Quando nel maggio-giugno 2019 esplose lo scandalo Palamara, vennero in luce  "le pratiche relazionali e spartitorie con cui vengono decise e influenzate nomine e promozioni" interne alla Magistratura (Il Post)

David  Ermini, ex deputato del PD e uno degli otto membri del CSM scelti dal Parlamento, arrivò a commentare: «O sapremo riscattare con i fatti il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti». 

Infatti, nel corso dell’indagine sono emersi altri dettagli che, anche se direttamente hanno poco a che fare con il caso, hanno rivelato come numerosi componenti del CSM si siano incontrati con politici di vari schieramenti per concordare nomine e promozioni di giudici in questa o quella sede giudiziaria. In particolare, la  cena del 9 maggio 2019 all'hotel Champagne di Roma, a cui erano presenti due esponenti del PD (l’ex ministro Luca Lotti e l’ex sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri).

L'ex procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, oggi europarlamentare del Pd, invitò "il Partito democratico, finora silente, di prendere una posizione di netta e inequivocabile condanna dei propri esponenti coinvolti in questa vicenda, i cui comportamenti diretti a manovrare sulla nomina del successore di Giuseppe Pignatone sono assolutamente certi, se vuole essere credibile nella sua proposta di rinnovamento e di difesa dello stato costituzionale di diritto". (La Repubblica)

Le reazioni degli esponenti di sinistra furono segnate da un mix di imbarazzo, per il coinvolgimento di alcuni parlamentari dem negli incontri, ma tutti con fermezza richiesero una radicale riforma del sistema correntizio.

Nicola Zingaretti (allora Segretario del PD): Definì i fatti emersi come fatti gravissimi e sconcertanti, sottolineando la necessità di una riforma immediata per evitare che la magistratura perdesse definitivamente credibilità. Il PD prese le distanze dai deputati coinvolti (Cosimo Ferri e Luca Lotti), che si autosospesero dal partito dopo la pubblicazione delle intercettazioni sulle nomine alle procure.

Andrea Orlando: Il già Ministro della Giustizia rivendicò di aver tentato di riformare il sistema durante il suo mandato, ammettendo però che il condizionamento delle correnti era diventato una patologia del sistema. Successivamente, ha sempre respinto le accuse di aver fatto parte del "sistema" descritto da Palamara, querelando chi cercava di associarlo a quelle dinamiche. (Il Giornale)

Matteo Renzi: Sebbene all'epoca si stesse allontanando dal PD per fondare Italia Viva, le sue reazioni furono durissime. Parlò apertamente di una magistratura che aveva agito contro di lui per anni seguendo logiche correntizie e politiche, definendo lo scandalo la prova di un sistema degenerato che colpiva i nemici politici.

Magistratura Democratica (corrente di sinistra): Espresse una posizione di profonda crisi d'identità. Pur essendo la corrente storicamente vicina alla sinistra, fu travolta dal fango dello scandalo. Molti suoi esponenti parlarono di una "deriva etica" e della necessità di tornare alle origini ideali della magistratura associata per ripulirla dai giochi di potere.

Nino Di Matteo: Pur non essendo un esponente politico, le sue critiche furono raccolte ampiamente dalla sinistra più radicale e dal M5S. Denunciò come le chat di Palamara mostrassero una "interferenza indebita del PD sul CSM", chiedendo un repulisti generale che andasse oltre i singoli nomi.  (La Stampa)

Alfonso Bonafede (allora Ministro della Giustizia): Fu il primo a muoversi inviando gli ispettori del Ministero per fare chiarezza sulle nomine a Roma. Dichiarò che era necessario "alzare un muro che tenga distante la politica dalla magistratura", spingendo per una riforma del CSM che eliminasse il peso delle correnti attraverso il sorteggio per l'elezione dei membri, definendo il sistema emerso come un meccanismo che "mortifica i magistrati onesti". (Manifesto)

Alessandro Di Battista: Espresse posizioni ancora più radicali, sostenendo che parte della magistratura fosse ormai politicizzata non per perseguitare i politici, ma per proteggere i "colletti bianchi". Recentemente ha ribadito che il sorteggio sarebbe "la morte delle correnti".  (La7)
 
Gli esponenti di Liberi e Uguali (come Pietro Grasso) e i magistrati vicini alla corrente di sinistra Area espressero sconcerto per la "deriva etica". Molti intellettuali d'area denunciarono come la magistratura avesse adottato gli stessi vizi della peggior politica, perdendo la funzione di "contropotere" critico.

La School of Government – LUISS Guido Carli pubblicò un proprio approfondimento, intitolato "Le degenerazioni delle correnti nella magistratura e i richiami (inascoltati) dei Presidenti della Repubblica", in cui ricordava che il problema correntizio nella Magistratura veniva da lontano. (Luiss)

Il 3 giugno 1992 l'allora Presidente della Repubblica Eugenio Scalfaro affermò che “la politicizzazione di taluni magistrati è un fatto patologico”. “Lo dice un magistrato che si è politicizzato, ma ha preso la toga e l’ha appesa al chiodo”, aggiunse il capo dello Stato, che tornò sul tema con un monito ben più mirato il 23 dicembre 1992: L'importante è che ciascuno, nel momento in cui giudica se un collega sia idoneo o meno, si dimentichi di quale settore fa parte nella varia distribuzione interna, che è un segno di libertà della magistratura, quando ritiene che questo collega abbia le capacità. Una virgola di tentativo di avere più benevolenza per chi ha lo stesso gruppo sanguigno porterebbe loro agli stessi mali che noi parlamentari a volte abbiamo generato”.  

Anche il successore Carlo Azeglio Ciampi, come Scalfaro, si ritrovò ad agire in un contesto caratterizzato da profonde tensioni tra la politica e la magistratura. Anch’egli, tuttavia, non mancò di chiamare in causa in maniera critica il condizionamento esercitato dalle correnti sulle attività del Csm.
Ciò avvenne con un duro intervento al Csm il 26 aprile 2006: “Su questo campo e, più in generale, su quello dell'amministrazione della giurisdizione, e, segnatamente, della gestione dei trasferimenti e delle nomine, il Consiglio ha incontrato difficoltà – affermò Ciampi – Ci sono state delle lentezze che il Vice Presidente del Consiglio e il Primo Presidente della Corte di Cassazione hanno addebitato anche ai condizionamenti di logiche correntizie che hanno imposto ‘pause, frenate e mediazioni faticose ben al di là della pur necessaria dialettica’. Capisco, condivido, auspico l'esercizio della dialettica; comprendo le ‘affinità elettive’, ma non ‘discipline di gruppo’ che tendano a influenzare le valutazioni dei singoli”. 

Com'è che, oggi, il 'nuovo PD' di Elly Schlein sembra non aver memoria del proprio passato, dello scandalo in cui  rimase coinvolto e delle istanze all'epoca poste dai suoi massimi esponenti, ex presidenti inclusi, a difesa della Costituzione e dell'autonomia della Magistratura?