Esteri

Il cessate il fuoco a Gaza: l'alba del nuovo Medio Oriente o il ritorno del vecchio imperialismo?


Donald Trump è tornato a fare quello che sa fare meglio: proclamare vittorie e vendere pace come fosse un contratto immobiliare. Davanti alla Knesset, il presidente americano ha dichiarato "l'alba storica del nuovo Medio Oriente" — parole altisonanti che nascondono una realtà ben più cruda.

Sì, gli ultimi prigionieri israeliani sono stati liberati. Sì, le bombe (per ora) hanno smesso di cadere. Ma dietro la scenografia del trionfo c'è un copione già visto: Washington detta i tempi, Israele applaude, e il mondo arabo viene invitato a "voltare pagina" — sempre a condizioni scritte altrove.

Trump ha parlato di "fine della guerra" e "inizio dell'età della fede e della speranza". Ma questa non è fede, è marketing politico. La sua "pace" è costruita sulle macerie di Gaza, sulle famiglie distrutte, sulla disperazione di chi ha perso tutto. Promette di "aiutare a ricostruire Gaza", ma è lo stesso uomo che ha dato a Netanyahu le bombe per distruggerla e ha ordinato bombardamenti su siti nucleari iraniani pochi mesi fa. È come il piromane che torna sulla scena del crimine con un secchio d'acqua e pretende una medaglia.


L'ipocrisia del vincitore

"Avete vinto", ha detto Trump agli israeliani. "Ora è tempo di tradurre le vittorie militari in pace e prosperità". Parole vuote. Perché se davvero la guerra fosse finita, non servirebbe un padrino straniero a dirlo. Israele non ha "vinto", ha semplicemente cambiato fase. Dalla guerra aperta al controllo politico totale del territorio.

E quando Trump si rivolge ai palestinesi, invitandoli ad "abbandonare per sempre la violenza", non menziona nemmeno l'assedio, l'occupazione, le demolizioni, la fame, il blackout, le madri che partoriscono sotto le bombe. Perché nel linguaggio del potere americano, la violenza dei deboli è terrorismo, quella dei forti è difesa.


La retorica del "nuovo ordine"

Trump parla di "nuova era di pace" come se stesse vendendo un prodotto. Ma dietro ogni slogan — "Accordi di Abramo ", "Trump, il Presidente della Pace" — c'è una logica di dominio. L'idea è chiara: neutralizzare l'Iran, normalizzare i regimi arabi, blindare Israele come fortezza dell'Occidente. Tutto il resto — la giustizia, la dignità, il diritto al ritorno — può attendere.

E quando paragona sé stesso a Ciro il Grande, applaudito da un parlamento euforico, siamo di fronte non a un atto di pace, ma a un delirio di grandezza travestito da missione divina. La storia la scrivono i vincitori, ma la verità la gridano i popoli che pagano il prezzo.


Pace o resa?

Trump pretende che il mondo intero accetti la sua narrativa: il conflitto è finito, i buoni hanno vinto, e ora tutti devono collaborare. Ma la pace non si firma sulle macerie e non si costruisce con gli stessi strumenti della guerra.

Il suo appello ai palestinesi suona come un ultimatum: "ricostruite, ma alle nostre condizioni". Nessun riconoscimento delle ingiustizie subite, nessuna menzione del diritto internazionale, nessun cenno al blocco di Gaza o alla colonizzazione della Cisgiordania.


Conclusione: la "pace" dei potenti

Trump non ha portato la pace. Ha imposto una tregua armata, una pausa scenica per consolidare rapporti di forza. Il suo "nuovo Medio Oriente" non nasce dalla riconciliazione, ma dalla resa.

Il vero miracolo, se mai ci sarà, non arriverà da Washington né da Tel Aviv. Arriverà solo quando la parola pace tornerà a significare giustizia, quando i popoli del Medio Oriente potranno scegliere il proprio destino senza padroni e senza mediatori interessati.

Fino ad allora, quella che Trump chiama "alba storica" non è altro che la lunga ombra dell'imperialismo che si ripete.



Questo il video dell'allucinante intervento di Trump alla Knesset...

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
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