A ottobre 2025 i dati definitivi sui prezzi al consumo ci raccontano che l'inflazione “rallenta sensibilmente”, scendendo all'1,2%. Bene, applaudiamo pure la statistica, ma la realtà è meno rassicurante di quanto si vorrebbe far credere. Perché dietro questa apparente buona notizia c'è un quadro instabile, contraddittorio e tutt'altro che tranquillizzante.

Il dato mensile è addirittura negativo (-0,3%), e qualcuno ci venderà questo segno meno come un successo. Peccato che a trascinare giù l'indice siano soprattutto gli Energetici regolamentati, crollati del 6,4% su base mensile e addirittura passati da un +13,9% annuo a un -0,5%. Un ribaltamento così brutale non è un segnale di stabilità: è il sintomo di un settore che oscilla come un pendolo impazzito. Ci si stupirà poi se nei prossimi mesi torneranno i rialzi?

E non è tutto. A rallentare è anche il prezzo degli Alimentari non lavorati: +1,9% contro il precedente +4,8%. Ottimo sulla carta, certo, ma si dimentica sempre un dettaglio fondamentale: parliamo di prodotti essenziali. Quando crescono troppo, si grida allo scandalo; quando crescono meno, si fa finta che la vita sia tornata facile. Il risultato? Le famiglie continuano a spendere di più per riempire il carrello, solo che ora il problema è raccontato con toni più morbidi.

Sul fronte servizi, invece, nessuna sorpresa: rimangono belli ancorati su aumenti robusti, +2,6% su base annua. Il differenziale tra beni e servizi vola a 2,4 punti percentuali. Tradotto: tutto ciò che non si può evitare — trasporti, cura personale, ricreazione — continua a costare sempre di più. Ma tanto basta dire che l'inflazione generale scende, ed ecco servita la narrativa del “tutto sotto controllo”.

L'inflazione di fondo, quella che dovrebbe raccontarci la verità senza le distorsioni energetiche, si “raffredda” dal 2,0% all'1,9%. Una decelerazione ridicola, che non cambia la sostanza: i prezzi continuano a crescere trimestre dopo trimestre, e lo fanno senza l'alibi dei prodotti energetici. Ma guai a dirlo troppo chiaramente: strozzerebbe quella fragile illusione di ripresa che si cerca disperatamente di mantenere in vita.

E anche l'IPCA, il famoso indice armonizzato europeo, rallenta dal +1,8% al +1,3%. Una frenata che sa tanto di fisiologia dopo un anno di scossoni, più che di reale miglioramento strutturale.

Insomma, ci viene consegnato il solito messaggio tranquillizzante, ma la morale resta amara: si enfatizzano le buone notizie di facciata mentre si ignorano le dinamiche che continuano a mordere i bilanci delle famiglie. E il tasso di inflazione acquisito? +1,6%. Già messo in cantiere, già pronto a pesare sui redditi, indipendentemente da ciò che accadrà nei prossimi mesi.

La verità è semplice: l'inflazione rallenta, sì... ma non sul carrello della spesa. Inoltre, rallentare non significa tornare indietro. Significa solo continuare a correre verso l'alto più lentamente. E chi vive di stipendio o pensione non percepisce un sollievo, visto che non sono adeguati al costo della vita: percepisce solo l'ennesimo racconto ottimistico calato dall'alto, mentre il portafoglio resta sempre più leggero.