Il referendum sulla riforma della magistratura, che include anche la controversa separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, si terrà nel fine settimana del 22 e 23 marzo. La decisione è stata presa dal Consiglio dei ministri, che ha stabilito di accorpare alla consultazione referendaria anche le elezioni suppletive nei collegi veneti rimasti vacanti dopo le dimissioni di Alberto Stefani e Massimo Bitonci.
Una scelta che, tuttavia, non mette fine alle tensioni. Sulla decisione dell’esecutivo pesa infatti la possibile presentazione di un ricorso da parte del Comitato dei “15 volenterosi”, pronto a contestare la legittimità della procedura.
Durante il Consiglio dei ministri, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha chiarito le ragioni della data individuata. Il governo, ha ricordato, era vincolato a un obbligo di legge: fissare la consultazione entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione. Un termine che sarebbe scaduto il prossimo 17 gennaio, rendendo di fatto inevitabile la collocazione del voto a marzo.
La risposta del Comitato promotore della raccolta firme per un referendum costituzionale sulla stessa riforma non si è fatta attendere. Per voce dell’avvocato Carlo Guglielmi, il Comitato ha annunciato l’intenzione di ricorrere alle vie legali. “Dato che purtroppo nel governo non c’è cultura istituzionale ce ne dovremo fare carico noi”, ha dichiarato Guglielmi, spiegando che verranno informati il presidente della Repubblica e i Comitati promotori parlamentari, con l’obiettivo di tutelare quella che viene definita la “legalità repubblicana” in tutte le sedi giudiziarie previste dalla Costituzione.
Nel dibattito è intervenuta anche Rosy Bindi, oggi dirigente del Comitato per il No al referendum sulla giustizia. Bindi ha ridimensionato l’impatto della data scelta dal governo, affermando di non esserne preoccupata. “In ogni caso riusciremo a convincere gli italiani della pericolosità di questa riforma”, ha detto, sollevando però un interrogativo politico e istituzionale tutt’altro che marginale: la decisione del Consiglio dei ministri è davvero pienamente rispettosa delle regole?
Mentre il calendario è ormai fissato, lo scontro si sposta dunque sul terreno giuridico e istituzionale. Il referendum di marzo si annuncia non solo come una prova elettorale, ma come un nuovo fronte di conflitto sulla riforma della giustizia e sul metodo con cui il governo ha scelto di portarla al giudizio degli elettori.


