*_©Angelo Antonio Messina_
Fino al 13 settembre 2026, la Val Gardena si trasformerà in un laboratorio di immaginazione politica e poetica. Con la decima edizione, intitolata "Biennale Gherdëina 10 – (Future) Paradise Gardens", la manifestazione, inaugurata il 31 maggio, conferma la propria vocazione a mettere in dialogo l’arte contemporanea internazionale, il paesaggio alpino e le comunità che lo abitano. Sotto la curatela di Samuel Leuenberger, Ortisei e le numerose sedi diffuse nella valle non saranno semplicemente luoghi espositivi, ma parti attive di un progetto che interroga il presente e prova a costruire, attraverso l’arte, una visione condivisa del futuro.
Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. Il “giardino paradisiaco” non viene presentato come un luogo idilliaco, separato dai conflitti del mondo, bensì come uno spazio fragile, conteso e continuamente da reinventare. L’aggettivo “future”, posto tra parentesi, introduce una tensione: il paradiso non è ancora qui, forse non è mai esistito nella forma che immaginiamo, ma può diventare una direzione, un desiderio, una pratica collettiva. La biennale assume così il giardino come metafora complessa: luogo di cura, di crescita e di memoria, ma anche di controllo, esclusione, sfruttamento e violenza.

Questa ambivalenza è uno dei punti di forza dell’impostazione curatoriale. Le opere non sembrano limitarsi a illustrare un tema ecologico già noto, né a offrire una versione estetizzata della natura dolomitica. Al contrario, il progetto invita a guardare il paesaggio come un organismo storico e politico, attraversato da relazioni di potere, trasformazioni economiche e conflitti culturali. La montagna non è uno sfondo neutro: è un territorio vivo, segnato dall’artigianato, dal turismo, dall’industria, dalle tradizioni locali e dalle pressioni estrattive che ridisegnano continuamente il rapporto tra comunità e ambiente.
In questo senso, le Dolomiti svolgono un ruolo da protagonista. La loro bellezza spettacolare, spesso consumata attraverso immagini turistiche e rappresentazioni romantiche, viene sottratta alla semplice contemplazione. La Biennale Gherdëina la restituisce alla sua natura inquieta, fatta di stratificazioni geologiche, memorie linguistiche, economie locali e trasformazioni sociali. Il paesaggio diventa una materia da ascoltare, non soltanto da ammirare. La sua presenza introduce nella mostra una dimensione quasi sensuale e languida, ma anche una responsabilità precisa: amare un territorio significa riconoscerne le ferite e accettare la necessità di proteggerlo.
I capitoli tematici della biennale — “Commoning”, “Divine Love and Growth”, “Violent Garden”, “Queer Ecology”, “Botanical” e “Gardens as Spaces for Reflection and Poetry” — costruiscono una costellazione di prospettive. Il giardino, in questa struttura, non ha un significato unico. È comunità e solitudine, rifugio e frontiera, promessa e minaccia. È un luogo in cui gli esseri umani cercano di organizzare la vita, ma dove la vita sfugge continuamente al controllo.
“Commoning” sembra essere uno dei nuclei più urgenti dell’intero progetto. Il termine richiama la pratica del fare comune, della condivisione di risorse, saperi e responsabilità. In un’epoca dominata dalla privatizzazione degli spazi, dalla competizione e dalla trasformazione della natura in merce, il commoning propone un modello alternativo: il territorio come bene relazionale, costruito attraverso l’uso, la cura e la partecipazione. Applicato alla Val Gardena, questo concetto assume una forza particolare, perché si confronta con una regione in cui il patrimonio naturale e culturale è al tempo stesso vissuto quotidianamente e sottoposto a una crescente pressione turistica.
La biennale non sembra però indulgere in un’idea ingenua di comunità. Il comune non è necessariamente armonioso, inclusivo o privo di conflitti. Ogni forma di appartenenza può produrre esclusioni; ogni tradizione può diventare una barriera. È proprio qui che l’arte contemporanea può intervenire con efficacia: non offrendo soluzioni definitive, ma rendendo visibili le contraddizioni che la retorica della comunità tende a nascondere.
La sezione “Divine Love and Growth” introduce una dimensione più emotiva e spirituale. La crescita vegetale, la cura dei viventi e l’idea di amore vengono sottratte tanto al sentimentalismo quanto alla pura logica produttiva. Crescere non significa soltanto aumentare, espandersi, generare profitto. Può significare anche radicarsi, rallentare, trasformarsi, accettare la dormienza e la perdita. In questo orizzonte, la natura non è una riserva inesauribile di energia, ma un interlocutore dotato di tempi e necessità propri.
Il tema della dormienza è centrale anche nel progetto di Jacopo Belloni, "Dormancy", vincitore della 14ª edizione dell’Italian Council 2025. Sviluppato tra Ginevra, Marsiglia, Porto e la Val Gardena, il progetto introduce nella biennale una riflessione sul tempo sospeso, sulla latenza e sulle forme di vita che resistono proprio attraverso una momentanea immobilità. La dormienza non è una semplice pausa: è una strategia biologica e simbolica, una condizione in cui ciò che sembra fermo continua a preparare una trasformazione. La successiva acquisizione dell’opera nella collezione permanente della GAMeC di Bergamo ne rafforza il valore istituzionale, ma non ne esaurisce la potenza poetica. Al contrario, il progetto sembra ricordare che la cultura può diventare davvero duratura quando sa accogliere l’incertezza.
“Violent Garden” introduce una frattura necessaria nell’immagine pacificata del giardino. Ogni ambiente coltivato è anche un ambiente regolato: si decide cosa può crescere, cosa deve essere eliminato, quali specie sono desiderabili e quali vengono considerate infestanti. Il giardino è dunque un luogo di selezione, disciplina e potere. La sua bellezza può dipendere da una violenza invisibile, esercitata sulle piante, sugli animali e persino sulle persone.
Questa prospettiva consente alla Biennale Gherdëina di evitare una retorica ecologista superficiale. Parlare di natura non significa celebrare una purezza incontaminata, spesso immaginaria, ma confrontarsi con i processi attraverso cui gli ambienti vengono costruiti e sfruttati. Le forze industriali ed estrattive, evocate come contrappunto alle visioni paradisiache, mettono in discussione l’idea stessa di equilibrio. Le montagne, i boschi e i corsi d’acqua sono anche risorse; il loro valore economico spesso entra in conflitto con il loro valore ecologico, culturale e affettivo.
Particolarmente significativa appare poi la sezione “Queer Ecology”, che amplia la riflessione ambientale oltre le categorie tradizionali. L’ecologia queer mette in crisi le gerarchie tra naturale e artificiale, normale e deviante, umano e non umano. Invita a riconoscere che gli ecosistemi non sono fondati su identità rigide, ma su relazioni mobili, interdipendenze e trasformazioni continue. In questa prospettiva, la biodiversità non è soltanto un fatto biologico: è anche un modello politico e sociale. Difendere la pluralità delle forme di vita significa difendere la possibilità di esistenze non conformi, non addomesticate, non riducibili a un’unica norma.
Il gruppo internazionale di artiste e artisti coinvolto riflette questa varietà di approcci. Chanelle Adams, Giulia Cenci, Sandra Knecht, Lydia Ourahmane, Bosco Sodi, Álvaro Urbano, Evelyn Taocheng Wang, Yuyan Wang e gli altri partecipanti portano nella valle pratiche differenti, legate alla scultura, all’installazione, alla performance, alla fotografia e alla ricerca interdisciplinare. La presenza di voci provenienti da contesti geografici e culturali diversi impedisce alla mostra di trasformarsi in una celebrazione autoreferenziale del territorio alpino. La Val Gardena diventa un punto d’incontro, non un recinto identitario.
Il carattere diffuso della biennale è decisivo. Le opere non sono concentrate in un unico edificio, ma si dispiegano attraverso Ortisei e altre sedi della valle. Questa scelta modifica il comportamento del pubblico: visitare la mostra significa camminare, spostarsi, attraversare differenti condizioni atmosferiche e spaziali, misurarsi con la distanza. L’esperienza espositiva diventa fisica. Non si osservano soltanto le opere, si percepiscono .......
Biennale Gherdëina 10 - (Future) Paradise Gardens elenco completo delle e degli artisti:
Chanelle Adams (1992, US), Andrius Arutiunian (1991, Armenia/Lithuania), Jacopo Belloni (1992, Italy), Alice Bucknell (1993, UK/US), Leonardo Bürgi Tenorio (1994,Mexico/Switzerland), Giulia Cenci (1988, Italy), Sandra Knecht (1968, Switzerland), Dorota Gawęda & Eglė Kulbokaitė (1987, Lithuania, 1986, Poland), Judith Neunhäuserer (1990,Italy), Walter Niedermayr (1952, Italy), Masatoshi Noguchi (1988, Japan/Italy), Gabriela Oberkofler (1975, Italy), Lydia Ourahmane (1992, Algeria), Gregor Prugger & LeonoraPrugger(1954, Italy, 1995, Italy), Ana Prvački (1976, Yugoslavia/Romania), Augustas Serapinas (1990, Lithuania), Bas Smets + Eliane Le Roux (1975, Belgium, 1983, France), Bosco Sodi (1970, Mexico), Constantin Thun, Kelly Tissot (1995, France), Álvaro Urbano (1983, Spain), Yuyan Wang (1989, China), Evelyn Taocheng Wang (1981, China), Pedro Abu Wirz & Michael Marder (1981, Brazil/Switzerland, 1980, Canada/Portugal).
Foto: *_©TiberioSorvillo
Informazioni generali
Biennale Gherdëina
Associazione Zënza Sëida
Pontives 8 IT-39046 Ortisei, BZ
www.biennalegherdeina.org
*_©Angelo Antonio Messina_

