Dal 28 al 30 luglio si è svolta a New York una conferenza internazionale ad alto livello dedicata alla ricerca di una soluzione pacifica e definitiva al conflitto israelo-palestinese.
L'evento, co-presieduto da Francia e Arabia Saudita, ha riunito oltre 125 delegazioni di Stati membri dell'ONU e organizzazioni internazionali per rilanciare con forza la proposta della soluzione dei due Stati come unica via d'uscita credibile da decenni di violenza, occupazione e instabilità.
Nonostante la rilevanza e l'urgenza della tematica, Stati Uniti e Israele hanno scelto di non partecipare. Un'assenza eloquente, che sottolinea la distanza politica e diplomatica di Washington e Tel Aviv da un'iniziativa che chiede esplicitamente un'azione collettiva per porre fine alla guerra a Gaza e per riprendere un percorso negoziale basato sul diritto internazionale.
La conferenza ha prodotto una Dichiarazione che delinea un insieme di misure politiche, umanitarie e di sicurezza da attuare in modo tempestivo e irreversibile, con l'obiettivo di dare finalmente concretezza alla nascita di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano. I paesi sono stati invitati a sostenere formalmente la dichiarazione entro la fine della 79ª sessione dell'Assemblea generale, prevista per l'inizio di settembre.
Il Segretario generale dell'ONU, António Guterres, ha aperto i lavori con un discorso senza mezze misure. Ha denunciato apertamente l'occupazione israeliana, l'espulsione dei palestinesi dalle loro terre e la realtà di uno Stato unico fondato sulla disuguaglianza. "Questa non è pace. Questa non è giustizia. E questo non è accettabile", ha detto, ribadendo che l'unica soluzione percorribile è quella dei due Stati.
Guterres ha condannato sia gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, sia la sproporzionata risposta militare israeliana, chiedendo un cessate il fuoco immediato, il rilascio degli ostaggi e l'accesso umanitario illimitato a Gaza. “Questo conflitto non può essere gestito. Deve essere risolto. Dobbiamo agire prima che sia troppo tardi”, ha ammonito.
Durante i tre giorni della conferenza, molti delegati hanno sottolineato l'urgenza di iniziative concrete: riformare e rafforzare l'Autorità Palestinese, ricostruire Gaza e garantire la fine dell'impunità per le violazioni del diritto internazionale.
La Francia ha ribadito il proprio impegno, dichiarando – per voce del ministro Jean-Noël Barrot – la disponibilità a riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina durante la prossima Assemblea Generale a settembre. “I palestinesi meritano lo stesso diritto a una patria”, ha affermato.
Dello stesso avviso anche l'Arabia Saudita. Il ministro Faisal bin Farhan al Saud ha denunciato i continui bombardamenti su Gaza e l'espansione degli insediamenti israeliani, descrivendo una situazione che "altera la natura demografica" della regione. “La pace e la sicurezza non si ottengono attraverso la privazione dei diritti o la forza”, ha detto, chiedendo un processo di pace autentico e irreversibile.
Il Regno Unito, tramite il ministro David Lammy, ha annunciato misure significative: stop all'export di armi verso Israele, sanzioni contro i coloni estremisti e ripresa dei finanziamenti all'UNRWA. Londra si è detta pronta a riconoscere la Palestina se, entro settembre, il governo israeliano non porrà fine alla sua offensiva militare e non si impegnerà seriamente per la pace.
La Conferenza di New York non ha prodotto soluzioni immediate, ma ha tracciato una linea netta: la comunità internazionale non può più permettersi l'inazione. Le promesse e i proclami devono tradursi in scelte politiche vincolanti. Il riconoscimento dello Stato di Palestina, la fine dell'occupazione e il rispetto del diritto internazionale non possono più essere rimandati o subordinati al consenso delle parti più ostili alla pace.
Il messaggio lanciato dalla conferenza è chiaro: senza un impegno collettivo, concreto e immediato, il rischio è di assistere al collasso definitivo della soluzione dei due Stati – con conseguenze devastanti per la sicurezza regionale e per la credibilità stessa dell'ONU.
Lo Stato ebraico di Israele aveva già in parte risposto all'iniziativa approvando alla Knesset una risoluzione che promuove la volontà di annessione della Cisgiordania, attualmente territorio sotto occupazione che gli ebrei israeliani riconoscono già come di loro appartenenza definendolo solo con il nome di Giudea e Samaria.
Inoltre, nelle scorse ore il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha intensificato le misure concrete per sfollare i residenti della Striscia di Gaza, con l'obiettivo di mantenere il ministro Itamar Ben-Gvir all'interno della maggioranza di governo.
Netanyahu ha promesso a Ben-Gvir che, se non si raggiungerà un accordo, Israele avvierà la "migrazione volontaria" di migliaia di abitanti di Gaza verso altri Paesi entro poche settimane.
Netanyahu ha iniziato ad adottare misure per promuovere il piano di "emigrazione volontaria" da Gaza, tra cui incontri settimanali con il Mossad, il Ministero degli Esteri e altre agenzie. Ha anche chiesto al Mossad di accelerare i colloqui con i paesi che potrebbero accogliere i palestinesi.
Secondo alcune anticipazioni, durante la prima settimana di attuazione, il piano mira a "incoraggiare" l'emigrazione di migliaia di cittadini di Gaza. La novità è che saranno trasportati via Israele e da lì in Giordania, anziché in Egitto, secondo il quotidiano Yedioth Ahronoth.
Il giornalista Barak Ravid ha recentemente riferito che Israele sta tenendo colloqui con Etiopia, Libia e Indonesia e altri paesi. Anche il capo del Mossad David Barnea ha parlato del piano con l'inviato statunitense Steve Witkoff, oggi di nuovo in Israele, e altri funzionari statunitensi.
Netanyahu si sta adoperando in tal senso anche per soddisfare i desiderata dell'altro delinquente dell'ultradestra religiosa che sostiene la sua maggioranza, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich al governo, cui ha promesso di promuovere l'annessione di alcune aree della Striscia di Gaza se non si raggiungerà un accordo, con il confine settentrionale come prima area designata per l'annessione.
Alti funzionari governativi affermano che Netanyahu è principalmente interessato a raggiungere un accordo sugli ostaggi. Ciò sarebbe in cima alla sua lista di priorità. Anche nei colloqui a porte chiuse, dichiara che le sue priorità sono gli ostaggi, un cessate il fuoco e l'Iran. Ma Netanyahu è consapevole che i negoziati per un accordo potrebbero fallire, e quindi si sta preparando attivamente a incoraggiare la "migrazione volontaria" e l'annessione.
In base allo scenario attuale, l'unica possibilità per fermare lo Stato ebraico, il cui governo è rappresentanza della volontà di buona parte di chi vi risiede, è il riconoscimento dello Stato di Palestina e l'avvio di sanzioni "epocali" nei confronti di Israele e dei suoi abitanti di religione ebraica (in base alla legge Stato Nazione che da anni ha ufficializzato l'apartheid considerando gli arabi israeliani cittadini di secondo livello).


