Valditara e la par condicio a scuola: il ministro vuole mettere il bavaglio anche al dibattito sul referendum sulla giustizia
Il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara, che non manca occasione per voler farsi riconoscere per quel che è (cioè un personaggio da nulla), ha deciso di trasformare le scuole italiane in un terreno di controllo politico. Con una nuova indicazione agli uffici scolastici regionali, il titolare del Ministero dell'Istruzione e del Merito ha chiesto verifiche e riscontri nel caso arrivino segnalazioni di mancato rispetto della “par condicio” negli incontri che si stanno svolgendo negli istituti sul referendum sulla giustizia previsto per il 22 e 23 marzo.
Una scelta che sa di intimidazione più che di garanzia democratica.
Secondo quanto riferito dal ministero, gli uffici territoriali dovranno controllare se nei dibattiti organizzati nelle scuole venga rispettato il principio di equilibrio tra le posizioni sul referendum. In altre parole, se qualcuno dovesse segnalare che un incontro ha espresso una posizione troppo critica verso la riforma della giustizia sostenuta dal governo, scatteranno verifiche e accertamenti.
La domanda è inevitabile: da quando il confronto politico nelle scuole deve passare attraverso il filtro del ministero?
Il problema non è la par condicio, principio sacrosanto nelle campagne referendarie. Il problema è chi la invoca e con quale spirito. Perché quando un ministro invita le strutture amministrative dello Stato a controllare ciò che si dice negli incontri scolastici, il confine tra garanzia e censura diventa pericolosamente sottile.
Le scuole dovrebbero essere luoghi di discussione, formazione civica e spirito critico. Non uffici periferici del governo.
Eppure la linea scelta da Valditara sembra muoversi nella direzione opposta: monitorare, verificare, intervenire. Parole che evocano più un apparato di vigilanza che un sistema educativo libero.
C'è poi un altro punto che rende questa vicenda ancora più paradossale. La Costituzione italiana tutela la libertà di insegnamento e l'autonomia delle istituzioni scolastiche. Non è un dettaglio: è uno dei pilastri della democrazia repubblicana. Se il ministero inizia a intervenire nei dibattiti interni alle scuole su temi politici, si apre una strada pericolosa: oggi il referendum sulla giustizia, domani qualsiasi altro argomento scomodo per il governo di turno.
Il rischio non è teorico. È molto concreto.
In realtà il messaggio implicito è chiarissimo: attenzione a ciò che si dice nelle scuole. Perché qualcuno potrebbe segnalarlo e il ministero potrebbe intervenire. È il modo più semplice per ottenere un risultato preciso: raffreddare il dibattito, scoraggiare iniziative, spingere dirigenti e insegnanti all'autocensura. Non serve vietare esplicitamente qualcosa. Basta creare il clima giusto.
Forse il punto vero è proprio questo. Una scuola che discute, che analizza le riforme, che mette in discussione le scelte del potere politico può diventare scomoda. Molto più semplice pretendere un equilibrio formale che, nella pratica, rischia di trasformarsi in silenzio.
Ma la scuola non è un ufficio di propaganda né un territorio neutrale da sterilizzare. È il luogo dove si impara a pensare.
Ed è proprio per questo che ogni tentativo di mettere il naso nei dibattiti che si svolgono tra studenti e docenti dovrebbe suscitare una reazione forte. Perché quando un ministro comincia a controllare le discussioni nelle scuole, non è solo la scuola a essere sotto pressione: è la libertà democratica nel suo complesso.
E poi c'è qualcuno oche ancora pretende di definire conservatori quelli che invece sono dei semplici fascisti d'accatto.