Il Grande Inganno
Mentre la popolazione palestinese continua ad essere decimata dall’esercito israeliano, durante l’ultima Assemblea dell’Onu, Trump si dava da fare, in pieno accordo con Israele, per tessere la sua tela sulla questione palestinese.
Non è un caso che ne ha parlato in anteprima la testata principale israeliana del “Times of Israel” sul quale è apparso il piano che era stato presentato e discusso con Israele prima e con alcuni paesi arabi e islamici successivamente.
Trump vorrebbe far credere che l’atteggiamento nei confronti della situazione palestinese sia cambiata, principalmente a riguardo dell’occupazione di Gaza City a la deportazione dei suoi abitanti fuori dal loro territorio (per andare non si sa dove) e, soprattutto, elude il riconoscimento dello Stato di Palestina demandandolo al un ipotetico futuro nel frattempo affidando un popolo ad un governo di transizione composto da tecnocrati palestinesi sotto la supervisione internazionale guidata da Washington insieme ad arabi ed europei.
Qui si delinea un trappolone che l’Occidente pone sulla via della libertà del popolo palestinese, quest dovrà sottostare ad un esercito internazionale (definito pudicamente forza di stabilità) guidato dagli americani che si occuperanno di addestrare la polizia nazionale. Questo è un aspetto determinante per una destabilizzazione interna e di controllo capillare delle attività di pensiero e di iniziative individuali dei cittadini-sudditi.
A dispetto del Diritto internazionale e della Convenzione di Ginevra l’accordo prevede la fine del genocidio al rilascio degli ostaggi israeliani entro le successive 48 ore dall’accordo, senza nessuna attribuzione di responsabilità e di condanna per i massacri compiuti a danno dei civili da parte del suo alleato contro il rilascio dei detenuti palestinesi senza un termine prestabilito.
Ma io percepisco un altro grave torto che viene sottaciuto, Trump disse pubblicamente che nella Striscia di Gaza si sarebbe realizzata una macroscopica operazione immobiliare affidata a suo genero rivelando gli interessi personali nell’affare e divenendo il mandante di un’operazione di pulizia etnica che avrebbe garantito ad Israele la legalizzazione di un’occupazione abusiva dei territori palestinesi. Come può un individuo tale, essere il conduttore principale di una simile trattativa? Non è credibile né tantomeno opportuno.
Il “piano” consta di 21 punti che contengono una serie di misure politiche, economiche e di sicurezza.
Al fine di porre termine al massacro dei civili palestinesi ad opera dell’esercito israeliano e il suo ritiro “graduale” da Gaza, le due parti concordano la restituzione di tutti gli ostaggi vivi e morti entro 48 ore dall’accettazione pubblica dell’accordo da parte di Israele e il rilascio di centinaia di prigionieri palestinesi (anche quelli condannati all’ergastolo) e oltre 1000 detenuti dall’inizio della guerra e consegnare i corpi di centinaia di palestinesi. Qui vi è un aspetto “oscuro” perché non è indicato un termine vincolante per gli israeliani.
- Concedere un'amnistia condizionata ai membri di Hamas che desiderano partire. O se ne vanno o se ne vanno.
- Disarmare Hamas e impedirle di governare.
- Possibilità di attuare parzialmente il piano in caso di rifiuto di Hamas. (ad esempio la realizzazione della "Riviera del Medioriente").
- Impegno di Israele a non effettuare attacchi in Qatar. (Alleato degli USA).
- Avviare programmi per smantellare il pensiero estremista.
- Trasformare Gaza in un'area libera da "estremismo e terrorismo".
- Far affluire aiuti a Gaza a un ritmo di almeno 600 camion al giorno, con la riqualificazione delle infrastrutture e l'ingresso di attrezzature per la rimozione delle macerie. (E' stato calcolato che ci vorranno 21 anni per rimuoverle tutte).
- Distribuire gli aiuti attraverso le Nazioni Unite, la Mezzaluna Rossa e organizzazioni internazionali neutrali senza l'interferenza di alcuna parte.
- Gestire Gaza da parte di un governo transitorio temporaneo di tecnocrati palestinesi sotto la supervisione di un'autorità internazionale guidata da Washington in collaborazione con partner arabi ed europei.
- Formare una forza di stabilità internazionale temporanea guidata da americani e arabi per supervisionare la sicurezza e addestrare la polizia locale.
- Fornire garanzie di sicurezza da parte di stati regionali per garantire l'impegno di tutte le parti.
- Impedire lo spostamento forzato dei palestinesi.
- Ricostruire completamente la Striscia.
- Creare un piano economico per la ricostruzione di Gaza.
- Creare una zona economica con tasse e dazi ridotti.
- Ritiro graduale dell'esercito israeliano.
- Aprire colloqui tra israeliani e palestinesi.
- Preparare la strada per la creazione di uno Stato palestinese in futuro.
Chi dovrebbe guidare tale operazione? Trump dietro le quinte ma non troppo e Blair, l’ex alleato degli USA nell’occupazione dell’Iraq con il suo milione di morti all’attivo senza responsabili, in prima linea. Il “Tony Blair Institute for Global Change”, fondato nel 2016 dall’ex primo ministro britannico è un'organizzazione senza scopo di lucro. che ha individuato nella lotta al populismo interconnesso all’estremismo, a vari governi e nel Medio Oriente lo strumento per promuovere un corretto sviluppo dei paesi emergenti utilizzando esperti occidentali di prima qualità che hanno affermato: “(…) che i paesi non si svilupperanno dove fiorisce l’estremismo. Senza la pace in Medio Oriente, le rimostranze continueranno a peggiorare e il conflitto si riverserà in altri paesi. Coloro che cercano rifugio sono stati utilizzati anche dai populisti per scatenare la rabbia in Occidente – e, soprattutto, dicono che il centro-settore deve affrontare questi problemi e rinnovare una politica di speranza e ottimismo, respingendo la paura e il pessimismo.”
Ha la presunzione di plasmare i nuovi leaders politici per affrontare i problemi della globalizzazione; hanno lo scopo di combattere il populismo ed elaborare un nuovo pensiero politico basato sulla coesistenza e contro gli estremismi interrompendo la sua diffusione, riducendo il suo potere di manipolare le coscienze rendendole indifferenti ai suoi messaggi. Tra le iniziative atte a raggiungere l’obiettivo hanno elaborato un programma educativo chiamato Generation Global che assicura di “promuovere la comprensione interculturale che organizza attività di dialogo per i giovani.”
Per risolvere le conflittualità nel Medio Oriente lo staff dell’istituto viene impiegato con i leader israeliani e palestinesi e funzionari chiave, gli attori regionali influenti, le missioni diplomatiche e le istituzioni multinazionali, per (….) “informare e guidare il pensiero e il processo decisionale. Sviluppare e sostenere raccomandazioni pratiche sul processo di pace e migliorare le realtà economiche, politiche e umanitarie sul terreno in Cisgiordania e a Gaza”.
Il team si concentra anche sugli sforzi volti a consentire discussioni rinnovate e credibili tra i governi palestinese e israeliano, anche su questioni urgenti relative alla stabilità economica e fiscale dell’Autorità palestinese, oltre a lavorare con le parti su idee per rilanciare l’economia palestinese.”
Per i Palestinesi c’è l’imbarazzo della scelta: o essere massacrati e deportati oppure seguire i cattivi consigli dei “padroni occidentali” e accettare che le imprese occidentali realizzino i loro obiettivi, tradotto: avere i padroni in casa e la valigia fuori della porta.
Il Tony Blair Institute ha inoltre avvertito della crescente minaccia iraniana. Secondo il Tony Blair Institute: “La visione del mondo totalitaria e divisiva nata dalla rivoluzione iraniana del 1979 ... è stata per anni una forza trainante di instabilità e violenza. A meno che i leader occidentali non possano imparare le lezioni dalla rivoluzione del 1979, la minaccia che l’Iran rappresenta continuerà a crescere.
Rimango dell’opinione che questa è una reazione agli abusi dei paesi occidentali che vogliono interferire nelle scelte politiche ed economiche che impedirebbero il saccheggio delle loro risorse petrolifere, minerarie e l’utilizzo delle loro posizioni strategiche per fini militari.
Infatti il loro lavoro di governance si concentra sulle scelte dei governi e i leader di Stati fragili, in via di sviluppo ed emergenti per, a loro dire, migliorarne l'efficacia. Aiutano i governi e i leader a rendere la loro visione di sviluppo una realtà. Fornire analisi, commenti e lezioni dal loro lavoro con i governi in stati fragili, in via di sviluppo ed emergenti chiaramente sul modello occidentale. Sempre secondo me, ogni paese deve essere libero di scegliere quando cambiare e come cambiare.
Il Tony Blair Institute ha progetti in 14 paesi africani, la cui popolazione complessiva supera i 460 milioni. Il loro lavoro di governance è principalmente programmatico. Tony Blair fornisce consulenza ai leader africani con i consiglieri del Tony Blair Institute che lavorano nei governi, aiutandoli a implementare le proprie visioni per lo sviluppo. E tutto per amore della pace, la fratellanza, il rispetto dei diritti umani, della inviolabilità territoriale e tanti altri belli e nobili principi che valgono solo per pochi eletti.
Tale luce per le genti immerse nell’oscurità non ha scopi di lucro, va avanti alimentata dallo spirito umanitario ma, come disse il buon Marcinkus: “Il Vaticano non va avanti con le avemarie” così il Daily Telegraph pubblicava la notizia che Blair aveva firmato un accordo per un importo di 9 milioni di sterline con il governo saudita inoltre cita un portavoce che affermava che: “(…) sebbene l'Istituto non avesse il dovere di rivelare donatori o donazioni, hanno confermato di aver ricevuto una donazione da Media Investment Ltd, una filiale del Saudi Research and Marketing Group registrata a Guernsey, per finanziare il loro lavoro per la modernizzazione e la riforma lavorando per una soluzione regionale al processo di pace, nonché sulla governance in Africa e sulla promozione della coesistenza religiosa.”
Il Tony Blair Institute ha confermato di aver ricevuto donazioni dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e dall'Arabia Saudita.
Nel 2024 l'Istituto fornì un lavoro retribuito per il regime autoritario in Azerbaigian quando l'Azerbaigian ospitò la conferenza COP29.
Nell'aprile 2025 Il Guardian ha pubblicato che uno dei più grandi donatori del Blair Institute è la fondazione di beneficenza di Larry Ellison, il fondatore della società di tecnologia informatica Oracle, che ha elargito oltre 52 milioni di sterline nel 2023 e ha promesso altri 163 milioni di sterline. Le cifre parlano da sole.
Il 1° dicembre 2016 Blair ha annunciato un accorpamento all’Institute di tre progetti: “The Africa Governance Initiative”, “The Tony Blair Faith Foundation” e la sua “Iniziativa per il Medio Oriente” dichiarando: “Negli ultimi nove anni abbiamo costruito una famiglia di organizzazioni che uniscono impiegando quasi 200 persone; hanno lavorato in oltre 30 paesi; e hanno prodotto alcuni risultati reali e duraturi. Sono molto orgoglioso dell’impegno e dell’impatto delle persone con cui ho avuto il privilegio di lavorare”.
Fin qui vi è la narrazione nobile, diamo uno sguardo alle critiche che sono state sollevate da più parti.
L’Institute è stato accusato di “(…) perseguire un’agenda neoliberista e di servire come veicolo ideologico per Blair. La possibile ricerca di interessi personali da parte di Blair, la possibile influenza dei donatori privati e la cooperazione con governi autoritari come il Ruanda e l'Arabia Saudita sono stati criticati. L'ala sinistra del partito laburista britannico, che Blair ha guidato dal 1994 al 2007, si è lamentata degli stretti contatti del TBI con il leader del partito, Keir Starmer, e la significativa influenza di Blair su di lui. Il Guardian ha descritto Blair come più potente nel 2023 che durante la sua premiership.
Tra i nobili scopi da perseguire non poteva mancare Gaza!
Il Tony Blair Institute ha confermato di aver partecipato alle discussioni in fase iniziale sulla pianificazione postbellica per Gaza, ma ha dichiarato di non aver scritto o approvato la proposta finale.
Secondo quanto riportato dal Financial Times: “(….) il piano includeva concetti come una “Riviera di Trump” e una “Elon Musk Smart Manufacturing Zone”, con l’obiettivo di attirare investimenti privati e rilanciare l’economia locale. Un elemento controverso della proposta prevedeva l’offerta di incentivi finanziari per un massimo di mezzo milione di palestinesi a lasciare Gaza, come parte di una più ampia strategia di reinsediamento. The Great Trust è stata una proposta di sviluppo postbellica per la Striscia di Gaza, che ha coinvolto il Tony Blair Institute for Global Change, un gruppo di uomini d’affari israeliani e il supporto finanziario di modellazione da parte di Boston Consulting Group. La proposta è stata condivisa con l’amministrazione Trump e mirava a trasformare Gaza in un centro commerciale e industriale.”
Non credo che il Presidente degli Stati Uniti sia adatto a portare avanti le trattative, anzi….
Purtroppo la pace è molto lontana e questo mi addolora profondamente. Ma non perdiamo di vista la situazione tra Ucraina e Russia, ci sono troppi droni non identificati che svolazzano da tutte le parti.