Economia

BCE, inversione di rotta: da giugno 2026 i tassi tornano a salire per effetto della guerra in Medio Oriente


La Banca Centrale Europea cambia nuovamente direzione e torna ad alzare il costo del denaro. Al termine della riunione dell'11 giugno 2026, il Consiglio direttivo della BCE ha deciso di aumentare di 25 punti base tutti e tre i principali tassi di interesse, motivando la scelta con il riaccendersi delle pressioni inflazionistiche generate dall'escalation del conflitto in Medio Oriente e dall'impennata dei prezzi energetici.

Si tratta di una decisione che interrompe il percorso di graduale allentamento monetario avviato nei mesi scorsi e che certifica come la guerra stia tornando a rappresentare una minaccia concreta per la stabilità dei prezzi nell'area euro. Francoforte ritiene infatti che gli effetti del conflitto non siano più limitati al comparto energetico ma stiano iniziando a propagarsi all'intera economia, influenzando il costo di beni, servizi e alimentari.

I nuovi tassi della BCE
Con effetto dal 17 giugno 2026, i tassi di riferimento saranno portati ai seguenti livelli:

  • tasso sui depositi presso la banca centrale: 2,25%;
  • tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali: 2,40%;
  • tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale: 2,65%.

L'incremento di un quarto di punto percentuale rappresenta un segnale chiaro: la BCE considera il rischio inflazione nuovamente prioritario rispetto alle esigenze di sostegno alla crescita economica.

La guerra riporta in alto l'inflazione
Il principale elemento che ha spinto la BCE a intervenire è il nuovo shock energetico provocato dalla guerra in Medio Oriente.

Secondo le nuove proiezioni dell'Eurosistema, l'inflazione nell'area euro resterà significativamente sopra il target del 2% ancora per diversi anni:

  • 3,0% nel 2026;
  • 2,3% nel 2027;
  • 2,0% nel 2028.

Anche l'inflazione cosiddetta "core", che esclude energia e alimentari e viene considerata uno degli indicatori più importanti per valutare la persistenza delle spinte inflazionistiche, rimarrà elevata:

  • 2,5% nel 2026;
  • 2,5% nel 2027;
  • 2,2% nel 2028.

Le nuove stime risultano peggiori rispetto a quelle elaborate appena tre mesi fa. Gli esperti della BCE hanno infatti rivisto al rialzo le previsioni per il 2026 e il 2027, soprattutto a causa dell'aumento dei prezzi dell'energia.

L'istituto centrale teme che il rincaro di petrolio e gas possa trasferirsi progressivamente all'intera economia. Quando aumenta il costo dell'energia, infatti, crescono anche i costi di trasporto, produzione e distribuzione, con effetti che finiscono per riflettersi sui prezzi pagati da famiglie e imprese.

Crescita più debole per l'Eurozona
Se l'inflazione preoccupa, la crescita economica non offre motivi di particolare ottimismo.

La BCE ha rivisto al ribasso anche le prospettive del PIL dell'area euro:

  • +0,8% nel 2026;
  • +1,2% nel 2027;
  • +1,5% nel 2028.

La revisione negativa riguarda soprattutto il 2026 e il 2027 e riflette il deterioramento dello scenario internazionale.

L'aumento dei prezzi delle materie prime riduce il potere d'acquisto delle famiglie, comprime i margini delle imprese e alimenta un clima di incertezza che scoraggia consumi e investimenti. La guerra rischia inoltre di compromettere ulteriormente i flussi commerciali internazionali e di aumentare la volatilità dei mercati finanziari.

Il quadro che emerge dalle nuove previsioni è quello di un'economia europea che continua a crescere, ma a ritmi decisamente inferiori rispetto a quelli auspicati.

Il rischio della stagflazione
Le nuove stime riportano al centro una parola che gli economisti avevano quasi accantonato negli ultimi anni: stagflazione.

Con questo termine si indica una situazione nella quale l'inflazione rimane elevata mentre la crescita economica rallenta.

È uno degli scenari più difficili da gestire per una banca centrale. Da un lato sarebbe necessario aumentare i tassi per contenere i prezzi; dall'altro un costo del denaro più elevato rischia di deprimere ulteriormente investimenti e attività economica.

La BCE ritiene tuttavia che il pericolo maggiore sia rappresentato dal rischio di lasciare che le aspettative inflazionistiche si consolidino sopra il livello desiderato del 2%.

Una BCE prudente ma pronta a intervenire
Nelle sue comunicazioni, il Consiglio direttivo ha ribadito di non voler assumere impegni preventivi sul futuro percorso dei tassi.

L'approccio resterà strettamente dipendente dai dati economici che emergeranno nei prossimi mesi.

In pratica, ogni decisione sarà valutata riunione per riunione sulla base di tre elementi fondamentali:

  • l'evoluzione delle prospettive di inflazione;
  • la dinamica dell'inflazione di fondo;
  • l'efficacia con cui la politica monetaria viene trasmessa all'economia reale.

Si tratta di una formula ormai consolidata nella comunicazione della BCE, ma che oggi assume un significato particolare alla luce dell'elevatissima incertezza geopolitica.

Fine degli acquisti straordinari
La banca centrale ha inoltre confermato il progressivo ridimensionamento del proprio bilancio.

I portafogli del Programma di acquisto di attività (PAA) e del Programma di acquisto per l'emergenza pandemica (PEPP) continuano infatti a ridursi in modo graduale e prevedibile.

L'Eurosistema non reinveste più i titoli in scadenza, contribuendo così a una progressiva normalizzazione della politica monetaria dopo gli interventi eccezionali messi in campo durante la pandemia.

Lo scudo anti-spread resta disponibile
Pur mantenendo una linea più restrittiva, la BCE ha ribadito che resta disponibile a utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per garantire il corretto funzionamento della politica monetaria.

Tra questi figura il Transmission Protection Instrument (TPI), il cosiddetto scudo anti-frammentazione.

Lo strumento può essere attivato qualora si verificassero tensioni ingiustificate sui mercati obbligazionari di uno o più Paesi dell'area euro, con l'obiettivo di evitare che aumenti improvvisi degli spread compromettano la trasmissione uniforme della politica monetaria.

Per Paesi ad alto debito pubblico come l'Italia, il richiamo a questo strumento rappresenta un elemento particolarmente importante in una fase di rinnovata volatilità finanziaria.

Un equilibrio sempre più difficile
La decisione della BCE fotografa un'Europa stretta tra due forze contrapposte: da un lato l'esigenza di impedire una nuova accelerazione dell'inflazione, dall'altro il rischio che il rallentamento economico si trasformi in una fase prolungata di debolezza.

L'aumento dei tassi deciso a Francoforte rappresenta una scommessa sulla capacità dell'economia europea di assorbire il colpo energetico senza scivolare in recessione. Molto dipenderà dall'evoluzione del conflitto in Medio Oriente, dalla tenuta dei mercati energetici e dalla rapidità con cui le tensioni internazionali riusciranno a rientrare.

Per il momento, la BCE ha scelto la prudenza e la difesa della stabilità dei prezzi. Ma il margine di manovra si sta restringendo e i prossimi mesi potrebbero rivelarsi tra i più complessi per la politica monetaria europea dalla fine della crisi energetica del 2022.

Autore Mario Falorni
Categoria Economia
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