Parole, parole, soltanto parole. Parole al vento!
Il Papa parla. Il Presidente della Repubblica parla. Parlano, parlano, parlano. Parlano bene, benissimo. Esprimono concetti universali. Parlano di valori, di diritti umani, di responsabilità, di pace, di giustizia sociale, di solidarietà, di giovani, di futuro, ecc, ecc.. Dicono cose giuste, sacrosante, ma ovvie.
Talmente ovvie e scontate che non smuovono niente. Nessuno li ascolta. Nessuno se li fila.
Tant’è che le guerre continuano a mietere centinaia di migliaia di morti, i poveri sono sempre più poveri, i ricchi sempre più ricchi, droga, delinquenza comune, mafie e ruberie imperversano.
Ma il Papa, almeno, ha un alibi strutturale: fa il Papa. Il suo è un ruolo spirituale, morale, e se le coscienze non rispondono non è colpa sua.
Ma il Presidente della Repubblica? A parte sciogliere le Camere quando ormai il disastro è irreversibile e firmare decreti legge che non ha scritto, che ruolo ha oggi? Che potere reale esercita sulla vita quotidiana dei cittadini?
Ufficialmente è il garante della Costituzione. Nella pratica, assomiglia sempre più ad un notaio della politica, una figura alta e rispettabile che certifica equilibri decisi altrove. Un arbitro che richiama alla correttezza quando la partita è già finita e gli spalti sono vuoti.
Parole alte, effetto nullo, risultato zero!
Oltre quello di fine anno, di tanto in tanto dal Colle arriva un discorso solenne: tono grave, lessico impeccabile, moniti severi. Dice cose che nessuno può contestare. E infatti nessuno si sente chiamato in causa. La politica fa finta di sentire, applaude e annuisce a seconda della convenienza della propria parte. I cittadini sbadigliano, cambiano canale e disertano le urne.
È la retorica dell’ovvio istituzionale: non disturba, non divide, non incide. È una parola che consola le élite e lascia indifferente il Paese reale. Un allarme che suona da anni e al quale non risponde più nessuno, perché tanto non succede mai niente.
Nel frattempo, il Quirinale resta. Maestoso. Costoso. Imponente. La Presidenza della Repubblica costa ufficialmente oltre 230 milioni di euro l’anno. Per mantenere palazzi, apparati, personale, cerimonie. Una macchina istituzionale degna di un potere forte, mentre il potere reale è flebile, indiretto, spesso solo simbolico.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché mantenere una struttura da monarca costituzionale per una funzione che non decide e non incide? Perché pagare una reggia repubblicana se dentro non si governa, non si indirizza, non si risponde direttamente ai cittadini?
Ed è qui che, volenti o nolenti, torna a galla una vecchia provocazione politica. Forse aveva ragione Giorgio Almirante quando proponeva una Repubblica presidenziale, con un Capo dello Stato eletto direttamente dai cittadini. Non per nostalgia, non per ideologia, ma per una questione di responsabilità democratica.
Un Presidente eletto dal popolo parla e risponde. Decide e si assume il peso delle decisioni. Ha un mandato chiaro e una legittimazione diretta. Non può limitarsi a “auspicare”, “richiamare”, “invitare”. Deve agire. E se sbaglia, paga politicamente.
Oggi invece abbiamo un Presidente autorevole ma intoccabile, centrale ma distante, costoso ma sostanzialmente ininfluente nel senso politico del termine. Un ruolo altissimo che non può incidere davvero e che quindi si rifugia nella parola.
Ma il problema non è solo quanto costa il Quirinale. Il problema è quanto rende in termini di fiducia, di incisività, di connessione con il Paese reale. I cittadini non vivono di palazzi e discorsi, ma di credibilità e di azioni concrete.
Quando le parole non producono conseguenze, diventano rumore di fondo. E il rumore di fondo, soprattutto se lo paghi, alla lunga infastidisce.
Il Papa parla. Il Presidente parla. Il mondo li ascolta sempre meno.
E forse il dilemma non è il loro parlare Urbi et Orbi, ma il fatto che non possano fare altro.