Come può un Paese definirsi moderno, democratico e libero quando, per decenni, uno dei suoi più discussi progetti infrastrutturali – il ponte sullo Stretto di Messina – è rimasto ostaggio dell’eterno rinvio? Da quarant’anni, la sola parola "ponte" scatena dibattiti infiniti, promesse elettorali, conferenze stampa, e poi... il nulla. Una paralisi che non è solo amministrativa, ma culturale, politica, morale.

La questione non è più, o almeno non dovrebbe più essere, se il ponte vada costruito o meno. La questione, oggi, è capire perché un’opera che potrebbe rappresentare una svolta strategica per il Sud e per tutto il Paese viene continuamente strumentalizzata, ridotta ad un simbolo ideologico: se sei di destra, sei a favore; se sei di sinistra, sei contrario. È questo il livello della discussione pubblica in Italia? Una democrazia matura si interroga su progetti del genere con serietà, con studi, con numeri, con visione a lungo termine, non con slogan da comizio.

Un Paese moderno dovrebbe valutare le grandi opere in base all’impatto economico, ambientale, sociale, e non in base a chi le propone. Un Paese democratico dovrebbe coinvolgere le comunità locali, i tecnici, i cittadini, per capire cosa serve davvero, come farlo e con quali risorse. Un Paese libero dovrebbe avere il coraggio di decidere, non di galleggiare nell’ambiguità per mero calcolo elettorale.

Invece, da decenni, sul ponte si costruisce solo propaganda. E intanto la Sicilia resta scollegata dal resto d’Italia non solo fisicamente, ma mentalmente. I trasporti ferroviari sono da terzo mondo, le infrastrutture cadono a pezzi, l’alta velocità finisce a Napoli come se oltre ci fosse il nulla. Eppure si continua a parlare, parlare, parlare. Parlare per non fare nulla!

Perché non si guarda mai al bene pubblico? Perché ogni decisione viene letta solo in funzione del consenso del momento? Perché la classe dirigente – tutta, nessuno escluso – non riesce a guardare oltre il proprio ombelico?

Un Paese così fatto è un Paese morto. Perché un Paese che ha paura di scegliere, di decidere e di fare è un Paese che rinuncia al futuro. E un Paese che rinuncia al futuro è destinato all’oblio.

Non si tratta più del ponte. Si tratta di tutto il resto. Della capacità, o incapacità, di pensare in grande, di progettare, di realizzare. Di uscire da questo eterno presente fatto di polemiche sterili, e di tornare a costruire davvero, prima che sia troppo tardi.