Il Ponte diventa il simbolo dell’arroganza del governo: ora si faccia piena luce sulle procedure
L’inchiesta della Procura di Roma si allarga. I carabinieri del Ros hanno acquisito documenti al ministero delle Infrastrutture, al DIPE-CIPESS, alla società Stretto di Messina e al consorzio Eurolink. Al centro degli accertamenti le carte trasmesse alla Corte dei Conti e le procedure di approvazione dell’opera. Le accuse sono ancora da accertare, ma il governo deve rispondere delle proprie scelte politiche.

Il Ponte sullo Stretto doveva essere la grande opera destinata a consegnare Matteo Salvini alla storia. Rischia invece di diventare il simbolo di un governo che ha trasformato un progetto infrastrutturale in una battaglia identitaria, anteponendo gli annunci alla soluzione dei problemi concreti del Mezzogiorno. La nuova attività investigativa della Procura di Roma riporta al centro della scena una domanda che Palazzo Chigi e il ministero delle Infrastrutture non possono liquidare con una conferenza stampa: le procedure seguite per approvare il progetto sono state rispettate in ogni loro passaggio?

Il 21 ottobre i carabinieri del Ros, su delega dei pubblici ministeri romani, hanno acquisito documentazione presso il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica (DIPE), il CIPESS, la società Stretto di Messina e il consorzio Eurolink. L’ordine di esibizione riguarda gli atti predisposti e inviati alla Corte dei Conti nell’ambito dei controlli sulla delibera CIPESS n. 61 del 2025 e sul decreto del 1° agosto 2025. L’attività si inserisce nell’inchiesta avviata a Roma e proseguita con le perquisizioni del 9 giugno. 

Le carte al centro dell’inchiesta
Non si tratta di una sentenza e sarebbe scorretto presentare come dimostrate responsabilità penali che la magistratura deve ancora accertare. Ma non si tratta neppure di una vicenda da archiviare come un semplice intralcio burocratico. Gli inquirenti stanno approfondendo un procedimento nel quale si ipotizzano, tra gli altri, i reati di corruzione e rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio. Tra le persone indagate figurano l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele e l’avvocato Giacomo Francesco Saccomanno.

Secondo quanto riferito dalla Procura, le precedenti indagini riguardavano condotte che sarebbero state finalizzate a condizionare l’esame di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto definitivo. L’acquisizione di nuovi documenti consentirà agli investigatori di esaminare ulteriormente le procedure e gli aspetti economici dell’opera. Non è possibile anticipare quale sarà l’esito degli accertamenti, né attribuire automaticamente al governo responsabilità per le condotte contestate ai singoli indagati. 

L’accesso agli atti negato e le domande ancora aperte
La vicenda solleva anche un problema di trasparenza amministrativa. Il 29 dicembre 2025, secondo quanto denunciato dai promotori degli esposti, il DIPE aveva respinto una richiesta di accesso alle controdeduzioni trasmesse alla Corte dei Conti. Si tratta degli stessi documenti che oggi sono oggetto dell’attività investigativa, circostanza che rende ancora più importante chiarire quali informazioni contenessero e quali ragioni avessero giustificato il diniego.

La mancata concessione dell’accesso, da sola, non dimostra l’esistenza di irregolarità o di tentativi di occultamento. Ma il principio di trasparenza impone che le decisioni amministrative siano motivate e verificabili nei limiti previsti dalla legge. Quando sono in gioco un’infrastruttura di enorme valore economico e risorse pubbliche ingenti, la conoscibilità degli atti e la possibilità di sottoporre le procedure a un controllo indipendente non sono fastidi da sopportare: sono garanzie essenziali.

Sul tavolo ci sono inoltre i dubbi sollevati dagli oppositori dell’opera sulle modifiche al progetto originario, sulle procedure di affidamento e sul rispetto delle norme europee. Sono questioni che richiedono verifiche documentali e valutazioni giuridiche puntuali, non slogan contrapposti. Proprio per questo l’esame della magistratura e degli organi di controllo deve potersi svolgere senza pressioni politiche.

Salvini e lo scontro con la Corte dei Conti
Il problema politico nasce anche dal rapporto che il ministro Salvini ha costruito con il progetto. Il Ponte è stato presentato per anni come la prova della capacità del governo di realizzare le grandi opere, fino a diventare una questione di prestigio personale. In questa narrazione, ogni ostacolo procedurale rischia di essere rappresentato come un sabotaggio e ogni richiesta di verifica come un attacco politico.

Ma la Corte dei Conti non è un avversario del governo. È un organo costituzionale che esercita le funzioni attribuitegli dall’ordinamento. I suoi controlli possono essere contestati nelle sedi competenti e le sue valutazioni possono essere oggetto di confronto giuridico, ma non possono essere delegittimati soltanto perché rallentano il calendario annunciato dal ministro.

La questione è semplice: se il progetto è solido, se le procedure sono corrette e se le risorse sono state impegnate nel rispetto delle norme, i controlli devono poterlo dimostrare. Se emergono criticità, il governo deve affrontarle. La velocità di un’opera non può diventare un motivo per ridurre le garanzie che ne regolano la realizzazione.

Le priorità del Mezzogiorno dimenticate
C'è poi una questione che precede e supera gli sviluppi giudiziari: l’ordine delle priorità. Sicilia e Calabria hanno bisogno di collegamenti ferroviari efficienti, manutenzione stradale, reti idriche affidabili, servizi pubblici adeguati e interventi strutturali contro il dissesto idrogeologico. Sono problemi che incidono ogni giorno sulla vita dei cittadini, sulla competitività delle imprese e sulla possibilità di contrastare lo spopolamento.

Il Ponte potrebbe produrre benefici economici e trasportistici, ma questi devono essere valutati sulla base di analisi credibili, costi complessivi, tempi di realizzazione e ricadute effettive sul territorio. Non basta invocare la modernizzazione per dimostrare che un investimento sia automaticamente la scelta migliore. Né si può ignorare il costo delle opere complementari necessarie affinché il collegamento funzioni davvero all’interno di una rete di trasporti efficiente.

Ogni euro destinato al Ponte deve quindi essere valutato anche alla luce delle alternative e delle esigenze che rischiano di ricevere meno risorse. Non è una contrapposizione tra progresso e arretratezza, ma una questione di responsabilità nell’impiego del denaro pubblico.


Meloni riferisca in Parlamento
Giorgia Meloni e Matteo Salvini devono rispondere sul piano politico delle decisioni assunte, delle garanzie offerte sulla regolarità dell’iter e delle risorse impegnate. È legittimo chiedere al governo di riferire in Parlamento e di rendere conto delle procedure seguite, senza aspettare che un’inchiesta giudiziaria arrivi alla conclusione.

La richiesta di sospendere il progetto fino al chiarimento delle criticità contestate è una posizione politica che può essere sostenuta e discussa. Le eventuali misure cautelari o conseguenze giuridiche, invece, devono discendere dalle valutazioni delle autorità competenti e dalla normativa applicabile.

La distinzione è fondamentale: non spetta alla politica pronunciare condanne anticipate, ma non spetta neppure alla politica sottrarsi alle proprie responsabilità dietro la presunzione di innocenza degli indagati. Quest’ultima tutela le persone sottoposte alle indagini; non impedisce ai cittadini di pretendere trasparenza, né esonera il governo dal rendere conto delle proprie scelte.

Il Ponte sullo Stretto non può essere un monumento all’ambizione di un ministro. Deve essere, come qualsiasi altra grande opera pubblica, un progetto sottoposto alle leggi, ai controlli e alla valutazione dei suoi costi e benefici. Se il governo è convinto della sua legittimità, metta a disposizione le spiegazioni necessarie e lasci lavorare gli organi competenti. Perché le infrastrutture servono ai cittadini, mentre la propaganda serve soprattutto a chi la fa.