Case di Comunità senza infermieri: la sanità italiana sta costruendo il contenitore ma manca chi lo tiene in piedi
L’Italia sta inaugurando Case di Comunità a ritmo serrato. Tagli del nastro, conferenze stampa, rendering patinati, parole come “territorio”, “prossimità”, “presa in carico”. Tutto molto moderno. Il problema è che dentro queste strutture, spesso, manca la figura che dovrebbe farle funzionare davvero: l’infermiere.
Ed è qui che la narrazione comincia a scricchiolare.
Perché una Casa di Comunità non è un edificio con qualche ambulatorio e una connessione internet. Non basta appendere un’insegna nuova per creare assistenza territoriale. Servono persone. Servono professionisti che entrano nelle case dei pazienti fragili, gestiscono terapie, evitano ricoveri inutili, tengono insieme medici, famiglie e servizi. In pratica, servono infermieri. Tanti.
E invece in Italia stanno sparendo.
La carenza ormai non è più una previsione pessimistica da convegno sanitario. È una realtà che i reparti vivono ogni giorno. Turni scoperti, ferie saltate, doppi turni, colleghi richiamati nei giorni liberi. In alcune strutture gli infermieri fanno equilibrismo continuo tra pazienti complessi, documentazione infinita e personale ridotto all’osso. E nel frattempo si continua a parlare di potenziamento del territorio come se bastasse spostare una scrivania fuori dall’ospedale.
In Emilia-Romagna, che storicamente viene considerata una delle regioni meglio organizzate sul piano sanitario, il problema è ormai dichiarato apertamente. Mancano migliaia di infermieri e il sistema fatica perfino a rendere attrattiva la professione per i giovani. Gli iscritti ai corsi universitari non crescono abbastanza, mentre molti professionisti scelgono l’estero o abbandonano direttamente il settore pubblico. Non per capriccio. Per stanchezza.
Il punto è semplice: oggi fare l’infermiere in Italia significa assumersi responsabilità enormi in cambio di stipendi che restano tra i più bassi d’Europa occidentale. Secondo diversi dati comparativi europei, gli infermieri italiani guadagnano sensibilmente meno rispetto ai colleghi di Germania, Svizzera o Paesi del Nord Europa. E infatti tanti partono. Alcuni appena laureati. Altri dopo anni di esperienza, quando capiscono che lavorare in certe condizioni per decenni diventa difficile da sostenere.
Nel frattempo il PNRR ha acceso i motori sulle Case di Comunità. L’obiettivo è ambizioso: alleggerire gli ospedali e portare cure e assistenza vicino ai cittadini, soprattutto anziani e cronici. Sulla carta funziona tutto. Il problema arriva quando bisogna riempire quei corridoi di personale vero.
In Sicilia il nodo è diventato quasi simbolico. Si inaugurano strutture nuove mentre mancano circa mille infermieri necessari per garantire il funzionamento della rete territoriale. Mille. Non qualche unità. E la situazione non è molto diversa in altre regioni italiane, solo che spesso viene raccontata con meno franchezza.
Il rischio, denunciato da ordini professionali e operatori sanitari, è che molte di queste strutture restino mezze operative: belle fuori, fragili dentro. Ambulatori aperti a orari ridotti, servizi limitati, assistenza domiciliare insufficiente. In pratica una sanità territoriale che esiste nei documenti ma fatica a esistere nella vita reale.
Poi c’è un tema di cui si parla ancora troppo poco: il logoramento umano. Perché dietro i numeri ci sono persone che lavorano da anni in condizioni tese. Pronto soccorso sovraffollati, aggressioni, carichi emotivi pesanti, reparti dove il tempo per ascoltare un paziente si riduce sempre di più. E questa usura, lentamente, presenta il conto.
Molti infermieri non chiedono miracoli. Chiedono di poter lavorare in sicurezza, con organici adeguati e stipendi coerenti con le responsabilità che gestiscono ogni giorno. Chiedono di non essere trattati come una toppa universale buona per coprire qualsiasi falla del sistema.
Anche la politica, adesso, ha iniziato a capire che il problema non può più essere affrontato con interventi cosmetici. Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha parlato della necessità di nuove assunzioni e di valorizzazione economica della professione. Ma il tempo corre più veloce delle riforme. Formare un infermiere richiede anni. Perdere un professionista basta molto meno: un concorso all’estero, uno stipendio migliore, oppure semplicemente il limite della sopportazione raggiunto dopo troppo tempo.
Ed è questa la contraddizione più grande della sanità italiana di oggi. Da una parte si investe sulle strutture. Dall’altra si continua a trascurare chi quelle strutture dovrebbe farle vivere ogni giorno.
Perché la verità, al netto degli slogan, è piuttosto brutale: senza infermieri la sanità territoriale non parte. Non rallenta. Non fatica. Proprio non parte.
E una Casa di Comunità senza infermieri rischia di assomigliare a quei negozi bellissimi appena inaugurati, con le luci accese e le vetrine perfette, ma senza nessuno dietro il bancone.