano, nella realtà, molto più simbolici che concreti. L’ultimo esempio è l’accordo tra Armenia e Azerbaigian, che Trump ha trasformato in una vetrina mediatica, senza che siano chiare le reali condizioni di pace sul terreno.

Il presidente stesso parla con orgoglio dei "sei conflitti risolti in sei mesi", mentre critici esperti come John Bolton sottolineano che, dietro la facciata di mediazione, Trump sta semplicemente negoziando vantaggi commerciali. Nel caso di Cambogia e Thailandia, il cessate il fuoco è servito più a completare affari commerciali che a garantire stabilità duratura: le tensioni di confine rimangono e la violenza è già ripresa.

Non manca la componente personale: il presidente mira al Premio Nobel per la Pace, contattando direttamente ministri stranieri e raccogliendo nomination dai leader mondiali coinvolti nei suoi accordi. La pace diventa così uno strumento di auto-celebrazione più che un reale impegno internazionale.

Anche i conflitti più complessi, come Gaza e Ucraina, restano irrisolti. L'incontro imminente con Vladimir Putin – ridefinito in seconda battuta dallo stesso Trump come un "incontro esplorativo" – potrebbe rivelarsi un altro flop mediatico. 

Insomma, Trump sembra più interessato al riflettore internazionale e a costruire la propria immagine di pacificatore che a reali risultati di lungo periodo. La sua diplomazia da showman rischia di trasformare la pace in una vetrina personale, con effetti concreti discutibili e la durata di un post su Twitter.

Lo scorso mese, il presidente Donald Trump ha contattato telefonicamente il ministro delle Finanze norvegese Jens Stoltenberg, apparentemente per discutere di questioni commerciali, ma con uno scopo ben più ambizioso: la sua candidatura al Premio Nobel per la Pace. La notizia, riportata per la prima volta dal quotidiano norvegese Dagens Næringsliv, è stata confermata a Politico da un funzionario governativo a Oslo.

Stoltenberg ha chiarito di aver parlato con Trump e alcuni membri del suo staff, tra cui il segretario al Tesoro Bessent e il rappresentante per il Commercio Greer, ma ha precisato che la conversazione si è concentrata esclusivamente su dazi e cooperazione economica in vista del colloquio con il primo ministro norvegese Støre. «Non entrerò nei dettagli sul contenuto della conversazione», ha dichiarato l’ex segretario generale della NATO.

Non è la prima volta che Trump cerca di farsi notare dal Comitato Norvegese per il Nobel. Ogni anno, il comitato seleziona i vincitori tra centinaia di candidati annunciati a ottobre a Oslo. Da quando è tornato in carica a gennaio, il tycoon è stato nominato da diversi paesi, tra cui Israele, Pakistan e Cambogia, per la mediazione di accordi di pace o cessate il fuoco.

Trump si è attribuito il merito di aver contribuito a raffreddare le tensioni tra India e Pakistan, entrambi dotati di armi nucleari, dopo gli scontri di inizio anno. Inoltre, la scorsa settimana ha ospitato a Washington i leader di Armenia e Azerbaigian per discutere della fine di decenni di ostilità.

Se dovesse aggiudicarsi il premio, Trump diventerebbe il quinto presidente degli Stati Uniti a riceverlo, dopo Theodore Roosevelt, Woodrow Wilson, Jimmy Carter e Barack Obama, suo rivale storico e già vincitore del Nobel.