Nel suo intervento nel corso dell'Assemblea 2025, che si è tenuta questo martedì presso il Teatro EuropAuditorium di Bologna, il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha ricordato a Giorgia Meloni come, realmente, stanno le cose.

In pratica, le parole che ha rivolto alla presidente del Consiglio sono un riassunto e un memento di ciò che il suo governo non ha fatto da quando è entrato in carica:

"Dobbiamo dire le cose come stanno. Al netto dell'effetto dei dazi, dopo due anni di flessione della produzione, l'industria italiana è in forte sofferenza. È ancora frenata da troppi ostacoli, che riducono la competitività delle imprese rispetto a quelle di Paesi con regole, sistemi fiscali e infrastrutture più favorevoli. Troppo spesso in Italia vengono scambiati i successi delle imprese come effetto di grandi strategie di sviluppo che, invece, non ci sono state. Il nostro Paese e le nostre realtà imprenditoriali hanno tutte le carte in regola per farcela. Ma bisogna cambiare prospettiva. Anzi, ribaltarla. Bisogna lavorare tutti insieme – industria e servizi, istituzioni e partiti, di maggioranza e di opposizione, forze sociali e sindacati – ad un vero Piano Industriale Straordinario per l'Italia. E dobbiamo farlo adesso, con scelte forti: per aumentare la competitività, la produttività e l'innovazione con gli investimenti e la semplificazione. Certo, le scelte sono condizionate dalla sostenibilità del debito pubblico. Siamo convinti, però, che sia più un problema di metodo che di risorse. Per fare un esempio, ad oggi, delle nostre 80 proposte di misure a costo zero, dopo i primi segnali di forte interesse, ne sono state approvate 8 e 6 sono in corso di approvazione. Lavoriamo allora insieme per superare gli ostacoli, per approvarne molte di più.Le soluzioni non arriveranno solo con le leggi di bilancio. Serve un progetto di sviluppo e crescita di ben più ampio respiro. Sono le stesse agenzie di rating a ricordarcelo, indicando i pilastri che più hanno contribuito alla sostenibilità del nostro debito pubblico: misure strutturali introdotte fuori dalla Legge di Bilancio.Palazzo Chigi ha accolto con favore la nostra proposta di IRES Premiale per rilanciare gli investimenti delle imprese. Ma poi, per mancaza di fondi, se ne è ristretta la platea dei beneficiari. Ora più che mai serve sostenerla con forza, togliendone le limitazioni, oppure proseguire su linee di azione che sostengano la patrimonializzazione delle imprese e ne riducano il carico fiscale, in piena coerenza con quanto previsto dalla stessa delega fiscale ancora inattuata su questo. Per noi non ci sono alternative: bisogna pensare al rilancio dell'industria e al rilancio del PIL. Dobbiamo darci un obiettivo di crescita ambizioso: raggiungere almeno il 2% di crescita del PIL nel prossimo triennio, da consolidare e aumentare nel tempo. Una crescita da raggiungere investendo in spesa pubblica produttiva, a partire dalle infrastrutture, e creando le condizioni affinché le imprese possano generare ricchezza per tutti. Quello che ci stiamo giocando è un futuro collettivo, non individuale. Voglio ricordare qualche numero. Come Sistema Confindustria, contribuiamo per oltre il 44% del valore aggiunto generato dalle imprese private in Italia. Il manifatturiero rappresenta quasi il 20% del valore aggiunto e ben il 30% del monte contributivo che tiene in piedi l'INPS. Il 60% delle nostre imprese offre ai propri dipendenti previdenza complementare e assistenza sanitaria integrativa, quota che supera l'80% per le imprese più grandi. Tra queste, una su quattro eroga contributi per istruzione, attività ricreative e borse di studio destinate ai familiari dei propri collaboratori. E una su dieci offre servizi di assistenza per familiari non autosufficienti: un aiuto prezioso in un Paese che invecchia, ma dove l'assistenza domiciliare è ancora poco sviluppata. Le nostre Academy aziendali, che si aggiungono all'impegno che l'industria italiana esprime sostenendo gli ITS, sono cresciute dalle 25 del 2010 alle 232 del 2024, a testimonianza dell'impegno che mettiamo nella formazione dei giovani. La nostra responsabilità sociale non è un distintivo retorico. È un fatto, di cui siamo molto orgogliosi.E aggiungo che quando esportiamo per oltre 626 miliardi e ci diamo l'obiettivo di arrivare a quota 700 miliardi, oltre a dare solidità ai bilanci delle nostre imprese, contribuiamo alla tenuta di quello del Paese. Ma questi contributi al PIL e al sistema sociale potrebbero venire a mancare. La crisi dell'industria ha avuto come effetto immediato un significativo e preoccupante calo degli investimenti, in particolare su impianti, macchinari e mezzi di trasporto. L'occupazione, invece, per ora tiene. Tra le grandi imprese industriali associate a Confindustria, due su tre (67,9%) stanno trattenendo i propri dipendenti nonostante il calo dell'attività. Di queste, oltre un terzo (34,8%) lo fa per mantenere le competenze già presenti in azienda, consapevole delle difficoltà nel reperire nuovo personale qualificato. Ma per quanto potremo ancora farlo? Tutto questo oggi è a rischio. Secondo il nostro Centro Studi, l'economia italiana, anche in assenza di nuovi dazi, sarebbe cresciuta nel 2025 di uno 0,6%. Ora è esposta al rischio di un nuovo triplo shock:

  • la caduta della domanda statunitense;
  • la frenata della domanda globale;
  • la possibile crisi finanziaria, con ripercussioni su PIL, investimenti, occupazione e debito.

Dentro questo scenario difficile, si muovono le nostre imprese. E se anche solo 300 medie imprese decidessero, in questa tempesta, di spostare la produzione in Paesi con minori costi e maggiori incentivi, le ricadute negative riguarderebbero almeno 100 mila occupati. Tutto questo, l'Italia non se lo può permettere. Dobbiamo reagire subito e valorizzare al meglio le risorse destinate agli investimenti industriali. O potenziamo l'IRES Premiale o ripristiniamo un'ACE per l'industria, strumenti più che mai essenziali per patrimonializzare e incrementare gli investimenti del sistema produttivo italiano. Puntiamo su Industria 4.0, 6.0 – chiamiamola come vogliamo – purché sia potenziata; questa misura per noi è indispensabile. E puntiamo sui contratti di sviluppo, strumenti in cui le imprese hanno già maturato esperienza e ottenuto risultati concreti. Però, anche qui, servono procedure più semplici, regole certe e tempi più rapidi. In un momento complicato come questo abbiamo bisogno di convincere i nostri imprenditori ad investire. Per tutto questo, pensiamo ad un sostegno agli investimenti di 8 miliardi di euro l'anno per i prossimi 3 anni. Ancora meglio se avessimo un orizzonte temporale di 5 anni. Ma dobbiamo partire subito; in attesa di un possibile New Generation EU per l'industria, dobbiamo trovare le risorse per iniziare. Quindi, dove trovarle?

  • Usiamo tutto il margine possibile per spostare risorse del PNRR, non utilizzabili entro metà 2026, indirizzandole verso strumenti più efficaci a favore degli investimenti produttivi.
  • Sfruttiamo la possibilità che la riforma dei Fondi di Coesione UE del Commissario Fitto mette a disposizione per le filiere industriali italiane salvaguardando le quote per il Sud.
  • Incentiviamo gli investimenti nella transizione digitale allo stesso modo di quelli destinati alla transizione ambientale. In caso contrario, non riusciremo a colmare i divari digitali e a vincere la sfida decisiva dell'Intelligenza Artificiale.
  • Introduciamo strumenti di supporto alle imprese delle filiere più in difficoltà, come l'automotive. Non si tratta di aiuti assistenziali, ma di misure mirate a favorire aggregazioni, ristrutturazioni e rafforzamento del capitale aziendale.
  • Abbattiamo le tasse su tutti i premi di produttività, facendo lo stesso per i contratti aziendali e territoriali, in cui imprese e lavoratori scambiano maggiore produttività con più reddito e welfare aziendale.
  • Moltiplichiamo le semplificazioni. Il divario per ottenere un'autorizzazione tra noi e altri Paesi è disarmante. Rivediamo oneri e responsabilità imposte alle imprese dalla Legge 231.
  • Riportiamo questa norma alla sua funzione originaria: non colpire gli imprenditori o spaventarli con il rischio di sanzioni, ma incentivarli all'innovazione dei propri assetti organizzativi. Non possiamo pensare che i nostri imprenditori prima di essere giudicati, vengano pignorati o confiscati.

Di questo Piano Industriale Straordinario, la componente più urgente è quella dei sovraccosti energetici. È un vero dramma che si compie ogni giorno: per le famiglie, per le imprese e per l'Italia intera. Le nostre imprese continuano a subire un sovraccosto energetico che supera il 35% del prezzo medio europeo e che arriva anche a toccare punte dell'80%, nel confronto con i maggiori Paesi europei. I consumi industriali italiani rappresentano il 42% del fabbisogno elettrico nazionale (125 TWh) e per le imprese il prezzo dell'energia viene calcolato in base al costo dell'elettricità prodotta con il gas. La produzione di energia da fonti rinnovabili rappresenta il 45% dell'elettricità messa in rete, ma non concorre alla formazione di un prezzo più competitivo per l'industria. È una situazione insostenibile. Occorre agire con urgenza. ...Stiamo affrontando enormi difficoltà. Come abbiamo detto lo scorso anno alla nostra Assemblea: siamo l'Italia che manda avanti l'Italia. E noi vogliamo restare in Italia. È qui che vogliamo progettare e investire sulle priorità strategiche per cambiare il futuro del nostro Paese. È qui che vogliamo concentrare tutte le forze del nostro Sistema per agevolare la crescita di tutte le imprese, in particolar modo le piccole, attraverso aggregazioni, fusioni e più credito. E su questo, Confindustria deve fare sempre di più. Non siamo perfetti ed è nostra responsabilità fare tutto il possibile per migliorare e migliorarci. Ma voglio ricordare un aspetto essenziale. Il cuore delle nostre proposte sono le persone. Le loro competenze sono il motore dell'innovazione e della crescita. Stiamo perdendo troppi giovani che cercano altrove ciò che qui, evidentemente, non trovano. E proprio perché, per noi, al centro di tutto ci sono le persone, insisto ancora sui temi della sicurezza sul lavoro e delle retribuzioni. Gli incidenti diminuiscono solo se battiamo con più forza la via della prevenzione e della formazione. Non smetterò mai di dire che ogni morte sul lavoro è un fallimento per tutti. Per questo ribadiamo che è fondamentale un accordo con il sindacato e con il Governo, affinché tutte le imprese siano spinte ad investire di più in formazione e prevenzione, usando anche l'avanzo INAIL che ammonta a circa 1,5 miliardi di euro ogni anno, versati dalle imprese. E ai sindacati voglio dire un'altra cosa, sui salari. Sapete benissimo che in Italia le retribuzioni più elevate e i meccanismi per il recupero dell'inflazione sono nei contratti di Confindustria. Ma questo non significa che non ci poniamo il problema. Le retribuzioni italiane che perdono potere d'acquisto spingono verso il basso consumi e crescita, e abbattono la dignità della vita e del lavoro. È un problema nazionale. Affrontiamo insieme la battaglia contro i contratti pirata. E affrontiamo insieme quella per una maggiore rappresentatività di imprese e sindacati che firmano i contratti di lavoro. I contratti sani. E ancora: chiediamo insieme che la lotta alle false cooperative nei settori in cui si nascondono, venga fatta dallo Stato con tutte le sue forze. Altrimenti, se così non sarà, vengano dati a noi imprese gli strumenti adeguati per capire chi è in regola e chi non lo è. Mettiamo al centro la legalità e il rispetto delle regole. E lavoriamo insieme per alzare ancor più le retribuzioni anche nell'industria attraverso i contratti di produttività aziendali, in cui crescita dell'impresa e crescita del reddito dei lavoratori vadano di pari passo, perché non può esistere una crescita senza l'altra. In questo secolo nulla è più come prima: alleanze, transizioni, intelligenze. Per un mondo nuovo servono strumenti nuovi e un patto nuovo tra tutti noi. Tra forze politiche e sociali. Abbiamo dimostrato di avere la capacità di superare momenti difficili affrontandoli tutti insieme. Guardando all'interesse comune".