Cambiano i commissari tecnici, cambiano i dirigenti federali, cambiano moduli e convocazioni. Non cambia invece la domanda fondamentale: dove sono finiti i calciatori italiani?

Il calciomercato estivo della Serie A offre una risposta impietosa: il 64% degli arrivi è straniero. E alla prima giornata gli italiani titolari erano appena il 31% dei 220 scesi in campo. Non è una crociata contro gli stranieri: è la fotografia di un campionato che sembra aver smesso di investire sul proprio prodotto nazionale.

Nel 2005-06, alla vigilia del Mondiale vinto in Germania, gli italiani disputavano circa il 70% dei minuti in Serie A. Oggi siamo intorno al 30%. Nel frattempo la Nazionale ha saltato tre Mondiali consecutivi.

Coincidenze? Certamente non basta dire “troppi stranieri, Nazionale scarsa”. La Premier League dimostra che si può avere una quota straniera ancora più alta e una Nazionale competitiva. Ma il problema italiano è un altro: se un giovane italiano non trova spazio nei club, come può diventare un giocatore da Nazionale?

Il CT può scegliere soltanto tra ciò che il sistema produce. E qui sta il fallimento vero. Abbiamo continuato a cambiare allenatori e dirigenti senza mettere seriamente in discussione il meccanismo che dovrebbe formare e valorizzare i nostri talenti. Non serve tornare al protezionismo del dopo-Corea del Nord. Servirebbe qualcosa di molto più semplice: far giocare gli italiani migliori.

Perché acquistare stranieri non è un problema. Non avere più italiani abbastanza forti da far giocare è il problema.

E dopo tre Mondiali guardati in televisione, forse è arrivato il momento di smettere di chiedere al prossimo CT un miracolo. La Nazionale non si rifonda a Coverciano. Si rifonda nei settori giovanili, nelle squadre di Serie A e B e nelle scelte dei club.