Economia

Acciaio: messa al bando della Russia e porte aperte per Egitto e Turchia

BRUXELLES – La Commissione Europea è pronta a sferrare l’attacco decisivo a una delle casseforti del Cremlino: l’export siderurgico. Nonostante due anni di sanzioni, i volumi delle importazioni di acciaio russo verso l’UE hanno mostrato una resilienza sorprendente, toccando nel 2024 un valore di 1,72 miliardi di euro.

In realtà, quella dei Semilavorati (Billette e Slab) è l'unica categoria ancora rilevante. Nel 2024 sono state importate circa 2,9 milioni di tonnellate di slab (semilavorati per la produzione di acciaio piano). Finora, i semilavorati (come le slab, le grandi lastre d’acciaio) sono sfuggiti ai divieti grazie al fronte composto da Italia, Belgio e Repubblica Ceca. Questi Paesi dipendono strutturalmente dalle forniture russe di semilavorati per alimentare i propri impianti di rilaminazione.
Tuttavia, la strategia di Bruxelles sta per cambiare marcia, passando dalle deroghe temporanee a una stretta che promette di essere definitiva.
 
Il piano prevede un doppio binario. Entro l’estate scatterà un maxi-dazio del 50% sui prodotti russi, una misura volta a rendere l’acciaio di Mosca economicamente fuori mercato. Ma la vera svolta arriva da una proposta del Parlamento Europeo, caldeggiata da un’europarlamentare svedese: un bando totale e permanente.
Questa soluzione "nucleare" ha un obiettivo politico preciso: sottrarre il rinnovo delle sanzioni al ricatto dell’unanimità dei 27 Stati membri. Se il bando diventasse legge comunitaria, Bruxelles non dovrebbe più negoziare ogni sei mesi con i governi più riluttanti, annullando il rischio di veti incrociati.
 
In Italia, l'attenzione è massima: il settore ha già ottenuto una proroga delle quote di importazione fino al 2028 per evitare il collasso della produzione di acciaio piano (laminati).  A complicare il quadro c’è il ruolo della russa NLMK, che possiede quote strategiche in impianti chiave proprio in Italia (Verona), Belgio e Danimarca.

Dunque, il passaggio al bando totale non sarà indolore. Alcuni governi potrebbero accusare l’Europarlamento di interferire eccessivamente nelle politiche di sicurezza economica nazionale, ma non è questo il cuore del problema, visto che l'Italia produce l'86% del suo acciaio da rottame tramite forni elettrici e solo il 14% deriva da semilavorati d'importazione.
Piuttosto, il problema per l'Italia arriva dall’alternativa mediterranea di Egitto e Turchia.

Infatti, mentre l’Europa cerca di emanciparsi dal fornitore russo, due attori stanno scalando le gerarchie del mercato: Egitto e Turchia.
L’Egitto si sta consolidando come il nuovo hub siderurgico del mondo arabo. Nel 2024 ha prodotto 10,7 milioni di tonnellate di acciaio grezzo, con un picco produttivo clamoroso a settembre 2025 (+16%). Il Cairo sta investendo miliardi: il gigante Egyptian Steel e Ezz Steel hanno stanziato oltre un miliardo di dollari per la modernizzazione degli impianti. Già oggi l’Italia è tra i principali acquirenti dell’acciaio egiziano, che si candida a sostituire le slab di Mosca.

Ancor più impressionante è la rinascita della Turchia, che prevede di superare i 40 milioni di tonnellate di produzione nel 2026. Dopo il drammatico terremoto del 2023, Ankara è tornata a essere l’ottavo produttore mondiale (e il secondo in Europa dopo la Germania), con una produzione di 35,1 milioni di tonnellate. Con un export balzato del 37% nel 2025, la Turchia gioca la carta della sostenibilità: il 72% della sua produzione avviene tramite forni elettrici, un vantaggio competitivo enorme per superare la futura "tassa sul carbonio" (CBAM) dell'UE.

Attualmente, l'Italia e la Turchia competono per la leadership nella produzione di prodotti lunghi (tondo per cemento armato e vergella), essenziali per le infrastrutture, ma c'è dell'altro di cui preoccuparsi: il meccanismo CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) dell'UE sta iniziando a influenzare i flussi commerciali nel 2026 .
Il così detto "Green Steel" è l'acciaio prodotto attraverso processi che non utilizzano combustibili fossili (come il carbone) e che hanno un'impronta di carbonio vicina allo zero. Si ottiene principalmente sostituendo il carbone con l'idrogeno nel processo di riduzione del minerale di ferro o utilizzando esclusivamente forni elettrici alimentati da fonti rinnovabili.
E anche in questo settore Egitto e Turchia stanno investendo in modo da essere al passo del Green Deal europeo e dei vincoli che saranno esecutivi a partire dal 2030.

Sono diversi i produttori che operano in Egitto con piani di investimento significativi:

  • Egyptian Steel: L'azienda ha annunciato un programma di investimenti di circa 2 miliardi di lire egiziane a partire dal 2026 per potenziare la capacità produttiva e la competitività nelle esportazioni.
  • Ezz Steel è il principale produttore di acciaio in Egitto e nella regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa), con una capacità produttiva annua di circa 7 milioni di tonnellate di prodotti lunghi e piani. 
  • XinFeng Steel: Questa società cinese prevede un ingente investimento di 10 miliardi di dollari in Egitto per la realizzazione di un grande complesso industriale integrato dedicato alla produzione di lamiere per il settore automobilistico e pannelli in acciaio di grandi dimensioni.
  • Mabrouk Iron Rolling: Tra le aziende attive nel settore della laminazione in Egitto, figura anche Mabrouk Iron Rolling, con sede ad Alessandria.
  • El Marakby Steel: Questa acciaieria è un altro attore rilevante, che ha partecipato a forum internazionali per discutere le sfide e i margini di profitto ridotti affrontati dai produttori egiziani.

Viceversa, in Turchia tra gli sviluppi recenti si segnalano: 

  • Habaş: L'azienda sta avviando un processo di valutazione ambientale per un nuovo laminatoio a freddo a Izmir.
  • Kaptan: Ha completato l'accettazione finale di un nuovo treno di laminazione.
  • DNZ Murat Makine: Questa azienda produce linee di laminazione a caldo e macchinari correlati come gabbie, riduttori e cesoie volanti.
  • Alp Celik Sanayi Ve Ticaret A S: Fornitore di lamiere e nastri di acciaio laminati a freddo. 

Perché allora l'Italia non investe anche lei nella siderurgia dei semilavorati? Perché la produzione di semilavorati siderurgici è un'industria ad alta intensità energetica con un significativo potenziale inquinante.  Per questo gli impianti Italsider di Bagnoli (NA) vennero chiusi, come è per questo che a Taranto si è dimostrata impossibile la vicinanza con il centro abitato.

Autore scienzenews
Categoria Economia
ha ricevuto 382 voti
Commenta Inserisci Notizia