Che strana mattina, questa”, mi dissi alla fine di quel giorno che era iniziato presto, preparando il solito caffè che riordina rapidamente la mia mente nel consueto sottofondo della rassegna stampa radiofonica. Ed ero ancora in quel letargo mentale mattutino quando notizie sempre più concitate e inquietanti si alternavano a strazianti grida e pianti di bambini, con uomini e donne in fuga, in un assordante ronzio di sirene e boati che si susseguivano come nelle sequenze festose dei botti natalizi, ma che quella mattina erano tutt’altro che di festa.
Frastornato da quei resoconti così crudi e dettagliati che squarciarono d’un colpo le ragnatele dei miei pensieri ancora in bozze, oramai perfettamente sveglio, corsi ad accendere il televisore nella recondita speranza di non trovare, fra le notizie del giorno, alcun riscontro reale di quanto ascoltato dalla radio e convincendomi persino che fossero semplicemente brani di un libro in prossima uscita. Ma così, purtroppo, non fu.

Impietrito e angosciato osservavo immagini strazianti di persone, che spaventate e in frenetico movimento, si affrettavano disorientate, alla ricerca affannata di un po' di cibo, di un po' di acqua, di un rifugio dove ripararsi, mentre ancora più in là, altre, vagavano stravolte tra fumi e cumuli di macerie che un tempo erano le loro case, le loro scuole, i loro ospedali. Inquieto e nervoso, cambiai canale e rividi un’altra scena di vite terribilmente sconvolte. In questa adolescenti e ancor di più, bambini e bambine, si accalcavano disordinatamente gli uni a ridosso sugli altri e tutti con in mano un’acconcia scodella che rivolgevano in alto, in prossimità della fiancata di un grosso camion di un’organizzazione umanitaria. Chiusi gli occhi e fotografai nella mia mente quell'immagine che nella sua plastica e instabile postura verticalizzata con quelle braccia protese in su, altro non era, che un collettivo e disperato gesto di un’accorata supplica, evidentemente esaudita, perché poco dopo, una densa e rossa sostanza verosimilmente sugo, gli veniva frettolosamente versata dall’alto del mestolo di un operatore di quella provvidenziale associazione. Una sostanza come quell’altra, anch’essa rossa, ma di altra natura e che fuoriusciva copiosa, a ricoprire i corpi di quei loro fratelli più in là, in quella stessa piazza e che invece era sangue innocente di uomini e ragazzi, di novelli martiri forzatamente strappati alla conduzione del loro vivere e catapultati a migliaia nell’ennesimo scenario di questa inconcepibile guerra intrapresa da efferati e sanguinari terroristi come tanti, che da secoli hanno imperversato in questa martoriata Terra.

Raccapriccianti visioni di innocenti vittime di questa inaudita guerra che ancora oggi, ahimè, incombe dolorosamente su di loro e ancora, per l’ennesima volta, perpetrate a loro danno da coloro che si sentono padroni assoluti delle loro inutili esistenze. Scene di soprusi e violenze che si ripresentano prepotentemente su corpi impotenti di donne e di bambini insieme a quelli di giovani uomini o altri ancora imberbi, reclutati e vestiti da soldati improvvisati a migliaia per difendersi. E simili a quegli altri, numerosissimi anche loro e spediti laggiù dall’aggressore, come pedine inanimate sulla solita scacchiera dell’ennesimo nuovo, diabolico gioco al massacro escogitato dal solito gruppo di despoti miliardari, obesi di odio senza fine, per soddisfare e nutrire il loro ego deformato e profondamente disturbato. E allora,, un altro macabro giro, un’altra orribile, disumana corsa nell’ultimo inedito capriccio; nell’ulteriore dannata bevuta di sangue innocente di questi satrapi ingordi e indomiti, mai sazi e detentori di un malefico potere che si perpetua dannatamente e inevitabilmente nello scorrere dei tempi.

Solo allora, a poche decine di minuti dal mio risveglio, ma che mi sembravano ore, inorridito e lucidissimo, mi resi conto che da quel momento, venni anch’io, a modo mio, trascinato in una guerra non voluta: a casa mia, in Italia, in Europa, nell’anno da poco avviato del primo ventennio del duemila. Perché, nonostante fisicamente lontano da quei luoghi della tragedia, in quella strana mattina, per la prima volta mi accorsi che quella maledetta guerra era arrivata anche qui in mezzo a noi, nel nostro paese, perché quelle donne sono anche, le nostre sorelle o madri; perché quei bambini sono anche, i nostri figli o nipoti; perché quelle donne e quei bambini sono la nostra Umanità                       

PERCHÉ?

Ma perché, anche l’uomo di questo XXI secolo, diretto testimone dello straordinario sviluppo evolutivo in atto affiancato da un altrettanto entusiasmante periodo di successi scientifici in tutti i settori della scienza e quindi beneficiario di tali condizioni, non riesce a opporsi efficacemente a queste devastanti guerre e riesce invece, benissimo, ad assistere al loro drammatico epilogo del tutto identico a tutte le altre e cioè al massacro di tantissimi innocenti, alla contemporanea sconfitta dei contendenti e alla vittoria della sola imbecillità e stoltezza umana?

Perché anche quest’uomo si rassegna al ripetersi del solito scenario di sopraffazione del simile sul suo simile, al di là dei tempi e delle coordinate spaziali? Non me ne capacito e fino allo sfinimento, mi chiedo perché, ancora oggi, siamo costretti a indietreggiare nel tempo, ai primordi del genere umano, nella preistoria, a quando l’ominide dotato di clava usava solo ed esclusivamente quest’arma per cacciare o annientare il suo simile, facendosi governare dal solo suo animalesco istinto non controbilanciato dalla ragione che riuscirebbe con la sola arma del confronto, del dialogo, del compromesso, a gestire le relazioni umane e sociali fra gruppi, etnie, popoli e continenti?

Perché anche noi, figli di questa epoca, abitanti in una qualsiasi piccola porzione territoriale del contesto mondiale e facenti parte di quella stragrande maggioranza che definirei sufficientemente onesta, assertiva e dedita a mantenere con fatica la conduzione della propria vita quotidiana, in un contesto di tranquillità raggiunta o da raggiungere, diveniamo inevitabilmente succubi di quell’altra minoritaria parte di popolazione o di un suo limitato gruppo di mostruosa genìa? Una banda di individui manipolatori di professione dediti esclusivamente alla perenne e famelica conquista di vite e di cose, dannatamente concentrati al continuo sfruttamento del prossimo e al soddisfacimento esclusivo della loro indomita cupidigia e narcisistica prevaricazione? La guerra è sinonimo di morte e distruzione, comunque, ed è per questo che la volontà della maggioranza dei cittadini del mondo è nettamente contraria a questa disumana barbarie, ma inspiegabilmente, le finte democrazie non riescono ad evitarle; finte, perché nelle vere democrazie vi è soprattutto il rispetto e la garanzia delle libertà e delle volontà del singolo, figurarsi quelle della maggioranza della sua collettività.

Perché, noi tutti, cittadini di questo globalizzato mondo in continuo fermento, non ci prendiamo una pausa nella nostra convulsa e frenetica vita, per riflettere con calma sui fatti, sugli avvenimenti che stanno accadendo oggi, intorno a noi, cercando di osservarli a occhio nudo senza gli ipotetici occhiali che ciascuno di noi indossa a causa delle nostre personali ambiguità, pregiudizi, convinzioni, tornaconti e ambizioni personali che deformano la realtà vera delle cose, dei fatti, degli avvenimenti alterandoli e creando inevitabili confusioni perché la visione di essi non è quella reale, unica e oggettiva, ma diversa per ciascuno come di conseguenze anche le eventuali risposte? E perché non decidiamo, invece, di andare ancora più indietro nel tempo, per indossare i panni di quando eravamo bambini e vedevamo i fatti, le situazioni, esattamente per quelli che erano realmente nella loro vera essenza per esclusivo merito della naturale innocenza e chiarezza che solo una mente e un cuore ancora puro riescono a percepire?

Solo con questi artifizi mentali, affiancati da un sincero spirito di rinnovamento scevro da tutte le incrostazioni passate, riusciremmo, forse, con la nuova visione delle cose con gli occhi senza filtri a eliminare quanto di vecchio, di stantio c’è ancora nelle istituzioni dello Stato e nei suoi organismi nazionali e sovranazionali, per trovare nuove e idonee soluzioni. Perché i fatti, gli avvenimenti, cambiano nel tempo come anche le nostre risposte che devono variare, seguendo la scia dell’evoluzione che coinvolge tutto, compresi noi.
Credo fermamente, in questo complicato e pericoloso momento storico che stiamo vivendo, che sia arrivato il momento di attivarci tutti e in fretta, per iniziare al più presto questo processo, ascoltando e tenendo soprattutto conto di ciò che ci dice la voce della nostra coscienza che è il termometro del nostro stato d’animo, quell’emozione perenne intesa come esigenza della mente a prescindere da qualsiasi altra connotazione religiosa o morale e che ti dà la consapevolezza dell’evento che l’attiva e fa ridestare, in ciascuno di noi, il discernimento, capace di comprendere, in maniera modulata per ciascuno di noi, ciò che e bene e ciò che è male.

La voce di quella coscienza che ci rende unici rispetto a tutti gli altri esseri viventi e così spesso silenziata o relegata ai margini delle nostre quotidianità, che abita in tutti noi al di là del nostro colore della pelle, del nostro livello di cultura, della nostra condizione economica o sociale, della nostra appartenenza politica o del nostro orientamento sessuale.

Quella coscienza che è assolutamente unica ed esclusivamente nostra, come le nostre impronte digitali uniche per ciascuno di noi e che ti fa commuovere nell’arco della tua vita quando si presenta nella quotidianità del presente o quando ti soffermi nel passato, nelle visioni dei ricordi di quel tuo primo video girato in casa a riprende la tua famiglia intenta a festeggiare la tua maturità o del primo bacio con la tua amata o di quel piccolo essere, miniaturizzato omino che sgambettava e strillava fra le braccia della madre che te lo porgeva e che da quel giorno, divenne tuo figlio o quell’altro, immenso, dono della vita che ti salta addosso prendendo la rincorsa e facendo traballare le tue gambe non più ferme come un tempo e che ti abbraccia con forza, chiamandoti “nonno” o all’immagine di quei due estranei vecchietti che con tenerezza, si tengono per mano, attraversando il semaforo sotto casa.

Mi chiedo, se tutti noi, cittadini di questo sempre di più complicato, difficile mondo globalizzato, riuscissimo in qualche modo a coagulare tutte le nostre singole coscienze per farne una sola, mondiale. La sua voce diventerebbe un solo, potente grido di dolore e allo stesso tempo, un’autorevole barriera al proseguimento delle attuali guerre sparse nel mondo e all’eventuali nascite di altre nel futuro. Quella coscienza universale unificata in una sola che potremmo figurare come una goccia di sangue salvifica, che riscatta le tante, indegnamente versate su questa meravigliosa Terra che quieta, assiste al girovagare inquieto e confuso di questa umanità alla ricerca di un bene che appaghi tutti. Se esiste.