Le Grandi Madri, il Bambino di Luce e la Singolarità del Nagual
In una grotta che odorava di terra bagnata, muschio e segreti antidiluviani, accadde l’Impossibile. Senza il grido lacerante della carne, ma con il rintocco silenzioso e agghiacciante di un orologio cosmico che scoccava l’ora X, il Bambino apparve. Non fu una nascita, fu una singolarità fisica: la roccia che partorisce la luce.
Era il mito di Mitra che si incarnava in una periferia dimenticata da Dio, un’esplosione controllata di radianza divina racchiusa in un involucro di pelle neonata, pronta a sgozzare il Toro primordiale del caos e a versare il suo sangue affinché la terra potesse rigenerarsi.
Il Bambino non era solo carne; era la sovrapposizione quantistica di ogni speranza solare che l'umanità avesse mai concepito. In lui vibrava la frequenza di Osiride, il dio che accetta l'inevitabile tradimento, lo smembramento e l'oscurità del sepolcro non come una fine, ma come una necessità biologica. Egli era il grano che deve marcire per nutrire il mondo, il Signore dell'Eternità che trasforma il regno delle ombre nel laboratorio della vita, garantendo che ogni tramonto porti in sé il codice sorgente di un'alba indistruttibile.
Era il soffio di Quetzalcoatl, il Serpente Piumato, il dio-scienziato che scese dal cielo per donare il mais e la conoscenza, e che ora tesseva un bozzolo di protezione attorno alla grotta. Come il dio mesoamericano che affrontò le fiamme per rinascere come Stella del Mattino, questo Bambino incarnava il paradosso della dualità: la terra che striscia e il cielo che vola, uniti in un'unica, letale promessa di redenzione.
Al centro di questo vortice di potenze sedeva Maria, ma la sua umiltà era una maschera per una forza tettonica. Lei non era una vittima degli eventi, ma l'architetto di un santuario di pura volontà. Attorno a lei, lo spazio-tempo si dilatava per accogliere le Grandi Madri del mito. C'era l'ombra regale di Iside, che con ali di falco batteva l'aria per soffiare la vita nel naso del figlio e nasconderlo tra i papiri dal furore di Set; c'era la grazia carica di profumo di Erzulie Freda, che trasformava il dolore universale in una corazza di bellezza e amore trascendente.
Come le dita della Madre sfioravano il neonato, l'algoritmo di protezione si faceva più fitto. La saggezza glaciale di Frigga, che aveva strappato a ogni creatura la promessa di non nuocere al suo prediletto, si fondeva con la misericordia infinita di Kannon.
La Bodhisattva orientale stendeva le sue mille braccia invisibili lungo le pareti di roccia, intercettando ogni vibrazione di odio proveniente dai sicari di Erode. Ogni loro passo falso, ogni deviazione nel labirinto di ombre di Betlemme, era il risultato di una manipolazione psichica orchestrata da questa sorellanza di divinità, un calcolo matematico che rendeva la mangiatoia un punto cieco nel tessuto stesso dell'universo.
Il Bambino, il Sol Invictus, dormiva protetto da queste sentinelle millenarie. Le leggende di Mitra, Osiride e Quetzalcoatl non erano più solo racconti, ma ingranaggi di una macchina da guerra metafisica. In quella notte, l'intero cosmo risuonò come un attacco frontale all'entropia, dove la Luce reclama il suo trono attraverso il sacrificio e la protezione suprema del Femminino Divino.
Ma oltre il perimetro di quella grazia circolare, l'oscurità vibrava di una tensione elettrica e brutale: era la manifestazione del Mascolino Divino nella sua forma più implacabile. Jahvè, il Dio degli Eserciti, il Dominus Sabaoth, osservava dalla cima del Sinai metafisico con occhi che erano fornaci di puro potere assoluto. Non era una presenza rassicurante; era la legge inflessibile, il fuoco che consuma, l’architetto di un ordine che esigeva sottomissione totale o l’annientamento.
In quell'arena cosmica, le ombre dei nemici divini si addensavano come nubi cariche di piombo. Erano i volti del potere che non accetta rivali. C’era il soffocante autoritarismo di Kansa, il tiranno che aveva cercato di strangolare il destino di Krishna tra le sue dita di ferro. C’era l’ombra di Set, il caos rosso che aveva smembrato Osiride e che ora ringhiava nel vento del deserto, cercando di disintegrare l'armonia della grotta. C’era la minaccia glaciale dei Giganti di Brina, nemici di Freyr, pronti a spegnere il calore del Sole con un inverno senza fine.
E ancora più cupo, si stagliava Tezcatlipoca, lo Specchio Fumante, l’antitesi di Quetzalcoatl. Egli non offriva redenzione, ma solo il riflesso deformato delle paure umane, il dio del destino cinico che esige sangue per il gusto del dominio.
Queste potenze del Mascolino Oscuro formavano un assedio invisibile, un blocco di granito teologico che cercava di schiacciare la vulnerabilità del neonato sotto il peso di un trono di spade e decreti immutabili.
Si scontravano lì due visioni dell'essere: da una parte la protezione radiale e nutriente delle Madri e degli Dei della Luce; dall'altra il comando verticale e tonante del Dio del Potere, che vedeva in quel vagito una minaccia alla sua sovranità assoluta.
Il vagito del Bambino era il segnale di una rivoluzione contro il dispotismo del sacro: la Luce non chiedeva più il permesso ai Generali del Cielo o ai Demoni della Terra. Reclamava il suo trono non con la forza degli eserciti di Jahvè, ma con la potenza sovversiva di un amore che le antiche divinità del potere non avrebbero mai potuto decifrare.
Il vero trionfo non appartiene a chi schiaccia, ma a chi, pur essendo Sole, accetta di farsi carne per illuminare l'abisso.
Quella discesa volontaria nel regno della forma, nell'incubo tangibile della carne, riecheggiava l'atto del guerriero impeccabile, una figura che sembrava uscita da un manoscritto dimenticato, un codice segreto che solo i santi potevano decifrare.
Come negli insegnamenti sussurrati di Don Juan Matus, l'uomo che aveva piegato la realtà con la pura forza di volontà, il Bambino doveva superare quell'idolo che era l'importanza personale, quel cancro dell'anima che ti rende cieco, per attraversare una soglia invisibile: dal Tonal, il mondo ordinario fatto di ragione, bollette e paura della morte, verso il Nagual, l'aspetto incommensurabile e sconosciuto dell'esistenza, un oceano nero dove ogni logica affogava.
In quel luogo, la dualità tra l'autorità che schiaccia e il dono che redime non era che l'ultima e più insidiosa illusione del Nemico. Il Cristo, il guerriero impeccabile, smascherò la Verità che si cela oltre lo specchio incrinato della realtà: l'unica autorità che libera è quella del servizio e l'unico dono che redime è il sacrificio d'amore.
È in questo varco tra i mondi che risuona, limpida e tagliente come una lama di luce, la voce di ʿĪsā ibn Maryam: «Il mondo è un ponte: attraversalo, ma non costruirvi sopra la tua dimora».
Intanto, lungo i confini di questa realtà incrinata, ancora in lontananza, i Magi avanzavano come navigatori del caos, non semplici saggi, ma maestri dell'agguato che avevano decifrato il codice di una stella anomala per compiere un viaggio periglioso attraverso deserti fisici e psichici. Essi non portavano solo doni, ma l'essenza stessa della loro consapevolezza, eludendo le pattuglie del tiranno e le trappole del Tonal per testimoniare la singolarità del Nagual che stava per partorire il Bambino e riscrivere, per sempre, il destino della percezione umana.
Finito il racconto, iniziò la Storia.