Presentato alla Berlinale 2026, Nina Roza segna il ritorno di Geneviève Dulude-de Celles, autrice canadese rivelatasi con Une colonie. Dopo alcune esperienze nel documentario, la regista torna a indagare i legami tra identità e memoria con una coproduzione tra Canada e Bulgaria, costruita su un equilibrio tra sensibilità poetica e solidità narrativa. Nel cast spiccano Galin Stoev e Chiara Caselli, a conferma di un respiro internazionale che attraversa tutta l’opera.

Il film segue Mihail, esperto d’arte bulgaro trasferito a Montréal, che ha cresciuto da solo la figlia dopo un grave lutto. Quando riceve l’incarico di autenticare i dipinti di Nina, bambina prodigio diventata virale in un remoto villaggio bulgaro, è costretto a tornare nella terra che aveva lasciato. L’indagine professionale si trasforma presto in un confronto con il proprio passato: il talento precoce della piccola artista riaccende ricordi legati alla figlia, mentre i dubbi sull’autenticità delle opere sollevano questioni morali complesse.

Dulude-de Celles costruisce così un racconto intimo in cui l’analisi dell’arte diventa metafora di un’autenticazione interiore. Il parallelismo tra Nina e Roza riflette la ciclicità della memoria e il peso delle eredità familiari, trasformando il ritorno in Bulgaria in un percorso di guarigione. Tra etica e verità, il film interroga il confine tra il bisogno di svelare e quello di proteggere, suggerendo che l’arte possa fungere da ponte fragile ma necessario tra passato e presente.