Esteri

Il nodo dell'arricchimento dell'uranio è al centro dei negoziati tra Iran e Stati Uniti

Il riconoscimento del diritto dell'Iran ad arricchire l'uranio è la condizione essenziale per il successo dei colloqui con gli Stati Uniti. Lo ha detto senza giri di parole il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi, ribadendo che Teheran non accetterà mai la formula “zero arricchimento”.

Le dichiarazioni arrivano dopo i colloqui indiretti tra diplomatici iraniani e americani tenuti venerdì in Oman, nel tentativo di riaprire un canale diplomatico in un clima sempre più teso: da una parte il rafforzamento navale statunitense nella regione, dall'altra le minacce iraniane di una risposta dura in caso di attacco.

“L'Iran non rinuncerà all'arricchimento dell'uranio nel proprio territorio. Il punto è costruire fiducia, dimostrando che resterà limitato a scopi pacifici”, ha dichiarato Araqchi. Per Teheran la questione non è solo tecnica, ma anche politica: “È una questione di indipendenza e dignità nazionale. Nessuno può dire al popolo iraniano cosa può o non può fare”.

Il dossier è fermo da mesi. Dopo cinque round di colloqui nel 2024, le trattative si sono bloccate proprio sul tema dell'arricchimento. A giugno, la tensione è esplosa: gli Stati Uniti hanno colpito siti nucleari iraniani al termine di una campagna di bombardamenti israeliani durata 12 giorni. Teheran ha poi annunciato la sospensione delle attività di arricchimento, che Washington considera un possibile passo verso l'arma atomica, accusa respinta dall'Iran, che rivendica un programma esclusivamente civile.

Fonti diplomatiche regionali riferiscono che Teheran sarebbe disposta a discutere livelli e purezza dell'arricchimento, oltre ad altri meccanismi di controllo, ma solo a due condizioni: mantenere l'arricchimento sul proprio territorio e ottenere in cambio l'alleggerimento delle sanzioni e la de-escalation militare.

Fuori dall'agenda, invece, il programma missilistico iraniano. Araqchi lo ha chiarito: “Non è mai stato parte dei negoziati”. Una linea confermata anche dalle altre fonti diplomatiche coinvolte nei colloqui.

Intanto, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha definito i contatti con Washington “un passo avanti”, chiedendo il rispetto dei diritti dell'Iran previsti dal Trattato di non proliferazione nucleare (TNP). La prossima tornata di negoziati sarà decisa con la mediazione dell'Oman e potrebbe non svolgersi a Muscat.

Sul fronte opposto, cresce la pressione politica. Mercoledì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu incontrerà a Washington il presidente americano Donald Trump. Al centro del vertice ci saranno proprio i negoziati con l'Iran. Israele chiede che ogni accordo includa limiti al programma missilistico e lo stop al sostegno iraniano ai gruppi armati nella regione. Una posizione netta, che collide frontalmente con quella di Teheran.

Gli Stati Uniti e Israele hanno già avvertito che colpiranno di nuovo se l'Iran riprenderà l'arricchimento su larga scala o svilupperà ulteriormente missili balistici. L'Iran, dal canto suo, ha promesso una risposta “durissima” a qualsiasi attacco e ha avvertito i Paesi del Golfo che ospitano basi americane: in caso di guerra, potrebbero finire nel mirino.

Il rischio è chiaro: se i negoziati falliscono, lo scenario più probabile non è la diplomazia, ma un nuovo conflitto regionale, con conseguenze potenzialmente devastanti per tutto il Medio Oriente e per i mercati energetici globali. E il punto di rottura resta sempre lo stesso: l'uranio.

Autore Giuseppe Ballerini
Categoria Esteri
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