Il confronto doveva riguardare l’Europa. È finito con Mario Monti che, davanti alla platea del Forum di Cernobbio, ha accusato Roberto Vannacci di riportare nel dibattito pubblico italiano «la narrativa e la retorica dello spirito del fascismo».
Nella Sala Impero di Villa d’Este il leader di Futuro Nazionale aveva iniziato attaccando il processo di integrazione europea e difendendo il diritto di veto degli Stati membri. «L’unanimità nell’Unione europea non è una patologia ma una garanzia», ha sostenuto, perché impedirebbe «che 26 Stati comandino sul ventisettesimo».
Vannacci ha poi chiamato in causa Gran Bretagna, Norvegia, Svizzera, Turchia e Islanda per sostenere che non tutti i Paesi europei desiderino una maggiore integrazione con Bruxelles. Il riferimento islandese parte da un dato reale, ma merita una precisazione: nel referendum del 29 agosto 2026 il 52,8% degli elettori islandesi ha votato contro la ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea, mentre il 47,2% ha votato a favore. Non si trattava dunque di uscire dall’Ue né di respingere un’adesione già concordata. L’Islanda resta inoltre profondamente integrata con l’Unione attraverso lo Spazio economico europeo e Schengen.
Ma è stato quando la discussione si è spostata dalla costruzione europea alla storia politica italiana che lo scontro è diventato frontale.
Monti ha anzitutto ricordato a Vannacci che l’Unione europea non nasce con Maastricht nel 1992. Poi ha abbandonato il tono accademico. «Oramai sono vecchio», ha detto, annunciando che combatterà fino all’ultima energia quello che considera il tentativo di Vannacci di ricostruire la retorica del fascismo. L’ex presidente del Consiglio ha precisato di non accusarlo di voler ricostituire formalmente il Partito fascista, ma di riconoscere nelle sue posizioni la riproposizione di una narrativa politica che richiama quello spirito. Le dichiarazioni sono state riportate anche dalle cronache del Forum, dove Monti ha raccolto gli applausi più calorosi della platea.
L’attacco è proseguito sul programma politico di Futuro Nazionale. Secondo Monti, diversi punti sarebbero incompatibili con la Costituzione italiana e con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Una loro applicazione, ha sostenuto, porterebbe rapidamente il Paese fuori dall’architettura politica e monetaria europea.
Vannacci ha respinto tutto. Fuori dalla sala ha definito «ridicola» anche l’accusa di ricostituzione del Partito fascista presentata alla procura militare dal Sindacato dei Militari, richiamando la legge Scelba e sostenendo che nel proprio programma «non c’è nulla fuori dalla Costituzione».
Ed è proprio qui che il confronto diventa politicamente più interessante. Perché il punto sollevato da Monti non riguarda necessariamente la ricostituzione giuridica del fascismo, questione sottoposta a criteri precisi dalla legge, ma l’uso di simboli, parole d’ordine, categorie culturali e linguaggi che appartengono inequivocabilmente alla storia fascista.
Un esempio particolarmente significativo è il motto «me ne frego», richiamato anche nella comunicazione social di Vannacci...
Presentarlo come una formula politicamente neutra significa cancellarne una parte essenziale della storia.
Il motto affonda le sue radici nell’ambiente combattentistico e nell’arditismo sviluppatosi attorno e immediatamente dopo la Prima guerra mondiale, attraversa il dannunzianesimo e l’impresa di Fiume e viene successivamente incorporato pienamente nell’immaginario fascista. La stessa Treccani ricorda come l’arditismo sia confluito nel fascismo fornendogli anche atteggiamenti, simboli e formule, tra le quali proprio «me ne frego».
Non si tratta quindi di una sovrapposizione inventata oggi dagli avversari politici di Vannacci.
Nell’Enciclopedia Italiana del 1932, alla voce dedicata al fascismo, il «me ne frego» viene esplicitamente definito un motto dello squadrismo e assunto come rappresentazione di uno stile politico fondato sul combattimento, sul rischio e sulla sfida. Treccani, tornando sull’argomento in tempi recenti, lo definisce ancora «orgoglioso motto squadrista», ricordandone la permanenza nell’immaginario nostalgico fascista contemporaneo.
Questo non significa naturalmente che chiunque pronunci quelle tre parole debba automaticamente essere definito fascista. Significa però che un dirigente politico che le recupera consapevolmente non può pretendere che venga ignorato il loro peso storico, soprattutto quando quelle parole si accompagnano a un programma e a una rappresentazione della società che alimentano un confronto continuo con i principi di uguaglianza, pluralismo e tutela delle minoranze propri dell’ordinamento costituzionale.
È esattamente la distinzione fatta da Monti a Cernobbio: non la denuncia di una nuova marcia su Roma, ma l’allarme per il ritorno di un linguaggio e di una costruzione culturale.
E non è un dettaglio secondario che Vannacci, di fronte a una delle platee più rappresentative dell’establishment economico italiano, abbia scelto di presentare una visione dell’Europa costruita soprattutto sulla sovranità nazionale, sull'opposizione a una maggiore integrazione e sulla rivendicazione del diritto dei singoli Stati di bloccare le decisioni comuni, un duro attacco all’integrazione politica europea, rilevando anche il netto contrasto con la posizione europeista di Monti.
Alla fine, il confronto di Cernobbio ha prodotto qualcosa di più significativo del previsto. Vannacci voleva discutere dei limiti dell’Unione europea. Monti lo ha obbligato a discutere anche dei limiti che la storia e la Costituzione pongono alla politica italiana. Ed è forse questa la questione centrale.
Si può discutere dell’unanimità nell’Ue, dei poteri di Bruxelles, dell’euro, dell’immigrazione o dell’integrazione europea. Si può perfino proporre di cambiare radicalmente l’assetto politico dell’Unione. Ma quando si recuperano parole, simboli e costruzioni retoriche appartenute alla cultura fascista, non basta liquidare come «fantascientifica» ogni contestazione.
Perché la storia delle parole esiste. E quella del «me ne frego», piaccia o meno, è documentata con una chiarezza che lascia ben poco spazio alle riscritture.


