Salute

Infermieri, il secolo della svolta: Mattarella richiama la politica, “senza di voi il diritto alla salute resta incompiuto”


Dal Quirinale l’omaggio alla professione infermieristica nel giorno del centenario: “Motore del welfare e presidio di civiltà”. Fnopi rilancia: “Siamo la riserva di umanità della Repubblica”. Ma resta aperta la questione della fuga dei giovani e della carenza cronica di personale.

C’è un passaggio, nel discorso pronunciato da Sergio Mattarella per la Giornata internazionale dell’infermiere, che va oltre la celebrazione istituzionale e assume il peso di un monito politico e sociale. Quando il Capo dello Stato afferma che “solidarietà e cura non possono avere carattere di eccezionalità”, sta dicendo qualcosa di molto preciso al Paese: il diritto alla salute non può reggersi soltanto sulla dedizione individuale di chi lavora negli ospedali, nei pronto soccorso, nei servizi territoriali e nelle case dei pazienti. Non basta l’eroismo. Non bastano gli applausi. Serve una struttura pubblica capace di sostenere chi ogni giorno tiene insieme il sistema sanitario italiano.

La celebrazione dei cento anni della professione infermieristica, organizzata a Roma all’Auditorium Antonianum, ha così assunto il valore di una fotografia nitida dell’Italia sanitaria contemporanea: da una parte il riconoscimento unanime del ruolo centrale degli infermieri, definiti da Mattarella “motore del diritto alla salute” e pilastro del welfare; dall’altra la consapevolezza che proprio quella colonna portante continua a essere sottoposta a una pressione enorme, tra carichi di lavoro, retribuzioni insufficienti, carenze di organico e crescente fuga all’estero dei professionisti più giovani.

Non è casuale che il Presidente della Repubblica abbia richiamato esplicitamente il numero dei professionisti oggi in servizio – 462mila – definendolo insufficiente rispetto ai bisogni assistenziali del Paese. È una constatazione che pesa soprattutto in un’Italia sempre più anziana, con una domanda sanitaria in aumento costante e con intere aree interne dove l’accesso alle cure rischia di diventare un privilegio geografico. Quando Mattarella parla di disparità territoriali “non tollerabili”, il riferimento è a un Servizio sanitario nazionale che continua formalmente a definirsi universale ma che, nella pratica, mostra crepe sempre più profonde.

Dentro questo quadro si inserisce la riflessione della presidente della FNOPI, Barbara Mangiacavalli, che ha trasformato l’anniversario in qualcosa di più di una commemorazione. Il suo intervento è stato, insieme, una rivendicazione identitaria e una richiesta di riconoscimento politico. “Siamo la riserva di umanità della Repubblica”, ha dichiarato, scegliendo una formula destinata a restare nel dibattito pubblico perché fotografa perfettamente il paradosso della sanità contemporanea: mentre la medicina diventa sempre più tecnologica, automatizzata e dipendente da algoritmi e intelligenza artificiale, cresce il valore di ciò che nessuna macchina può sostituire completamente, cioè la relazione umana con il paziente.

È probabilmente questo il punto centrale emerso durante la giornata: la professione infermieristica non è più percepita soltanto come funzione di supporto clinico, ma come elemento decisivo nella costruzione stessa dei percorsi di cura. Curare la persona, e non soltanto la patologia, significa infatti ridefinire il concetto stesso di assistenza sanitaria. E in questa ridefinizione gli infermieri diventano il punto di equilibrio tra competenza tecnica, ascolto, continuità assistenziale e presenza umana.

Non a caso anche Orazio Schillaci ha parlato di una professione ormai fondata su “competenze avanzate, ricerca, innovazione e capacità relazionale”, mentre Anna Maria Bernini ha insistito sul rafforzamento delle lauree magistrali specialistiche come strumento per costruire una sanità capace di anticipare i bisogni dei cittadini. Dietro queste dichiarazioni c’è una trasformazione profonda: l’infermieristica italiana non è più quella delle scuole convitto nate con il Regio Decreto del 1925, ma una disciplina accademica pienamente riconosciuta, con percorsi specialistici, ricerca scientifica e dottorati.

La riforma delle nuove lauree specialistiche in cure primarie, infermieristica di famiglia e comunità, area neonatale, pediatrica, intensiva ed emergenziale rappresenta infatti uno dei passaggi più significativi degli ultimi decenni. Mangiacavalli lo ha definito un “sigillo” definitivo sulla maturità della professione. Ed è difficile darle torto. Perché il passaggio da professione ausiliaria a disciplina scientifica autonoma non è soltanto una questione accademica: significa ridefinire gli equilibri interni del sistema sanitario e riconoscere agli infermieri un ruolo decisionale, organizzativo e clinico molto più ampio.

Ma proprio qui emerge la contraddizione più evidente. Se la politica riconosce pubblicamente la centralità degli infermieri, perché il sistema continua a perderne migliaia? Perché tanti giovani professionisti scelgono di lavorare all’estero? La risposta, implicitamente, è contenuta negli stessi interventi celebrativi: riconoscimento simbolico e riconoscimento materiale non coincidono ancora. E senza salari adeguati, percorsi di carriera strutturati, sicurezza lavorativa e condizioni sostenibili, il rischio è che le parole restino isolate rispetto alla realtà quotidiana dei reparti.

La pandemia Covid, evocata più volte durante la cerimonia, continua a rappresentare lo spartiacque di questa consapevolezza collettiva. Gli infermieri sono stati il volto umano dell’emergenza sanitaria, spesso l’ultimo volto visto dai pazienti isolati. Mattarella ha ricordato gli “sforzi eroici” compiuti durante quei mesi. Ma proprio quell’esperienza ha mostrato anche tutti i limiti strutturali del sistema: personale insufficiente, territori fragili, ospedali sovraccarichi, professionisti costretti a reggere il peso della crisi ben oltre le proprie possibilità.

Per questo le parole pronunciate durante la celebrazione assumono oggi un significato che va oltre l’omaggio retorico. Parlare di infermieri significa parlare del modello di società che l’Italia intende costruire. Se la salute resta davvero, come ha detto Mattarella, “una pietra angolare della democrazia”, allora il futuro del Servizio sanitario nazionale dipenderà anche dalla capacità di trattenere, valorizzare e proteggere chi quella democrazia sanitaria la rende concreta ogni giorno.

Ed è forse qui che la formula scelta da Mangiacavalli acquista il suo significato più profondo. “Riserva di umanità” non è soltanto una definizione poetica della professione infermieristica. È il tentativo di ricordare che, in una sanità sempre più dominata da numeri, algoritmi, produttività e logiche economiche, esiste ancora un elemento senza il quale nessun sistema di cura può davvero funzionare: la presenza umana accanto alla fragilità.

Autore Vincenzo Petrosino
Categoria Salute
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