Salute

Inceneritore a Roma: La denuncia della pediatra Francesca Mazzoli e il rischio sanitario ignorato

In un momento in cui la salute pubblica dovrebbe essere il faro di ogni scelta politica, Roma si appresta a realizzare un impianto che solleva più di una perplessità. L’inceneritore di Santa Palomba, appena assegnato in via definitiva ad Acea Ambiente e partner con una concessione trentennale, costerà oltre un miliardo di euro e sarà gestito dalla società RenewRome. Ma a lanciare un grido d’allarme, forte e chiaro, è la dottoressa Francesca Mazzoli, pediatra con trent’anni di servizio al San Camillo di Roma e membro di ISDE Italia (Associazione Medici per l’Ambiente).

Intervistata dall’Agenzia di stampa “Dire”, Mazzoli non usa mezzi termini: «Bruciare rifiuti, con qualsiasi tecnologia, significa produrre sostanze tossiche». Ed è proprio da qui che parte la sua denuncia, corroborata da dati, studi scientifici e un’esperienza clinica sul campo.

Secondo Mazzoli, non esiste una distinzione reale tra “termovalorizzatore” e “inceneritore”: entrambi distruggono rifiuti attraverso combustione e generano emissioni tossiche. A preoccupare non è solo la zona immediatamente circostante – Santa Palomba, che già versa in condizioni ambientali critiche – ma anche le aree più distanti. I gas si diffondono, il particolato fine precipita al suolo, entrando nella catena alimentare: acqua, foraggi, ortaggi, latte. E poi nei nostri corpi.

Le sostanze emesse non sono un dettaglio trascurabile. Parliamo di PM2.5, diossine, metalli pesanti, tutte molecole fortemente correlate a malattie oncologiche, cardiovascolari, neurodegenerative e metaboliche, come attestato da studi europei e italiani. L’Agenzia Europea per l’Ambiente stima che ogni anno in Italia muoiano circa 47.000 persone per esposizione a PM2.5. Un dato che dovrebbe far tremare i polsi a qualsiasi amministratore.

Il quadro si fa ancora più drammatico se si guarda alle categorie più vulnerabili: donne in gravidanza, bambini, anziani. Le diossine, ad esempio, attraversano la placenta e si accumulano nel latte materno. I bambini, con il loro metabolismo immaturo, sono meno in grado di smaltire queste sostanze. I rischi? Non solo patologie respiratorie, ma anche autismo, disturbi dell’attenzione, malformazioni congenite, infertilità, fino a modificazioni epigenetiche che possono compromettere la salute per generazioni.

Il progetto promette di bruciare 600.000 tonnellate l’anno di rifiuti indifferenziati, ma Mazzoli sottolinea un aspetto che spesso viene taciuto: 150.000 tonnellate di ceneri tossiche ogni anno rimarranno da smaltire. Un quarto del materiale trattato finirà comunque in discarica o, peggio, in cemento e asfalti, rilasciando lentamente i contaminanti nel tempo. Non c’è scampo: l’inquinamento non si elimina, si redistribuisce.

L’Europa chiede di ridurre, riusare, riciclare. La Danimarca, patria del celebre inceneritore di Copenaghen, ha annunciato un taglio del 30% della capacità dei suoi impianti. E Roma? Va in direzione opposta, con un investimento che la legherà per 33 anni ad un modello già superato. Se nel frattempo la raccolta differenziata migliorasse, si arriverebbe addirittura a dover importare rifiuti per alimentare l’impianto, pur di non pagare penali alle aziende che lo hanno finanziato. Un paradosso grottesco.

E come se non bastasse, il sito scelto è tutt’altro che vergine. A 800 metri dall’impianto sorge la discarica di Roncigliano, attiva per 40 anni, che ha causato un inquinamento devastante delle falde acquifere. La falda coinvolta alimenta anche i laghi di Albano e Nemi, in crisi idrica, tanto che in estate l’acqua non può essere usata per irrigazione o lavaggio.

Il rapporto epidemiologico ERAS Lazio (aggiornato a settembre 2023) colloca Roncigliano tra le 5 discariche più pericolose del Lazio per impatto sanitario. Gli inceneritori di San Vittore e Colleferro – quest’ultimo chiuso per gravi irregolarità – hanno prodotto conseguenze sanitarie rilevanti: cancro, infarti, ictus, disfunzioni endocrine e difetti alla nascita.

Mazzoli ricorda lo studio condotto attorno all’inceneritore di Fusina in Veneto: le uova di galline allevate a terra avevano livelli di diossine tali da superare di sette volte il limite settimanale per un bambino. In Francia, attorno agli impianti di Parigi, ne è stato vietato il consumo. E l’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare ha ridotto nel 2018 il limite massimo tollerabile di diossina da 14 a 2 picogrammi, segno della gravità del problema. E qui parliamo di picogrammi, miliardesimi di milligrammo.

Secondo la pediatra, la soluzione esiste ed è nota da tempo: una raccolta differenziata spinta, in grado di ridurre la quantità di rifiuto indifferenziato alla fonte. Invece, Roma è inchiodata a un modello che le città europee stanno dismettendo. Nessuna apertura, nemmeno al confronto. Nessuna valutazione delle alternative. Solo la scelta imposta dall’alto, con un impianto che segnerà la salute di intere generazioni.

Le parole della dottoressa Mazzoli non sono allarmismo, ma una diagnosi chiara: l’inceneritore è una minaccia per la salute pubblica. E se si sceglie di ignorarla, è una responsabilità politica precisa. Perché quando si dice che “non inquinerà più di una strada trafficata”, si dimentica che a pagare il prezzo saranno i nostri figli. E questa, dati alla mano, non è un’ipotesi: è una certezza.

Autore Vincenzo Petrosino
Categoria Salute
ha ricevuto 348 voti
Commenta Inserisci Notizia