Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha presieduto l'Assemblea Plenaria del Consiglio Superiore di Magistratura. Il Plenum si è riunito questa mattina a Palazzo Bachelet. Prima dell'avvio dei lavori il Capo dello Stato ha preso la parola:
Prima di dare la parola al relatore vorrei aggiungere che sono consapevole che non è consueta la presenza del Presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in undici anni.Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura. Soprattutto, la necessità e l'intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare - particolarmente da parte delle altre istituzioni - nei confronti di questa istituzione.Istituzione non esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all'attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario.In questa sede, che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica - più che nella funzione di Presidente di questo Consiglio come Presidente della Repubblica - avverto la necessità di rinnovare con fermezza l'esortazione al rispetto vicendevole.In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza.Nell'interesse della Repubblica.
C'è una frase, breve e chirurgica, che da oggi pesa come un macigno sulla scrivania del Guardasigilli: "avverto la necessità di rinnovare con fermezza l'esortazione al rispetto vicendevole. In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza. Nell'interesse della Repubblica". Non è un richiamo generico al galateo istituzionale. È un cartellino giallo con la firma del Presidente della Repubblica. E se il Capo dello Stato sente il bisogno di presentarsi di persona al Plenum del CSM — cosa che lui stesso ricorda non essere mai accaduta "in undici anni" — significa che qualcuno, nel governo, ha superato il limite.
Quel "qualcuno" ha nome e cognome: Carlo Nordio, ministro della Giustizia, che ha scelto di definire il Consiglio Superiore della Magistratura — l'organo di autogoverno previsto dalla Costituzione — un "meccanismo paramafioso", arrivando a parlare di "verminaio correntizio" e "mercato delle vacche". Non è una critica: è un marchio d'infamia. È la scorciatoia di chi, invece di sostenere riforme con argomenti, preferisce delegittimare l'istituzione che non gli obbedisce.
E allora, mettiamola giù semplice: se il CSM è "paramafioso", lo Stato cosa sarebbe? Un condominio colluso? Un sistema in cui, casualmente, solo una parte merita rispetto mentre l'altra può essere trascinata nel fango a colpi di metafore criminali? Mattarella, con la precisione di chi conosce la grammatica della Repubblica, ha ricordato l'ovvio: tutte le istituzioni hanno "difetti, lacune, errori" e tutte possono essere criticate. Ma criticate da istituzioni, non aggredite da un ministro che usa parole da comizio contro un potere dello Stato.
Il punto non è difendere "la corporazione delle toghe" — caricatura utile solo a chi vuole trasformare ogni discussione in una rissa — ma difendere il principio: la separazione e il rispetto tra poteri. Quando un ministro della Giustizia tira in ballo la mafia per descrivere il CSM, non sta "dicendo la sua". Sta compiendo un atto politico preciso: insinuare che l'arbitro sia truccato, che il campo sia marcio, che la legalità sia un'illusione. Così, domani, qualsiasi decisione sgradita potrà essere liquidata come frutto del "sistema". È la delegittimazione preventiva: una tecnica vecchia, ma sempre efficace.
Nel pieno del percorso verso il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026, evidentemente non avendo argomenti a supporto del Sì, Nordio ha deciso di alzare i decibel e di spostare il confronto dal merito al disprezzo. Una riforma si argomenta; un'istituzione si rispetta; un conflitto si governa. Lui, invece, alza la posta con parole che odorano di resa dei conti: "padrini", "consorterie", "percentuale bulgara". È propaganda travestita da diagnosi. (RaiNews)
A rendere ancora più grave la scena è un dettaglio che dovrebbe imbarazzare chiunque abbia a cuore il minimo sindacale della credibilità istituzionale: Mattarella non nomina Nordio, non entra nella disputa, non fa politica. Fa di peggio (per Nordio): fa il Presidente, cioè ricorda la linea di confine che un ministro non dovrebbe oltrepassare mai. "Questa sede deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a controversie politiche", dice. Traduzione: qui non si viene a fare campagna elettorale sulla pelle delle istituzioni.
E dopo il doveroso intervento di Mattarella la domanda è conseguente e inevitabile: Nordio è ancora in grado di fare il ministro della Giustizia se considera "paramafioso" il CSM? Perché qui non siamo davanti a una frase scappata male. Siamo davanti a una linea scelta consapevolmente: quella del conflitto permanente, dell'insinuazione, dell'erosione della fiducia pubblica. Un Guardasigilli dovrebbe essere il primo a difendere la credibilità della giustizia, anche quando la critica. Se invece la colpisce con un linguaggio da gogna, non sta riformando: sta incendiano.
Mattarella oggi ha finalmente fatto ciò che un Capo dello Stato fa quando vede il cortocircuito: ha messo un argine. Ma l'argine del Colle non può diventare l'alibi del governo per continuare come se niente fosse. Perché il rispetto "in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza" non è una formula cerimoniale: è la condizione minima per non trasformare la Repubblica in una guerra di trincea tra istituzioni. E se per ricordarlo serve l'intervento personale del Presidente, allora il problema non è il CSM: è chi, al ministero, ha deciso di trattarlo come un bersaglio.
Nel frattempo Giorgia Meloni, che sta seguendo le orme di Nordio "limitandosi" a delegittimare la magistratura, ha deciso di silenziare - almeno per il momento - il suo ministro della Giustizia.
Così, mercoledì pomeriggio alla Camera sarà il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani (FdI) a rispondere durante il question time all'interrogazione presentata dai dem su un'altra assurdità targata ministero della Giustizia: la richiesta dei nomi dei finanziatori del Comitato del No perché promosso dall'Associazione nazionale magistrati.


