Con il suo romanzo, Matteo Crudele esplora le soglie dell’animo umano tra giustizia, redenzione e memoria. Dai personaggi di Roy, Bill e Bisonte Nero emerge una riflessione profonda sul perdono e sul confine che separa — o unisce — mondi, culture e coscienze.


Roy McParson, lo sceriffo, è combattuto tra legge e giustizia: ti sei ispirato a qualcuno per costruirlo?

In realtà non c’è un modello preciso a cui mi sia ispirato. Tutti i personaggi del libro, in un modo o nell’altro, sono riflessi di ciò che vedo, che sento, e che porto dentro. Spesso mi accorgo che hanno tratti della mia personalità, anche se magari non me ne rendo conto subito mentre scrivo. E Roy McParson non fa eccezione. Roy è nato probabilmente dal mio senso di giustizia. È qualcosa che sento forte da sempre, quasi come un impulso naturale. Ma crescendo ho capito che il mondo non funziona sempre così: la giustizia, fuori, non è sempre quella che senti dentro. C’è chi la confonde con la vendetta, chi con il potere, chi con il semplice rispetto delle regole. Roy si trova proprio lì, in mezzo a questa confusione. Sa che la legge non basta, ma ha comunque paura di tradirla. Sa che la giustizia vera è un’altra cosa, ma non è facile seguirla quando tutto intorno rema contro.

Scriverlo è stato anche un modo per capire meglio me stesso. Perché anch’io, a volte, sento di dover fare i conti con un mondo che ha un’idea un po’ distorta di cosa sia giusto e cosa no. E allora mi chiedo: che farei io al posto di Roy? E se sbagliassi, saprei rimettermi in piedi?

Credo che Roy piaccia proprio per questo: non è perfetto. Ma è vero. E io credo che sia proprio questo che lo rende così umano.


Bill Rayer rappresenta il peso del passato: secondo te, si può davvero trovare redenzione?

Io credo di sì. Ma non è qualcosa che succede all’improvviso, né qualcosa che si “merita”. La redenzione, per come la vedo io, non è il premio per chi ha sbagliato un po’, ma una possibilità che si apre anche a chi ha sbagliato tanto. A chi porta dentro ferite che forse non guariranno mai, ma sceglie comunque di non restare fermo nell’oscurità.

Sarò onesto, Bill è un personaggio che mi ha fatto soffrire mentre lo scrivevo. Perché in lui c’è una violenza che si porta dietro, ma anche un dolore profondissimo, quasi nascosto. È un uomo che ha fatto cose terribili, ma che non si difende, non si giustifica. Cerca solo un modo per dare un senso a quello che resta. E secondo me, è lì che comincia la redenzione: quando non cerchi più di salvarti la faccia, ma comincia a pensare di salvare l’anima. Anche se fa male.

La redenzione non cancella il passato. Non cambia i fatti. Ma può cambiare il presente, e può cambiare il modo in cui guardi gli altri e te stesso. Bill infatti non chiede di essere capito. Ma quando, alla fine, guarda Bisonte Nero negli occhi… oppure si ritrova a pregare senza sapere nemmeno bene cosa stia facendo… lì, secondo me, accade qualcosa di vero.

È fragile, è imperfetto, ma è estremamente reale. E per me, in quei momenti, la redenzione non è più solo una parola difficile. Diventa carne, diventa sguardo. Ed in un certo senso diventa speranza.

Bisonte Nero incarna la memoria dei Nativi: come hai lavorato per rendere autentica la sua voce?

Ho capito fin da subito che Bisonte Nero non poteva essere solo un “personaggio”. Doveva essere una voce antica, insomma, qualcosa che va oltre l’individuo. In lui ci sono secoli di umiliazione, dignità, resistenza silenziosa. La sfida era grande: io sono un ragazzo europeo del ventunesimo secolo, e lui è il capo spirituale di un popolo sterminato, dimenticato, spesso rappresentato in modo sbagliato. Dovevo trattarlo con rispetto. E, soprattutto, dovevo ascoltare.

Per scrivere la sua voce ho letto molto, ma ho ascoltato ancora di più. Ho ascoltato discorsi reali di leader nativi, ho guardato documentari, ho cercato parole che non fossero solo “esatte”, ma anche cariche di verità. Ma alla fine ho capito che la cosa più importante era il silenzio. Perché i personaggi come Bisonte Nero parlano anche quando tacciono. Parlano con gli sguardi, con i gesti, con le attese. Non ho cercato di renderlo “perfetto”, l’ho voluto autentico. È stanco, ma non rassegnato. È colto, ma non secondo i criteri dei bianchi. È profondo, ma mai teatrale. Ha in sé una spiritualità che non si può spiegare con le categorie occidentali. Per questo, in molte parti del libro, ho lasciato che fosse il vento a raccontare per lui.

Alla fine, più che scrivere la sua voce, ho provato a farle spazio, a non coprirla. E credo che chi leggerà Land of the Free sentirà che la sua voce non viene solo dalla lettura delle pagine… ma da qualcosa di molto più lontano, e di più vicino al tempo stesso.


I tuoi personaggi vivono spesso in bilico tra mondi opposti: quanto conta per te il tema del confine, anche simbolico?

Il confine, per me, è tutto. Non solo come spazio fisico, quella frontiera, la terra contesa, la linea che separa il villaggio dei nativi dalla ferrovia dei coloni, ma direi come condizione umana. Credo che viviamo costantemente in bilico tra due mondi: tra chi siamo e chi vorremmo diventare, tra ciò che ci è stato insegnato e ciò che scopriamo da soli, tra paura e coraggio, rabbia e perdono.

In Land of the Free nessuno è completamente da una parte. Ogni personaggio è come attraversato da un confine invisibile. Roy, ad esempio, vive tra il dovere e il dubbio. Bill invece tra il passato e il possibile riscatto. E Bisonte Nero tra ciò che ha perduto e ciò che ancora può trasmettere. Ma è proprio su quel confine, su quella soglia fragile, che succedono le cose più vere. Le trasformazioni, gli incontri. E le rivelazioni.

Io credo che il confine non sia un muro, ma una porta. E come tutte le porte, può restare chiusa… oppure spalancarsi. E se decidi di attraversarla, forse scopri che dall’altra parte non c’è un nemico, ma un fratello. O magari una versione nuova di te stesso.

Chi leggerà Land of the Free non troverà verità già pronte, ma tanti confini da attraversare. E credo che, proprio camminando su quella linea sottile, potrà scoprire che è lì, nell’incertezza, nel dubbio, o nel vento che cambia direzione, che nasce la libertà più autentica. Quella che non ti divide dagli altri, ma ti unisce.

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