Donald Trump alza la posta e scuote l’Occidente. Il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che sul controllo della Groenlandia “non si torna indietro”, rifiutandosi esplicitamente di escludere l’uso della forza per ottenere l’isola artica, oggi territorio autonomo del Regno di Danimarca e parte integrante della NATO. Una presa di posizione che sta mettendo sotto pressione l’intera architettura di sicurezza transatlantica e riaccendendo lo spettro di una guerra commerciale tra Washington e Bruxelles.
Le ambizioni di Trump, rilanciate attraverso post sui social e immagini generate dall’intelligenza artificiale che lo ritraggono in Groenlandia con la bandiera statunitense o accanto a mappe in cui Canada e Groenlandia appaiono come territori USA, hanno provocato sconcerto tra gli alleati europei. Dopo un colloquio con il segretario generale della NATO Mark Rutte, Trump ha ribadito che la Groenlandia è “imperativa per la sicurezza nazionale e mondiale” e che su questo punto “tutti sono d’accordo”.
Il messaggio è stato accompagnato da una strategia comunicativa aggressiva: Trump ha diffuso messaggi privati, tra cui uno del presidente francese Emmanuel Macron che si chiedeva apertamente cosa stesse facendo Washington sulla Groenlandia. Parallelamente, il presidente americano ha rilanciato la minaccia di dazi punitivi, arrivando a evocare tariffe del 200% su vini e champagne francesi e per i Paesi che ostacoleranno i suoi piani.
L’Unione Europea prepara la risposta. Bruxelles ha già sul tavolo un pacchetto di dazi su 93 miliardi di euro di importazioni statunitensi, che potrebbe scattare automaticamente dal 6 febbraio al termine di una sospensione di sei mesi. Ma non è l’unica opzione. L’UE valuta anche l’uso dell’“Anti-Coercion Instrument”, uno strumento mai utilizzato finora che consentirebbe di limitare l’accesso delle aziende statunitensi a gare pubbliche, investimenti, attività bancarie o servizi, colpendo in particolare il settore dei servizi digitali, dove gli Stati Uniti registrano un forte surplus.
«Non è una questione che riguarda solo il Regno di Danimarca, ma l’intera relazione transatlantica», ha dichiarato la ministra danese dell’Economia Stephanie Lose a Bruxelles. «È una situazione seria. Vorremmo de-escalare, ma altri stanno facendo il contrario. Per questo tutte le opzioni devono restare sul tavolo».
A gettare acqua sul fuoco prova il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, che dal Forum economico mondiale di Davos ha invitato a “calmarsi” e a non cedere a quella che definisce “isteria”. «Sono passate 48 ore. Sedetevi, rilassatevi», ha detto, assicurando che si troverà una soluzione che garantisca la sicurezza di Stati Uniti ed Europa. E sulla possibilità di una lunga guerra commerciale ha tagliato corto: «Perché saltare subito allo scenario peggiore? Fate un bel respiro».
Parole che non convincono del tutto i leader europei. Sempre a Davos, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha affermato che i recenti shock geopolitici costringeranno l’UE a costruire un’Europa più indipendente. «Questo cambiamento è permanente», ha avvertito.
Intanto, la crisi offre spazio di manovra ad attori esterni. La Russia osserva con evidente soddisfazione le divisioni tra Washington e i suoi alleati. Il ministro degli Esteri russo ha dichiarato che la Groenlandia non è “una parte naturale” della Danimarca, mettendo in discussione apertamente la sovranità danese sull’isola.
Sul fronte interno ed economico, le conseguenze iniziano a farsi sentire. Le minacce di nuovi dazi hanno riattivato il cosiddetto “Sell America trade”, già visto dopo le tariffe dello scorso aprile. I mercati hanno reagito con nervosismo: le borse europee hanno perso oltre l’1%, i future di Wall Street sono scesi, e anche il dollaro ha mostrato segni di debolezza, segnale che nemmeno la valuta di riserva globale è immune dalle tensioni.
Trump parteciperà nei prossimi giorni al Forum di Davos, dove la sua presenza è già oggetto di contestazioni: a Zurigo si sono svolte manifestazioni con striscioni durissimi contro il presidente americano, il WEF (World Economic Forum) e quella che i manifestanti definiscono “oligarchia” e “guerre imperialiste”.
Il quadro è chiaro: la questione Groenlandia non è più una provocazione estemporanea, ma un banco di prova per la tenuta della NATO, per i rapporti economici tra Stati Uniti ed Europa e per l’equilibrio geopolitico globale. E questa volta, a differenza del passato, il rischio che lo scontro lasci segni profondi è tutt’altro che teorico.


