Nell’ex convento di Sant’Antonio, un dibattito di alto profilo organizzato dall’UDI mette a nudo le due anime della riforma: tra il desiderio di un "giudice terzo" e il timore di una deriva autoritaria
di Michele Varrà
LAUREANA DI BORRELLO – Non è stato il solito esercizio di retorica elettorale. Il convegno “Referendum Giustizia: le ragioni del SÌ e del NO”, svoltosi lo scorso 19 febbraio nella cornice storica dell’ex convento di Sant’Antonio, ha offerto un’analisi profonda e a tratti cruda su uno dei temi più divisivi del panorama costituzionale italiano. Organizzato dall’UDI (Unione Donne in Italia) e moderato con equilibrio dall’avvocato Giuseppe Barillà, l’incontro ha visto confrontarsi visioni opposte ma ugualmente appassionate sul futuro della magistratura.
Il richiamo alla consapevolezza
Ad aprire i lavori è stata Cettina De Nicola, presidente dell’UDI locale, che ha subito sgombrato il campo dalle superficialità: «Votare significa essere consapevoli. Non possiamo esprimerci su temi così delicati senza strumenti critici». Un richiamo al dovere civico che ha trovato sponda nei saluti istituzionali del sindaco di Laureana, prima che il dibattito entrasse nel vivo del tecnicismo giuridico.
Separazione delle carriere: parità o isolamento?
Il cuore del confronto è stata la storica battaglia dei penalisti: la separazione delle carriere. Per l'avvocato Giuseppe Milicia (Presidente della Camera Penale di Palmi), l'intervento sulla Costituzione è l’ultima spiaggia per scardinare un sistema "conservatore" fermo al 1941. «Il problema è culturale», ha incalzato Milicia. «Chi giudica e chi accusa non possono condividere la stessa appartenenza associativa....vogliamo un magistrato che abbia la cultura del dubbio».
Di segno opposto l’analisi del dottor Antonio Salvati, magistrato e volto del Comitato per il NO. Pur ammettendo le colpe comunicative della categoria, Salvati ha lanciato un monito severo: «Se dovesse vincere il SÌ, per me personalmente non cambierebbe nulla: né lo stipendio, né la carriera, né i presunti privilegi di casta. Il punto è un altro: la magistratura non ha saputo comunicare ed è stata percepita come un blocco conservatore, ma la riforma proposta è peggiore dello stato attuale. Non è eversiva, è semplicemente inutile e pericolosa. Inutile perché non risolve i problemi che dichiara di voler curare; pericolosa perché mina l'indipendenza del giudice...toglie il "freno a mano" della giurisdizione».
Intellettuali a confronto: tra "casta" e Libertà
Il dibattito si è acceso ulteriormente con il contributo degli scrittori Mimmo Gangemi e Santo Gioffrè, che hanno portato il punto di vista della società civile e della storia politica.
Il grido di Gangemi: lo scrittore ha citato dati allarmanti sugli errori giudiziari (con il 60% delle accuse che cade in giudizio) per denunciare una giustizia "con la febbre alta". «Cane non mangia cane», ha provocato, difendendo il sorteggio per il CSM come unico modo per spezzare il sistema delle correnti e delle raccomandazioni interne.
L'allarme di Gioffrè: diametralmente opposta la preoccupazione di Gioffrè, che legge nella riforma un tassello di un disegno autoritario più ampio. «Se si gerarchizza il PM e lo si mette sotto scacco politico, cade l'ultimo baluardo di libertà. Chi avrà più il coraggio di indagare sui poteri forti se il magistrato non è più protetto dalla sua autonomia?».
Alta Corte e Sorteggio: le nuove frontiere dello scontro
L'ultima parte del convegno si è concentrata sull'Alta Corte Disciplinare e sul sorteggio dei membri del CSM.
Milicia ha difeso il sorteggio come antidoto alla "giustizia domestica" che protegge i fedelissimi delle correnti. Salvati, di contro, ha risposto ai dubbi sull'Alta Corte con un'analisi tecnica e statistica, mettendo in guardia dai rischi di un doppio grado di giudizio disciplinare gestito da una possibile commissione composta nella sua maggioranza da politici.

