Equilibri interiori
Un percorso che parte da dentro e prova a trovare un punto di contatto con chi ascolta. Bosa, nel suo nuovo brano “Una lacrima al giorno”, lavora sulle sfumature, senza cercare scorciatoie. Il risultato è un racconto che resta leggero in superficie ma porta con sé un contenuto più profondo.
Nel verso “quando guardi la tua controfigura” c’è un’immagine molto forte. Chi è oggi quella controfigura per te?
All’inizio quella controfigura era la distanza tra ciò che ero e ciò che vedevo allo specchio: un momento in cui non mi riconoscevo più e, soprattutto, avevo paura di restare da solo con me stesso. Era una solitudine interiore, profonda, quasi inevitabile. Oggi quella controfigura si è spostata. Con il tempo cambia forma: resta quella fragilità, ma si trasforma in una paura più esterna. Vedi i tuoi genitori invecchiare, senti il rischio di perdere le persone che ami. La controfigura oggi nasce anche da questo scarto: da una parte la paura dell’abbandono, dall’altra il senso di non riuscire a costruire qualcosa che resti davvero, come se il mondo scorresse più veloce di quanto tu riesca a stargli dietro. È lì che si crea quella distanza, quella sensazione di non lasciare una traccia.
Si percepisce una grande delicatezza nel trattare il dolore, però in alcuni momenti sembra quasi trattenuta. È una forma di protezione?
No, in questa canzone guardo il dolore in modo diretto, senza protezioni. Più che trattenuto, è uno sguardo carico di compassione verso me stesso. C’è rabbia per una condizione non accettata, ma anche una tenerezza profonda verso quella fragilità che emerge nel riflesso. Quella tenerezza e quella compassione portano a trattare il dolore con estrema delicatezza, ma non significano trattenerlo: è un modo diverso di attraversarlo, più consapevole. Non è un freno, è un contatto più profondo, quasi un prendersi cura di quella parte ferita invece di respingerla
Che rapporto hai con il passato musicale italiano, considerando anche le tue radici?
Il mio rapporto è di forte assorbimento e rielaborazione. Attraggo molto dal cantautorato italiano, con influenze che vanno da Pino Daniele a Vasco Rossi, insieme alle sonorità delle band rock internazionali. Tuttavia, il punto centrale è trasformare queste influenze in qualcosa di personale, cercando sempre un’alchimia autentica tra musica e testo, dove l’arrangiamento non accompagna soltanto ma completa il significato. Tutto questo diventa una sorta di sfondo necessario: un linguaggio, un contesto emotivo e sonoro dentro cui posso inserire quello che ho da dire, come se servisse a preparare lo spazio in cui far emergere davvero il mio racconto.
Se dovessi definire con una sola ambizione il tuo futuro artistico, quale sarebbe?
La prima ambizione è continuare ad avere quell’ispirazione che mi permette di trasformare in musica gli appunti che prendo vivendo. Non scrivo a tavolino, scrivo di pancia, quindi per me non è affatto scontato: significa restare sintonizzato, essere capace di captare quell’impulso, quell’idea, quello stimolo che accende tutto. Accanto a questo, c’è il desiderio profondo di condividere. Non solo far arrivare questa verità a più persone possibili, ma creare un vero spazio di riconoscimento reciproco: trasformare qualcosa di profondamente personale in qualcosa che appartenga anche agli altri. Quando qualcuno si rivede in quello che scrivo, quando quel vissuto smette di essere solo mio e diventa condiviso, è lì che la musica trova il suo senso più pieno.
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