Amarcord: Francesco Romano
Ci sono fili sottili, invisibili eppure d’acciaio, che legano la storia di una città a quella di un uomo che ci passa quasi per caso, cambiando tutto. Se chiudi gli occhi e pensi al Napoli del primo scudetto, la mente va subito al genio assoluto di Diego, alla foga di Bagni, ai gol di Giordano. Ma c’è un respiro, un battito regolare che ha permesso a quella meravigliosa macchina da guerra di mettersi in moto, e quel battito ha il nome e il cognome di Francesco Romano. Arrivò all’ombra del Vesuvio nell'ottobre del 1986, in un autunno che profumava già di storia ma che portava con sé i dubbi di un inizio di campionato zoppicante, privo di quella luce geometrica capace di far girare la squadra. Il Napoli lo prese dalla Triestina, in Serie B, quasi in silenzio, mentre i riflettori erano tutti per i grandi palcoscenici. Eppure, dal momento esatto in carezza il prato del San Paolo, quell'uomo con la maglia numero quattro sulle spalle e i modi composti sembra prendere in mano le chiavi della città. Non aveva il passo del velocista, Romano, ma possedeva la dote più rara per un centrocampista: la velocità del pensiero. Laddove gli altri correvano, lui guardava; laddove gli altri lottavano, lui trovava la linea di passaggio pulita, limpida, quasi geometrica. Diventò subito il "Tota", il geometra di un’orchestra che aspettava solo il suo direttore d'aula per permettere al primo violino, Maradona, di suonare la melodia più alta. C’è una poesia profonda nel suo modo di stare in campo, una pulizia stilistica che contrastava e al tempo stesso esaltava la foga agonistica dei compagni di reparto. Esordisce contro la Roma, una partita sentita e bloccata, e con la sua calma olimpica trasforma la transizione del Napoli in un meccanismo perfetto. Con lui in campo la squadra non perde quasi più, trova equilibrio, impara a respirare nei momenti di affanno e ad accelerare quando lo decide il suo cervello geometrico. Segna anche gol pesanti, come quello alla Juventus, ma la sua vera bellezza stava nell'ombra, in quell'altruismo calcistico di chi sa che il passaggio perfetto vale quanto una rete. Francesco Romano ha rappresentato l'anello mancante, la normalità straordinaria che ha reso possibile il mito. Quando il San Paolo esplose in quel maggio del 1987, festeggiando un trionfo atteso da sessant'anni, nei caroselli e nelle lacrime della gente c'era impresso lo stile discreto di questo ragazzo venuto dal nord ma diventato napoletano nell'anima e nel destino. Un ricordo che non sbiadisce, perché la bellezza del calcio risiede spesso proprio in quegli eroi silenziosi che, senza urlare mai, hanno saputo indicare la strada per il paradiso.