Esteri

Israele colpisce Beirut senza preavviso: due morti, venti feriti. L’Iran minaccia ritorsioni, Washington tace

Il raid sui sobborghi meridionali della capitale libanese arriva pochi giorni dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco mediato a Washington. Netanyahu parla di risposta agli attacchi di Hezbollah nel nord di Israele. Teheran avverte: “Basi e asset americani e israeliani nella regione diventano obiettivi legittimi”.

Israele ha colpito nuovamente Beirut. E lo ha fatto senza preavviso, prendendo di mira i sobborghi meridionali della capitale libanese, area considerata roccaforte di Hezbollah, pochi giorni dopo l’entrata in vigore di un accordo di cessate il fuoco raggiunto a Washington. Secondo il ministero della Salute libanese, il bombardamento contro un edificio residenziale ha provocato almeno due morti e venti feriti.

L’attacco ha immediatamente riacceso il timore di una nuova escalation regionale. Non solo perché Beirut era stata indicata dagli Stati Uniti come una linea da non oltrepassare, ma anche perché l’Iran aveva già avvertito che un nuovo attacco contro la capitale libanese avrebbe potuto riaprire una guerra su vasta scala in Medio Oriente.

La tensione arriva mentre il Pakistan tenta di rilanciare i negoziati tra Teheran e Washington, con l’obiettivo di trasformare la fragile tregua della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran in un’intesa più stabile. Per la Repubblica islamica, però, un eventuale accordo non può prescindere dalla fine della guerra in Libano.

Il raid su Beirut e la versione israeliana

L’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha presentato il bombardamento come una risposta diretta al lancio di colpi da parte di Hezbollah contro il nord di Israele nelle ore precedenti. Secondo Israele, l’obiettivo del raid erano “centri di comando” del movimento sciita libanese sostenuto dall’Iran.

Netanyahu, parlando al suo governo, ha rivendicato la linea dura: “Li stiamo colpendo molto duramente e sappiamo che Hezbollah è in fuga”. L’esercito israeliano ha aggiunto di aver adottato “misure per ridurre i danni ai civili”, tra cui attività di sorveglianza aerea prima dell’attacco.

Hezbollah, tuttavia, non ha rivendicato immediatamente la responsabilità del fuoco partito in direzione del nord di Israele. Questo elemento alimenta ulteriore incertezza sulla dinamica degli eventi e sulla tenuta del cessate il fuoco.

La sequenza è particolarmente delicata. Israele aveva già annunciato lunedì l’intenzione di colpire i sobborghi meridionali di Beirut dopo che Hezbollah aveva rivendicato attacchi nel nord israeliano. In quel caso, colloqui urgenti condotti tramite Washington avevano fermato l’operazione, a condizione che Hezbollah cessasse gli attacchi contro le città di confine israeliane.

Nei giorni successivi, Libano e Israele avevano rinnovato un’intesa di cessate il fuoco che Beirut sperava potesse aprire la strada alla fine dei combattimenti. Il raid di domenica rimette tutto in discussione.

Washington non commenta, ma “non è sorpresa”

Dalla Casa Bianca non è arrivato nell’immediato alcun commento ufficiale. Un alto funzionario statunitense, parlando in forma anonima per la delicatezza del dossier, ha dichiarato che Washington “non è stata sorpresa” dall’attacco su Beirut. Lo stesso funzionario non ha però chiarito se gli Stati Uniti fossero stati informati in anticipo da Israele.

Il silenzio ufficiale americano pesa. Da un lato, gli Stati Uniti sono il principale sponsor dell’intesa di cessate il fuoco; dall’altro, restano il più stretto alleato militare e politico di Israele. La posizione di Washington appare quindi stretta tra la necessità di non far collassare il negoziato con l’Iran e quella di non rompere il coordinamento strategico con il governo Netanyahu.

Il presidente Donald Trump, in un’intervista registrata venerdì e trasmessa domenica da NBC nel programma “Meet the Press”, ha detto di voler vedere “una vita migliore per il Libano” e ha auspicato che gli attacchi contro Hezbollah siano “più chirurgici”. Trump ha aggiunto di “non pretendere” che il Libano faccia parte dell’accordo a breve termine per estendere la tregua nella guerra con l’Iran.

Parole che fotografano l’ambiguità della posizione americana: sostegno all’obiettivo israeliano di indebolire Hezbollah, ma timore che una campagna troppo ampia sul territorio libanese possa far saltare il fragile equilibrio diplomatico costruito nelle ultime settimane.


L’Iran minaccia ritorsioni

La risposta più dura è arrivata da Teheran. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, ha lasciato intendere la possibilità di una ritorsione contro obiettivi americani e israeliani nella regione.

Il blocco navale imposto contro il popolo iraniano dagli Stati Uniti, insieme al via libera dato oggi da Washington al regime sionista, rende le basi e gli asset statunitensi e israeliani nella regione obiettivi legittimi”, ha scritto Qalibaf su X.

La dichiarazione conferma il rischio di allargamento del conflitto. L’Iran considera Hezbollah una componente centrale del proprio sistema di deterrenza regionale e punta a inserire la fine della guerra in Libano dentro un accordo più ampio con gli Stati Uniti. Per Teheran, separare il fronte iraniano da quello libanese significherebbe accettare una tregua parziale, lasciando però esposto il principale alleato armato nella regione.

Il nodo è quindi politico e militare insieme. Se gli Stati Uniti vogliono arrivare a un’intesa con l’Iran sullo Stretto di Hormuz, sul blocco navale e sulla fine della guerra diretta, Teheran pretende che si discuta anche di Hezbollah e del Libano. Israele, al contrario, vuole mantenere mano libera fino a quando non riterrà neutralizzata la minaccia proveniente dal nord.

Una guerra già devastante per il Libano

Il bilancio del conflitto in Libano è pesantissimo. Dall’inizio della guerra, il 2 marzo, quando Hezbollah ha lanciato razzi contro il nord di Israele due giorni dopo l’avvio degli attacchi israeliani e statunitensi contro l’Iran, oltre 3.500 persone sono state uccise in Libano. Più di un milione di persone sono state costrette a lasciare le proprie case.

Sul fronte israeliano, i combattimenti hanno provocato la morte di almeno 31 soldati e tre civili. Le operazioni militari israeliane nel sud del Libano proseguono quotidianamente e, secondo le informazioni disponibili, le forze israeliane hanno occupato circa un quinto del territorio libanese durante l’invasione di terra.

Il primo accordo di cessate il fuoco era entrato in vigore il 17 aprile, pochi giorni dopo un bombardamento israeliano di dieci minuti su Beirut che aveva causato più di 300 morti. Anche dopo quell’intesa, Israele aveva colpito due volte i sobborghi meridionali della capitale libanese, mentre gli attacchi nel sud del Paese non si sono mai davvero fermati.

È in questo contesto che il nuovo raid assume un significato politico enorme. Non è soltanto un’operazione militare contro presunte infrastrutture di Hezbollah. È anche un messaggio: Israele non intende rinunciare alla pressione militare, nemmeno davanti alle richieste americane di evitare Beirut.


Netanyahu guarda anche alle elezioni

La linea di Netanyahu è condizionata anche dalla politica interna. Il primo ministro israeliano dovrà affrontare elezioni entro la fine dell’anno e punta a presentarsi come il leader capace di rimuovere Hezbollah come minaccia strategica.

Per Netanyahu, fermarsi ora significherebbe lasciare aperta una vulnerabilità storica: quella del confine settentrionale, da anni esposto alla presenza militare e missilistica di Hezbollah. La guerra in Libano, dunque, non viene letta dal governo israeliano come un fronte secondario, ma come un capitolo essenziale della più ampia resa dei conti con l’Iran e con la sua rete regionale.

Hezbollah, da parte sua, ha respinto con toni durissimi l’accordo mediato dagli Stati Uniti e ha invitato il Libano a interrompere i colloqui diretti con Israele. Il movimento sostiene invece la posizione iraniana: il cessate il fuoco in Libano deve diventare parte integrante del negoziato tra Teheran e Washington.


Lo Stretto di Hormuz e il rischio economico globale

Il conflitto libanese si intreccia con un’altra crisi: quella dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per petrolio, gas e prodotti collegati, compresi i fertilizzanti. La chiusura o il blocco di fatto dello stretto ha già scosso l’economia mondiale, alimentando l’aumento dei prezzi dell’energia e l’allarme per la sicurezza alimentare nelle aree più vulnerabili.

Gli Stati Uniti hanno mantenuto il blocco navale sui porti iraniani in risposta al controllo esercitato da Teheran sullo Stretto di Hormuz. Il Pentagono ha inoltre comunicato di aver abbattuto altri due droni iraniani sull’area dello stretto, sostenendo che rappresentassero una minaccia per il traffico marittimo internazionale.

Il peso economico della crisi è anche un problema politico per Trump. L’aumento dei prezzi dell’energia arriva in un momento delicato per il Partito repubblicano, in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Una guerra prolungata, con Hormuz chiuso o insicuro, rischia di trasformarsi in un boomerang economico ed elettorale.


Il Pakistan tenta la mediazione

Mentre il fronte militare si infiamma, il Pakistan prova a riaprire il canale diplomatico tra Iran e Stati Uniti. Il ministro dell’Interno pakistano Mohsin Naqvi era a Teheran domenica per consegnare un messaggio al leader supremo iraniano, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, da parte del capo dell’esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir.

Secondo l’agenzia iraniana IRNA, il contenuto del messaggio non è stato reso noto. Naqvi ha incontrato il ministro dell’Interno iraniano Eskandar Momeni nella tarda serata di sabato e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi domenica.

Le autorità pakistane sostengono che Islamabad, con il sostegno di Paesi regionali come Qatar, Turchia ed Egitto, stia lavorando per ridurre le distanze tra Washington e Teheran. Anche al Cairo si è mosso qualcosa: il ministro degli Esteri egiziano Bader Abdelatty e il premier e ministro degli Esteri qatariota Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al Thani hanno discusso “elementi proposti” di un possibile accordo tra Stati Uniti e Iran. Nessun dettaglio è stato però comunicato.

Nel frattempo, anche il comandante dell’esercito libanese, il generale Rodolphe Haikal, si è recato sabato in Pakistan su invito del capo dell’esercito pakistano. L’esercito libanese non ha chiarito se la visita sia collegata direttamente agli sforzi di mediazione, ma la coincidenza temporale è significativa.


Khamenei assente dalla scena pubblica

Un ulteriore elemento di incertezza riguarda la leadership iraniana. L’ayatollah Mojtaba Khamenei non è più apparso in pubblico da quando è stato nominato guida della Repubblica islamica, dopo l’uccisione del padre il 28 febbraio, primo giorno della guerra.

La sua assenza pubblica alimenta interrogativi sulla gestione interna del potere a Teheran, proprio mentre l’Iran si trova davanti a una scelta strategica: accettare una tregua limitata o alzare ulteriormente il livello dello scontro per includere il dossier libanese in un accordo complessivo.


Il dossier legale: consulenti americani da Netanyahu

In parallelo alla crisi militare, Israele si muove anche sul fronte giuridico internazionale. Secondo la televisione pubblica israeliana Kan 11, una delegazione di alti consulenti legali dell’amministrazione Trump ha incontrato Netanyahu, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, il ministro della Difesa Israel Katz e alti ufficiali dell’esercito israeliano.

L’incontro, secondo l’ufficio del premier israeliano, ha riguardato le “sfide legali” affrontate da Israele sulla scena internazionale. Netanyahu avrebbe discusso con la delegazione quella che ha definito la minaccia della “guerra legale” contro Israele, gli Stati Uniti e altre democrazie impegnate, secondo la sua formulazione, nella lotta contro il terrorismo.

Il comunicato non ha fornito ulteriori dettagli sui contenuti dei colloqui. Secondo Kan 11, il programma della visita prevede anche incontri con i vertici del Comando Nord, del Comando Centrale e dell’Aeronautica israeliana. L’emittente ha inoltre sottolineato l’assenza, almeno finora, di rappresentanti del sistema giudiziario israeliano e della procura militare dagli incontri.

La presenza di funzionari legali americani, compresi rappresentanti del Pentagono, della Casa Bianca e di altri organismi statunitensi, indica che il fronte giudiziario è ormai parte integrante della guerra. Non si combatte soltanto sul terreno, nello spazio aereo o in mare. Si combatte anche nelle corti internazionali, nei dossier sui crimini di guerra, nelle accuse reciproche sulla proporzionalità degli attacchi e nella battaglia per legittimare o delegittimare le operazioni militari.


Una tregua appesa a un filo

Il raid israeliano su Beirut rischia di far deragliare contemporaneamente tre tavoli: il cessate il fuoco in Libano, il negoziato tra Iran e Stati Uniti e gli sforzi per riaprire stabilmente lo Stretto di Hormuz.

Per il Libano, il pericolo è quello di essere nuovamente trasformato nel campo di battaglia di una guerra regionale più ampia. Per Israele, l’obiettivo dichiarato resta impedire che Hezbollah continui a rappresentare una minaccia al confine settentrionale. Per l’Iran, il Libano è invece una leva negoziale irrinunciabile. Per Washington, il problema è tenere insieme sostegno a Israele, contenimento dell’Iran e stabilità dei mercati energetici.

Il risultato è un equilibrio fragilissimo, in cui ogni raid, ogni drone abbattuto, ogni dichiarazione pubblica può diventare l’innesco di una nuova fase del conflitto.

La tregua non è ancora crollata formalmente. Ma dopo il bombardamento di Beirut, appare sempre più simile a una linea sottile tracciata sulla sabbia.

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
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