Mentre famiglie e imprese fanno i conti con il caro energia, Eni annuncia utili in crescita del 70%, un dividendo straordinario da 1,3 miliardi e un maxi riacquisto di azioni proprie.
Lo Stato controlla un terzo della società, ma gli italiani continuano a pagare prezzi energetici pesanti. E mentre i grandi gruppi festeggiano, sugli autotrasportatori che protestano incombe la minaccia della precettazione.
Volete sapere chi continua a guadagnare miliardi mentre gli italiani fanno i conti con il prezzo della benzina, del gasolio e delle bollette? Basta leggere i risultati di Eni pubblicati questa mattina. Il colosso energetico ha chiuso i primi nove mesi del 2026 con 6,44 miliardi di euro di utile netto rettificato, il 70% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Considerando l'utile netto contabile, il risultato raggiunge addirittura 7,59 miliardi di euro, con una crescita del 202%.
Numeri impressionanti. E non finisce qui. Il consiglio di amministrazione ha deliberato un dividendo straordinario da circa 1,3 miliardi di euro, che sarà distribuito agli azionisti a dicembre. Contemporaneamente ha aumentato a 3,8 miliardi il programma annuale di riacquisto di azioni proprie.
Per i vertici della società sono risultati eccellenti. Per gli azionisti una notizia da festeggiare. Per milioni di cittadini alle prese con il costo dell'energia, invece, quei numeri sollevano una domanda molto meno piacevole: perché la ricchezza prodotta in un settore essenziale continua a trasformarsi in rendimenti miliardari, mentre famiglie e imprese devono attendere interventi pubblici per difendersi dai rincari?
I miliardi di Eni e il paradosso di uno Stato che incassa ma non protegge abbastanza
C'è un particolare che rende questa vicenda ancora più politicamente esplosiva. Eni non è una società interamente privata, sulla quale il governo non abbia alcuna possibilità di incidere.
Il Ministero dell'Economia possiede direttamente il 2,17% del capitale, mentre Cassa Depositi e Prestiti controlla un ulteriore 30,92%. Complessivamente, dunque, la partecipazione riconducibile al controllo pubblico raggiunge il 33,09%. È la stessa Eni a riconoscere che il Ministero dell'Economia esercita il controllo di fatto sulla società.
Una partecipazione che significa anche dividendi per gli azionisti pubblici, oltre a quelli destinati agli investitori privati. Ma proprio questa circostanza rende inevitabile una riflessione sul ruolo dello Stato: può limitarsi a comportarsi da azionista soddisfatto quando il settore energetico produce guadagni straordinari, oppure deve utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per tutelare maggiormente i cittadini?
Naturalmente Eni opera sui mercati internazionali e i suoi profitti non derivano esclusivamente dalle bollette o dai rifornimenti pagati dagli italiani. Sarebbe scorretto sostenerlo. Ma sarebbe altrettanto assurdo ignorare il legame fra gli elevati prezzi internazionali degli idrocarburi e il miglioramento dei risultati economici delle compagnie petrolifere.
Lo dimostra anche il bilancio appena pubblicato: Eni ha beneficiato di uno scenario favorevole delle materie prime, insieme all'aumento della produzione e al miglioramento dei margini industriali. Nel terzo trimestre il solo settore esplorazione e produzione ha registrato un utile operativo rettificato di 4,63 miliardi di euro, in aumento del 76%. Anche la raffinazione ha visto crescere nettamente la propria redditività.
In altre parole, quello che per milioni di consumatori rappresenta un costo sempre più pesante può diventare, per le società energetiche, un'occasione di guadagno eccezionale. Non è necessariamente una prova di speculazione illecita, ma è una contraddizione economica e sociale che la politica non può fingere di non vedere.
La tassa sugli extraprofitti: Meloni ha il coraggio di passare dalle parole ai fatti?
La questione centrale è proprio questa: cosa ha fatto il governo Meloni per recuperare una parte degli extra guadagni legati alla crisi energetica e redistribuirla a favore di chi ne sopporta i costi?
Una tassazione straordinaria dei profitti energetici non è un'invenzione dell'opposizione italiana. Nel 2022 l'Unione europea aveva già introdotto un contributo temporaneo di solidarietà a carico delle imprese del settore.
Nell'agosto 2026, inoltre, sei governi europei, compreso quello italiano, hanno chiesto di valutare una nuova iniziativa comune sugli extraprofitti. L'Ue ha risposto che in base alla normativa vigente nulla ostacolava la possibilità dei singoli Stati di applicare autonomamente una tassazione sugli extraprofitti!
È qui che la responsabilità politica di Giorgia Meloni e del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti diventa impossibile da eludere. Il governo può discutere dei limiti tecnici e giuridici di una tassa straordinaria, può sostenere che un prelievo mal progettato rischierebbe di penalizzare gli investimenti. Sono questioni legittime, che vanno affrontate. Ma deve anche spiegare agli italiani perché, davanti a risultati economici di questa portata, non sia stata ancora adottata una nuova misura nazionale capace di recuperare almeno parte degli utili eccezionali per sostenere concretamente famiglie e imprese.
Non basta dichiararsi contrari alle speculazioni. Bisogna dimostrare di voler intervenire là dove si concentrano i guadagni più elevati.
Autotrasportatori allo stremo: per loro aiuti insufficienti e minaccia di precettazione
Il contrasto diventa ancora più evidente osservando quello che sta accadendo in queste stesse ore sulle strade italiane. Da giorni gli autotrasportatori protestano contro il caro gasolio, denunciando una situazione diventata insostenibile per numerose imprese. Il carburante è una delle principali voci di costo del trasporto merci e i rincari rischiano di mettere fuori mercato soprattutto le aziende più piccole.
Il governo ha approvato nuovi interventi non strutturali che definire ridicoli è dir poco, destinando 105 milioni di euro aggiuntivi al settore dell'autotrasporto, 60 milioni all'agricoltura e 10 milioni alla pesca. Nel frattempo, la Commissione di garanzia sugli scioperi ha chiesto alle autorità competenti di intervenire per ripristinare la circolazione dei beni essenziali. Sul tavolo è arrivata anche l'ipotesi della precettazione.
Ed ecco il paradosso politico.
Da una parte un gruppo energetico partecipato dallo Stato che annuncia miliardi di utili e una remunerazione straordinaria degli azionisti. Dall'altra lavoratori e piccoli imprenditori costretti a mobilitarsi perché il costo del carburante sta divorando i margini delle loro attività. Per i primi, le congratulazioni dei mercati finanziari. Per i secondi, contributi pubblici, richiami all'ordine e la prospettiva di un provvedimento per imporre la ripresa delle attività. Una ripresa in perdita!
Naturalmente i blocchi che impediscono la distribuzione di medicinali, alimenti e beni indispensabili pongono un problema serio, e gli episodi di intimidazione non possono essere giustificati. Ma questo non autorizza il governo a considerare l'ordine pubblico una risposta sufficiente a una protesta che nasce anche da difficoltà economiche concrete. Prima di pensare a precettare chi protesta contro il costo del gasolio, Meloni e Salvini dovrebbero spiegare perché il Paese non riesce a proteggere adeguatamente chi di quel gasolio ha bisogno per lavorare.
Cinque miliardi per gli azionisti, mentre per i cittadini si cercano risorse
Il dato che più colpisce è quello relativo alla distribuzione della ricchezza. Eni ha annunciato un dividendo straordinario da 1,3 miliardi e ha portato il programma di riacquisto delle proprie azioni a 3,8 miliardi di euro per il 2026. Nel complesso, si tratta di strumenti di remunerazione del capitale per un valore programmato superiore a 5 miliardi di euro, pur con modalità ed effetti diversi.
Non sono soldi sottratti direttamente al bilancio dello Stato, né risorse che il governo potrebbe automaticamente trasferire ai cittadini. Ma rappresentano una dimensione finanziaria enorme, soprattutto se confrontata con i fondi aggiuntivi messi a disposizione per fronteggiare l'emergenza degli autotrasportatori.
E allora la domanda è inevitabile: possibile che si riescano a mobilitare miliardi per premiare il capitale, ma che per contrastare il caro energia si debba continuamente ricorrere a ristori, crediti d'imposta e provvedimenti temporanei?
Una società quotata deve rispettare i propri azionisti, investire, garantire solidità finanziaria e produrre risultati economici. Nessuno pretende che Eni lavori in perdita. Ma una società strategica, controllata di fatto dallo Stato, non può essere completamente estranea al dibattito sulla sostenibilità sociale dei prezzi dell'energia. Il problema non è che Eni faccia utili. Il problema è quale parte della ricchezza generata in una fase di prezzi eccezionalmente elevati debba contribuire a sostenere il Paese.
Meloni deve scegliere da che parte stare
Giorgia Meloni ha costruito una parte importante della propria narrazione politica sulla difesa dell'interesse nazionale, delle famiglie, delle imprese italiane e di chi lavora.
Ma l'interesse nazionale non può essere invocato soltanto nei discorsi. Non può ridursi alla soddisfazione per i risultati di una grande impresa partecipata quando milioni di cittadini continuano a pagare il prezzo delle tensioni internazionali sull'energia. Non può significare chiedere sacrifici a chi trasporta merci, coltiva i campi o manda avanti un'attività, senza pretendere un contributo proporzionato da chi beneficia maggiormente della congiuntura.
E soprattutto non può tradursi nella convinzione che i problemi economici si risolvano prevalentemente con misure di emergenza, mentre le scelte strutturali vengono continuamente rinviate.
Il governo avrebbe la possibilità di promuovere un confronto serio su una nuova fiscalità degli extraprofitti, sulla destinazione delle entrate pubbliche derivanti dalle partecipazioni energetiche e sulla tutela dei consumatori. Dovrebbe spiegare quali strumenti intende adottare, con quali tempi e con quali risultati attesi. Invece, ancora una volta, sono i cittadini a dover chiedere risposte, mentre le grandi compagnie annunciano risultati che superano le aspettative.
Sette miliardi e mezzo di utile netto in nove mesi. Un dividendo straordinario da 1,3 miliardi. Un piano di riacquisto di azioni da 3,8 miliardi. E, dall'altra parte, cittadini e imprese alle prese con il caro energia.
Questi sono i numeri. E sono sufficienti per chiedere a Palazzo Chigi conto delle proprie scelte.
Perché se il governo trova il modo di intervenire quando gli autotrasportatori bloccano le strade, dovrebbe trovare anche il coraggio politico di intervenire sulle distorsioni economiche che alimentano quelle proteste.
Prima di precettare gli altri, Meloni e i suoi ministri dovrebbero precettare se stessi. E cominciare finalmente a governare nell'interesse di chi paga il conto.


