Tra guerra e diplomazia, torna a salire la tensione tra Stati Uniti, Israele e Iran
Secondo indiscrezioni provenienti da fonti statunitensi, israeliane e iraniane, la Casa Bianca avrebbe giudicato “insufficiente” la nuova proposta avanzata da Teheran per fermare il conflitto e riaprire il negoziato sul nucleare, lasciando intendere che, senza concessioni sostanziali, gli Stati Uniti potrebbero tornare rapidamente all’opzione militare.
Il quadro emerso nelle ultime ore racconta di trattative indirette ancora estremamente fragili, accompagnate però da un’escalation verbale e militare che fa temere una possibile ripresa delle ostilità già nei prossimi giorni. Secondo il sito americano Axios, citato da fonti vicine ai negoziati, Washington ritiene che il documento aggiornato presentato dall’Iran contenga solo modifiche “simboliche” rispetto alle proposte precedenti e non affronti il nodo centrale della crisi: l’arricchimento dell’uranio.
Gli Stati Uniti, infatti, continuano a pretendere impegni chiari sul blocco dell’arricchimento e sulla consegna delle scorte di uranio altamente arricchito già presenti sul territorio iraniano. Teheran, al contrario, avrebbe ampliato le proprie garanzie sul mancato sviluppo di armi nucleari senza però accettare di rinunciare al proprio programma di arricchimento, considerato dalla leadership iraniana un diritto non negoziabile. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha ribadito che l’Iran “non rinuncerà mai” a tale prerogativa, definendola il principale punto di scontro con Washington.
A rendere ancora più pesante il clima sono state le dichiarazioni di un alto funzionario americano, secondo cui “se l’Iran non cambierà posizione, gli Stati Uniti saranno costretti a continuare i negoziati con le bombe”. Una frase che fotografa perfettamente la linea dura assunta dall’amministrazione Trump, convinta che Teheran stia prendendo tempo per evitare un nuovo attacco militare statunitense o israeliano.
Sul fronte iraniano, invece, le autorità sostengono che Washington abbia mostrato una maggiore flessibilità durante gli ultimi incontri, soprattutto sul tema delle sanzioni petrolifere e dei fondi iraniani congelati all’estero. Secondo fonti riportate da Reuters, gli Stati Uniti avrebbero persino accettato in linea di principio di sbloccare il 25% delle risorse iraniane congelate, mentre Teheran continua a chiedere il rilascio totale delle somme.
La proposta iraniana, composta da 14 punti secondo l’agenzia Tasnim, prevederebbe un cessate il fuoco immediato, la revoca completa delle sanzioni e la riapertura dello Stretto di Hormuz, rinviando però a una fase successiva il confronto dettagliato sul programma nucleare. Una posizione che Washington considera insufficiente e che alimenta il timore di un imminente fallimento diplomatico.
Nel frattempo anche Pakistan sarebbe stato coinvolto come intermediario. Secondo fonti pakistane citate da Reuters, Islamabad avrebbe trasmesso durante la notte una versione modificata della proposta iraniana agli Stati Uniti, avvertendo però che il tempo a disposizione per trovare un’intesa starebbe rapidamente finendo.
Parallelamente crescono i segnali di preparativi militari. Il New York Times ha rivelato che il Pentagono starebbe valutando la possibilità di riattivare l’operazione “Epic Rage”, sospesa dopo il cessate il fuoco annunciato da Trump il 7 aprile scorso. Secondo fonti della regione citate dal quotidiano americano, Stati Uniti e Israele starebbero conducendo “preparativi intensivi”, i più importanti dall’inizio della tregua, per essere pronti a colpire nuovamente l’Iran anche entro questa settimana.
Anche il governo israeliano appare ormai orientato verso un possibile ritorno alle operazioni militari. Il premier Benjamin Netanyahu avrebbe discusso telefonicamente con Trump la possibilità di riprendere gli attacchi contro l’Iran. Secondo fonti israeliane, la decisione finale dipenderebbe direttamente dalla Casa Bianca, ma le forze armate di Tel Aviv avrebbero già aumentato il livello di allerta. Gli obiettivi principali, in caso di nuova offensiva, sarebbero le infrastrutture energetiche iraniane, ritenute cruciali per spingere Teheran verso una posizione negoziale più morbida.
Nel Golfo Persico, intanto, la presenza militare americana continua a rafforzarsi. L’esercito statunitense ha annunciato che le proprie forze dispiegate nel Mare Arabico, vicino allo Stretto di Hormuz, hanno già diretto 84 navi commerciali e “neutralizzato” altre quattro dall’inizio del blocco navale contro l’Iran.
Trump, come spesso accade nei momenti di massima tensione internazionale, ha affidato ai social messaggi estremamente aggressivi. Sul suo social network Truth Social ha pubblicato immagini di una mappa del Medio Oriente con colori della bandiera americana e linee dirette verso l’Iran, oltre a una foto generata con intelligenza artificiale che lo ritrae mentre preme un pulsante rosso circondato da esplosioni. In un altro messaggio ha scritto: “Per l’Iran il tempo sta scadendo, devono muoversi rapidamente o non resterà più nulla”.
La crisi, però, sta producendo effetti anche all’interno degli Stati Uniti. Un sondaggio del New York Times realizzato insieme a Siena College mostra infatti che la maggioranza degli elettori americani ritiene sbagliata la scelta di Trump di entrare in guerra con l’Iran. Il consenso del presidente sarebbe sceso al 37%, il livello più basso del suo secondo mandato, mentre crescono le preoccupazioni economiche e politiche in vista delle elezioni di medio termine.
Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la sicurezza nazionale e la politica estera del Parlamento (posizione che lo rende una voce autorevole in materia di difesa e politica internazionale in Iran), in un’intervista rilasciata ad Al Masirah ha dichiarato: «Di fronte a qualsiasi aggressione contro il nostro Paese, risponderemo con ancora maggiore forza e siamo pronti a tutti gli scenari».
Ha poi aggiunto: «Gli americani devono arrendersi alla diplomazia e alle nostre condizioni oppure affrontare la nostra potenza missilistica».
Rezaei ha anche affermato: «Qualsiasi nuova aggressione provocherà una maggiore umiliazione per Trump e la storia dello Stretto di Hormuz non tornerà più alla situazione precedente. Nessuna potenza sarà in grado di riaprirlo senza il nostro consenso».
Ha poi proseguito così: «Stiamo attuando un nuovo sistema giuridico e approvandolo nel Parlamento della Repubblica Islamica per la gestione dello Stretto di Hormuz e, sulla base di questo, alle navi nemiche non sarà consentito il passaggio».