Stress e burnout nel sistema sanitario: “La salute mentale deve diventare un diritto contrattuale”
Lavoro e Sanità
“Il nuovo report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia un allarme che non possiamo ignorare: in Italia, più di un operatore sanitario su dieci ha pensato al suicidio nelle ultime settimane. È una vera emergenza di sicurezza sul lavoro che va riconosciuta nei contratti collettivi nazionali del settore salute.”
Lo denunciano in una nota congiunta Ivana Veronese, segretaria confederale UIL, e Rita Longobardi, segretaria generale UIL FPL.
Secondo il rapporto, oltre il 30% degli infermieri e quasi il 30% dei medici mostra segni evidenti di depressione o esaurimento. Ma il disagio attraversa anche operatori sociosanitari, tecnici e amministrativi, spesso esposti a ritmi insostenibili, precarietà e aggressioni. “Non è più solo una questione di benessere individuale – sottolineano Veronese e Longobardi – ma un problema strutturale di sicurezza nei luoghi di lavoro.”
Le due dirigenti sindacali chiedono che la salute mentale diventi parte integrante della contrattazione nazionale e aziendale, con limiti precisi ai turni e ai carichi di lavoro, e con l’obbligo per le aziende di inserire la valutazione del rischio psicosociale nei Documenti di Valutazione dei Rischi (DVR).
Tra le proposte: sportelli di ascolto psicologico gratuiti, percorsi di formazione per dirigenti e coordinatori sul benessere organizzativo, e stabilizzazione del personale precario, spesso il più vulnerabile allo stress cronico.
“Non possiamo accettare che chi lavora ogni giorno per la salute dei cittadini – con turni infiniti e risorse ridotte – venga lasciato solo di fronte al burnout”, concludono Veronese e Longobardi. “Prendersi cura di chi cura è il primo passo verso un sistema sanitario davvero sicuro e umano.”