La veridicità e la qualità dell'informazione rappresenta oggi la sfida più urgente per le nazioni, affinché si possa preservare la sovranità, la sicurezza e la stabilità democratica.
L’avvento dell’intelligenza artificiale generativa permette di fabbricare in tempi brevissimi articoli, immagini e video, simulando crisi interne agli stati ostili, diffondendo notizie false e creando contenuti virali ingannevoli.
Dunque, quando si parla di "riarmo" e più in generale di "difesa", diventa fondamentale che le nazioni sviluppino architetture capaci di difendere i confini cognitivi della pubblica opinione e di prevenire manipolazioni su larga scala delle proprie democrazie.
Un elemento centrale di questa guerra silenziosa è rappresentato dai cyberattacchi: attacchi contro centrali elettriche, ospedali, reti militari e sistemi di comunicazione, spesso orchestrati da attori statali o non statali.
Questi attacchi possono assumere forme molteplici, dal sabotaggio delle reti satellitari che alimentano le comunicazioni globali, alla manipolazione dei feed dei social media, alla messa in atto di incursioni di droni non identificati che sorvolano aeroporti e spazi aerei. In quest’ambito, i droni senza pilota vengono spesso impiegati come strumenti di sorveglianza o come vettori di esplosivi, con la principale funzione di raccogliere informazioni sensibili o di lanciare attacchi mirati, rappresentando così un’insidia sottile e persistente.
Un’altra dimensione di questa guerra invisibile riguarda la disinformazione, un vero e proprio assalto psicologico volto a manipolare le menti e le opinioni pubbliche. Le campagne di disinformazione, orchestrate da attori statali e non, mirano a polarizzare le società, destabilizzare i processi democratici e minare la coesione interna di nazioni e alleanze. Tecnologie come i deepfake, le farm di troll, i bot automatizzati e le fake news sono strumenti di questa nuova guerra dell’informazione, utilizzati per distorcere le narrazioni politiche, influenzare le elezioni e diffondere fake content che creano confusione e sfiducia.
Gli obiettivi di queste operazioni sono molteplici e spesso mirano a sfruttare vulnerabilità interne per conseguire vantaggi strategici.
Tra i casi più emblematici vi sono la “weaponizzazione” della migrazione per destabilizzare i confini, la propaganda speculare che accusa l’Europa di aggressioni e le pressioni crescenti sul fronte orientale dell'Unione Europea per compromettere l’indipendenza energetica, la protezione delle infrastrutture critiche, la stabilità delle catene di approvvigionamento e la continuità delle comunicazioni.
Ad esempio, a proposito dell’arma della migrazione, Fidel Castro la utilizzò contro gli Stati Uniti in almeno tre diverse occasioni tra gli anni ‛60 e ‛90, la più nota delle quali nel 1980 vide la partenza verso la Florida di oltre 125.000 cubani, al fine di ottenere una varietà di di concessioni.
O come negli anni ‛70, quando fu l’ambasciatore indiano presso le Nazioni Unite Samar Sen ad accusare il Pakistan di aver spinto più di dieci milioni di rifugiati ad attraversare il confine ed entrare illegalmente nel suo paese. Oppure come nella seconda metà degli anni ‛80, quando la Germania Est prometteva a rifugiati provenienti dal Medio Oriente un “transito rapido e agevole” verso la Germania Ovest. O come durante la crisi del Kosovo del 1999, quando il presidente Milosevic minacciò di espellere quasi un milione di albanesi kosovari. (fonte RAI News)
Ad esempio, in termini di propaganda speculare, le narrative propagandistiche diffuse dalla Russia e amplificate in Italia da alcuni media e partiti, secondo cui sono gli ucraini a perseguitare le minoranze russofone, dipingendo l'aggressione russa come legittima e giustificata.
Si tratta di vere e proprie "campagne di cognitive warfare", ricorda l’Institute for The Study of War (link), che si avvalgono di veri e propri “soldati cognitivi”, ovvero agenti di influenza individuali, come giornalisti, divulgatori, professori o personalità di spicco e capaci di influenzare l’opinione pubblica o interi apparati, come agenzie di informazione e mass media, infiltrando narrazioni distorte con il chiaro intento di manipolare le percezioni dell’opinione pubblica, dall’agenda massmediale a quella politica, fino al reclutamento di uomini per fini bellici.
Tutto ciò attraverso lo sfruttamento dei bias cognitivi, delle emozioni primarie (come rabbia, paura) e delle linee di faglia sociali e politiche all’interno degli Stati target, minando la fiducia e la coesione popolare, esercitando sui governi nazionali confusione e pressione portandoli, così, alla confusione e inducendoli alla disunione e all’inazione.
In particolare, il forte pregiudizio antiamericano esistente in Italia, che pur è un pilastro dell’alleanza atlantica e dell’Occidente.
L’origine di questa diffidenza risiede, secondo il senatore di Scelta Civica Alessandro Maran, in un’antinomia tra le culture nazionali italiane tradizionali e la civiltà americana, vista come simbolo di liberalismo e modernità. (link)
«In Italia, si sa, ci sono almeno tre correnti antiamericane: di destra, di sinistra e cattolica; detto altrimenti c’è l’antiamericanismo come nazionalismo, come anticapitalismo e come protesta contro la modernità».
D’altra parte - come sottolinea Emilia Patta, caposervizio e inviata parlamentare del Sole 24 Ore - "è stata Barbara Spinelli a parlare di “smemoratezza patteggiata” e di “reminiscenza rivendicativa” per descrivere il sostanziale vuoto di pensiero sul significato storico del 1989 (buona parte dei dirigenti del Pci accettarono la Svolta di Achille Occhetto per necessità e non per reale convinzione: da qui la difficoltà a fare i conti con il passato criminale dei regimi comunisti)."
Questo vuoto e questa diffidenza si alimentano anche di una narrazione ideologica, soprattutto a sinistra, che ha radici storiche profonde, che si è sviluppata durante la Guerra Fredda e che oggi sopravvive spesso in nome di un “campismo” rivolto ai regimi sedicenti socialisti o anti-imperialisti, come il Venezuela madurista, tanto per fare un esempio attuale.
Il concetto di “minaccia ibrida” (hybrid threat) fu inizialmente proposto nel 2010 in sede NATO, come Capstone Concept, e viene definito come una minaccia che impiega simultaneamente strumenti convenzionali e non convenzionali nel perseguimento degli obiettivi strategici dell’aggressore.
La risposta a queste minacce non può più essere esclusivamente militare: essa deve essere multidimensionale, coinvolgendo aspetti psicologici, sociali e digitali.
La sfida è complessa, poiché la guerra moderna si combatte anche con la verità e con strumenti di contro-informazione capaci di smascherare le manipolazioni avversarie.
In quest’ottica, le tecnologie di intelligenza artificiale generativa e le reti antagoniste (GAN) giocano un ruolo cruciale: esse permettono di rilevare e smascherare deepfake, di generare contenuti di contro-informazione e di sabotare i sistemi di diffusione di contenuti ostili.
Per esempio, durante l’ascesa dell’ISIS e del suo autodichiarato califfato, si verificò un’esplosione di video e immagini di propaganda che glorificavano il jihad contro l’Occidente. In risposta, furono sviluppate reti neurali capaci di saturare il web con contenuti interpolati e di confondere le narrazioni ostili.
Similmente, l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa permette di fabbricare in tempi brevissimi articoli, immagini e video, simulando crisi interne agli stati ostili, diffondendo notizie false e creando contenuti virali ingannevoli.
L’utilizzo di deepfake e immagini generate dall’AI può essere impiegato per fabbricare eventi, impersonare leader politici o simulare crisi, come nel caso dell’immagine falsa di un’esplosione al Pentagono che causò un temporaneo crollo delle borse.
Le reti di propaganda automatizzate, i troll farms e i bot intelligenti sono strumenti che alimentano questa guerra invisibile, diffondendo contenuti persuadenti ma ingannevoli.
Dunque, per contrastare i bot e le farm di troll sui social media, si rende necessario sabotare gli algoritmi di raccomandazione e di targeting comportamentale, con lo scopo di frammentare i monoliti narrativi, promuovere il pensiero critico e ridurre il rischio di radicalizzazione.
Tra le strategie più diffuse vi sono:
- Contro-disinformazione: individuare e neutralizzare le narrazioni false prima che si diffondano.
- Sabotaggio algoritmico: disturbare i sistemi di intelligenza artificiale avversari e avvelenare le loro pipeline di dati.
- Manipolazione strategica: modellare narrazioni proattivamente per rafforzare la resilienza delle popolazioni.
- Trasparenza e resilienza: educare il pubblico, promuovere l’alfabetizzazione mediatica e rafforzare le istituzioni democratiche.
- Governance dell’AI: stipulare norme e trattati internazionali per limitare l’uso delle AI generative nella guerra dell’informazione, soprattutto in relazione a Cina e Russia, al fine di preservare la catena di comando e il deterrente.
- Partnership tecnologiche: collaborare con piattaforme e sviluppatori per individuare e mitigare le minacce di media sintetici.
Infine, le capacità di analisi delle emozioni e dei sentimenti di popolazioni da parte dell’AI permettono di tailorare messaggi specifici, sfruttando paure e divisioni sociali per destabilizzare dall’interno.
Inoltre, la decisione autonoma delle AI nelle pianificazioni strategiche e nelle operazioni militari accelera i processi decisionali e può superare le strutture di comando più lente, rendendo la guerra cognitiva un campo di battaglia di estrema complessità e pericolosità.
In conclusione, la guerra ibrida moderna si combatte soprattutto con la mente e con l’informazione. Una nazione in balia della propaganda e divisa in opposte fazioni non è in condizione di difendersi.

