Orban e la giustizia di regime: condannata a otto anni di carcere Maja T.
"Non mi aspetto buone notizie dalla sentenza su Maja T. e Gabriele M., prevista per oggi. In un Paese dove l’antifascismo è considerato terrorismo, dove il capo del governo rivendica apertamente il carattere di “democrazia illiberale” del proprio sistema politico, dove il rispetto dei diritti fondamentali e il principio di separazione dei poteri risultano sempre meno effettivi, è impensabile anche solo immaginare un processo equo contro oppositori politici.Il procedimento a carico di Maja e Gabri – come quello contro tutti gli antifascisti – è un processo farsa. Non ci sono dubbi. È un palcoscenico kafkiano su cui va in scena lo squallido spettacolo della punizione esemplare che il regime infligge ai propri nemici.Si tratta di procedimenti pesantemente condizionati, se non addirittura orchestrati, dal governo Orbán. Il quadro indiziario a carico degli imputati è estremamente labile: Maja e Gabri non sono mai stati riconosciuti, né dalle vittime né dai testimoni.A tutto questo si aggiunge il clima di campagna elettorale in Ungheria. Per l’estrema destra orbaniana, lo “scalpo degli antifascisti stranieri” è uno strumento di propaganda populista particolarmente efficace, funzionale a rafforzare una narrazione securitaria e repressiva nonché alimentare l’idea di un Paese assediato da nemici esterni – siano essi gli antifascisti, i migranti o persino l’Unione Europea.È in questo contesto che va letta la sentenza attesa oggi. Alla luce di tutto ciò, dobbiamo continuare a chiedere con forza che Maja, tanto più considerando l’illegalità della sua estradizione, venga trasferita in Germania e sottoposta lì a un procedimento equo. E che nessun antifascista sia estradato in Ungheria".
Così l'eurodeputata Ilaria Salis, questa mattina, aveva espresso il proprio timore, anticipando ciò che in pratica si è poi concretizzato.
Otto anni di carcere, senza condizionale. Con qesta pena il tribunale municipale di Budapest ha condannato Maja T., 25 anni, persona non binaria, attivista della sinistra radicale tedesca. Una condanna che non è solo una sentenza: è un manifesto politico del regime di Viktor Orbán.
Il giudice József Sós ha parlato di giustizia. Ma quello che emerge dagli atti è un processo costruito sull'ideologia e non sulle prove. Nessuna testimonianza diretta. Nessun riscontro sul DNA. Nessuna prova scientifica. Solo una sequenza di immagini di videosorveglianza che "mostrerebbero" l'imputata nelle "vicinanze" pressi dei luoghi degli attacchi... una "catena di indizi" usata come clava giudiziaria per colpire un bersaglio simbolico.
Gli episodi contestati risalgono al febbraio 2023, durante il cosiddetto “Giorno dell'Onore”, una commemorazione delle SS che in Ungheria viene consentita dal governo, ovviamente nazifascista, di Viktor Orban. In qualsiasi democrazia normale sarebbe uno scandalo nazionale. Nel sistema Orbán - l'ispiratore dei fascisti di casa nostra, Meloni e Salvini - la manifestazione è considerata folklore identitario. Quindi, gli antifascisti che cercano di opporvisi vanno sotto processo, mentre i nostalgici delle SS sono protetti dallo Stato: questa è la fotografia reale del potere ungherese, celebrato dalla premier Giorgia Meloni e dal vicepremier Matteo Salvini.
La procura aveva chiesto 24 anni di carcere per “tentate lesioni potenzialmente letali” e “associazione criminale”. Un'accusa da terrorismo organizzato, sproporzionata, ideologica, assurda. La condanna a otto anni non è una vittoria della giustizia: è solo una versione più “presentabile” della stessa logica repressiva.
Il padre dell'imputata ha parlato apertamente di “processo politico esemplare”. Ed è difficile dargli torto. In Ungheria la magistratura non è indipendente: è allineata. Orbán non ha bisogno di dare ordini diretti, il sistema funziona per osmosi ideologica. Procura, periti e giudici si muovono dentro un clima politico che premia la repressione e punisce il dissenso.
Il dato più grave arriva dall'altrettanto indecente Germania: il Tribunale costituzionale federale ha stabilito che l'estradizione di Maja T. era illegittima. Non un dettaglio giuridico, ma una condanna politica pesantissima. Le autorità tedesche non avevano valutato le condizioni di detenzione per una persona non binaria in Ungheria. Tradotto: Berlino ha consegnato una persona a un sistema che non garantisce diritti fondamentali. Uno Stato europeo che viola gli standard europei.
Eppure Orbán continua a essere trattato come un leader “scomodo ma legittimo”. Inviti ufficiali, fondi europei, compromessi diplomatici, strette di mano ipocrite. Intanto in Ungheria si normalizzano processi politici, repressione selettiva, criminalizzazione dell'antifascismo e protezione simbolica dell'estrema destra.
Il caso Maja T. non è un episodio isolato. È un messaggio: chi si oppone, chi è diverso, chi non rientra nel modello ideologico del potere viene schiacciato. Non con le leggi marziali, ma con i tribunali. Non con i carri armati, ma con le sentenze.
Questa non è giustizia. È autoritarismo con la toga.
E Viktor Orbán non guida uno Stato di diritto: guida un sistema politico che usa la giustizia come arma. Un governo che tollera commemorazioni delle SS e processa gli antifascisti non è “conservatore”. È reazionario, illiberale, pericoloso... nazifascista!
E l'Europa, come troppo spesso accade, guarda altrove. Come se tutto questo fosse solo “politica interna”. Come se la deriva autoritaria ungherese non fosse un problema europeo. Come se la repressione dei diritti fosse un affare locale.
Non lo è.
È un precedente.
Ed è un avvertimento... che riguarda soprattutto l'Italia... soprattutto a causa del referendum sulla separazione delle carriere, finalizzato proprio a creare un sistema giudiziario che possa ricalcare quello ungherese.