In Italia trovare un medico di famiglia sta diventando sempre più difficile. I numeri parlano chiaro: mancano oltre 5.700 medici di medicina generale e tra il 2019 e il 2024 se ne sono persi più di 5.000. Un calo netto, che si inserisce in un contesto opposto: la popolazione invecchia, i pazienti cronici aumentano e la domanda di assistenza cresce.

Secondo le analisi della Fondazione Gimbe, al 1° gennaio 2025 il Servizio sanitario nazionale non riesce più a garantire una copertura adeguata sul territorio. Il risultato è concreto: sempre più cittadini restano senza medico di famiglia, soprattutto nelle grandi Regioni.

Un sistema sotto pressione
Il medico di medicina generale è il primo punto di accesso al sistema sanitario. Ogni cittadino ne ha diritto, ma nella pratica questo diritto è sempre più difficile da esercitare. Il problema non riguarda più solo aree rurali o montane: oggi anche nelle città trovare un medico disponibile è complicato.

“I cittadini fanno sempre più fatica a trovare un medico vicino casa”, avverte Nino Cartabellotta. “Con disagi crescenti e rischi per la salute, soprattutto per anziani e pazienti fragili”.

Più anziani, più malattie, meno medici
Il nodo è anche demografico. Negli ultimi 40 anni la popolazione italiana è cambiata radicalmente. Gli over 65 sono quasi raddoppiati: erano il 12,9% nel 1985, oggi sono circa il 25%, pari a quasi 14,6 milioni di persone. Ancora più evidente l’aumento degli over 80.

Secondo ISTAT, oltre il 77% degli anziani ha almeno una malattia cronica, e più della metà ne ha due o più. Questo significa bisogni assistenziali molto più complessi rispetto al passato.

Eppure le regole sono rimaste ferme. Il tetto massimo di 1.500 assistiti per medico risale a un’Italia completamente diversa. Oggi, con carichi così elevati, il tempo per ogni paziente si riduce e la qualità dell’assistenza ne risente.

Il paradosso delle “zone non carenti”
Nel 2024 è stato modificato anche il parametro per stabilire dove mancano medici: da uno ogni 1.000 abitanti a uno ogni 1.200. Una scelta che, sulla carta, riduce le aree ufficialmente carenti.

Ma è un artificio statistico. “Aumentando il rapporto ottimale – spiega Cartabellotta – cresce il numero di cittadini che devono restare senza medico prima che un’area venga riconosciuta come carente”.

Tradotto: il problema c’è, ma viene nascosto dai numeri.

Pensionamenti e pochi ricambi
La situazione è destinata a peggiorare. Tra il 2025 e il 2028 oltre 8.000 medici andranno in pensione. E il ricambio non basta.

Negli ultimi anni le borse di studio per formare nuovi medici sono aumentate solo temporaneamente, grazie a fondi straordinari. Ora sono di nuovo in calo. Nel 2025 sono scese a poco più di 2.200, con una riduzione significativa rispetto agli anni precedenti.

Non solo: in alcune Regioni molti posti restano vuoti. Un segnale evidente che la professione non attira più come prima.

Nord in crisi, Sud a macchia di leopardo
Le carenze non sono uniformi. Le Regioni più colpite sono quelle più popolose: Lombardia, Veneto, Campania, Emilia-Romagna, Piemonte, Toscana e Lazio.

In Lombardia, per esempio, mancano oltre 1.500 medici. Qui si registra anche uno dei carichi più alti: più di 1.500 assistiti per ogni medico.

Al contrario, in alcune Regioni come Basilicata, Molise e Sicilia il dato complessivo non evidenzia carenze. Ma questo non significa che il problema non esista: a livello locale ci sono comunque zone scoperte.

Una professione sempre meno attrattiva
Il punto centrale è uno: fare il medico di famiglia non conviene più. Sempre più giovani medici scelgono altre strade, spesso più remunerative e con condizioni di lavoro migliori.

Nel frattempo, per tamponare l’emergenza, si ricorre a soluzioni temporanee: aumento dell’età pensionabile, più assistiti per medico, incarichi ai medici in formazione. Ma sono misure che non risolvono il problema.

Senza riforma, il sistema rischia di saltare
Secondo le stime più ottimistiche, nel 2028 mancheranno comunque oltre 2.700 medici, anche ipotizzando che tutte le nuove borse vengano assegnate e completate.

Il vero nodo è l’assenza di una riforma strutturale. Negli ultimi anni il dibattito si è concentrato su un tema divisivo – medici dipendenti o convenzionati – senza affrontare la questione centrale: quale ruolo deve avere oggi il medico di famiglia.

“Senza una visione d’insieme – conclude Cartabellotta – si continuerà con interventi frammentati. Ma la crisi richiede una riforma organica e coraggiosa”.

Nel frattempo, la realtà è già sotto gli occhi di tutti: sempre più italiani senza medico di base, accesso alle cure più difficile e un sistema territoriale che perde pezzi. E a pagare il prezzo più alto sono, come sempre, i più fragili.