Riapre il valico di Rafah, ma solo per propaganda
Il valico di Rafah tra Gaza ed Egitto ha finalmente riaperto al passaggio delle persone. È un fatto concreto, atteso da mesi, che segna una svolta simbolica per migliaia di palestinesi intrappolati nella Striscia. Ma è una riapertura limitata, controllata e numericamente irrilevante rispetto all'emergenza reale.
Il confine era di fatto chiuso dal maggio 2024, quando la parte palestinese del valico è stata occupata dalle forze israeliane. La riapertura era prevista nella prima fase del piano di cessate il fuoco promosso dal presidente statunitense Donald Trump, avviato a ottobre, ma è stata bloccata fino alla restituzione del corpo dell'ultimo ostaggio israeliano detenuto a Gaza, avvenuta solo la scorsa settimana.
Ora il passaggio è operativo, sotto la supervisione dell'Unione Europea, con personale palestinese sul posto e controlli di sicurezza israeliani a distanza. Le prime ambulanze hanno già attraversato il confine verso l'Egitto, trasportando pazienti gravi.
Ma i numeri raccontano una realtà brutale: circa 20.000 malati e feriti sono in lista d'attesa per lasciare Gaza e ricevere cure mediche. Secondo fonti israeliane, potranno uscire solo 50 pazienti al giorno, accompagnati da uno o due familiari. Una goccia nel mare. Nessun passaggio di merci, nessun flusso regolare di aiuti. Solo persone, poche, selezionate, con procedure lente e rigide.
Per molti palestinesi Rafah resta una “linea di vita” verso il mondo esterno, ma una linea sottile, fragile, insufficiente. La frustrazione è evidente: si può uscire, ma in pochi. Si può partire, ma non si può ricostruire. Si può curare qualcuno, ma non un popolo.
Le storie che arrivano dal valico spiegano meglio di qualsiasi comunicato ufficiale cosa significhi questa riapertura.
Politicamente, la riapertura viene celebrata come un “passo positivo”. L'UE parla di progresso nel processo di pace. Il Regno Unito chiede che ora entrino anche gli aiuti e si allentino le restrizioni. Ma sul terreno, la realtà resta durissima: Gaza continua a essere isolata, con accessi controllati, flussi contingentati, dipendenza totale da decisioni esterne.
Prima del 2024 Rafah era il principale punto di uscita per i civili e un canale fondamentale per l'ingresso degli aiuti umanitari. Oggi gli aiuti passano quasi esclusivamente da Karem Abu Salem, sotto controllo israeliano. Rafah riapre, sì, ma in versione ridotta: più simbolo che soluzione.
Dall'inizio della guerra, l'operazione militare israeliana ha causato oltre 71.800 morti palestinesi, secondo il ministero della Sanità di Gaza. Dal cessate il fuoco, 526 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano, mentre l'esercito israeliano conta quattro soldati morti in attacchi palestinesi. I numeri raccontano un conflitto ancora vivo, instabile, lontano dalla normalizzazione.
La riapertura del valico non è la fine dell'emergenza. È solo un piccolo spiraglio in un muro enorme. Per migliaia di persone è una speranza concreta di sopravvivenza. Per Gaza, nel suo insieme, resta una promessa incompleta: si può uscire, ma non si può ancora vivere.
Nel cuore di Gaza si sta consumando una tragedia che non si può più raccontare con eufemismi. Una commissione delle Nazioni Unite ha stabilito in modo chiaro che le azioni di Israele nella Striscia di Gaza devono essere valutate alla luce del diritto internazionale, inclusa l'obbligazione di garantire i bisogni fondamentali della popolazione e permettere l'ingresso degli aiuti umanitari. Questo giudizio non è propaganda: è il minimo che si possa chiedere di fronte al collasso sistemico di un territorio sotto assedio.
Non basta parlare di “operazioni militari” o “danni collaterali”. Nelle ultime fasi del conflitto, centinaia di persone – tra cui decine di giornalisti internazionali e locali – sono morte o sono state gravemente ferite in attacchi ripetuti contro strutture civili, inclusi ospedali. La comunità internazionale non può più voltarsi dall'altra parte quando mezzi di soccorso, sanitari e cronisti vengono eliminati mentre fanno il loro lavoro.
La narrazione ufficiale di Tel Aviv – secondo cui tutte le vittime sono “militanti nascosti tra i civili” – è un insulto all'intelligenza e alla dignità umana. È la stessa narrativa che ha accompagnato decenni di bombardamenti indiscriminati, blocchi dei beni essenziali e restrizioni all'ingresso di cibo, medicine e carburante, trasformando Gaza in una prigione a cielo aperto. Nessuna giustificazione militare tiene se le conseguenze sono una catastrofe umanitaria dichiarata e prolungata.
Israele è una potenza occupante con risorse e capacità tecnologiche enormi. Non può fingere che l'uccisione di bambini, medici, infermieri e giornalisti sia “danno collaterale”. Quando un ospedale viene colpito due volte nello stesso giorno, prima e poi mentre i soccorritori cercano di aiutare gli altri feriti, si tratta di qualcosa di più di un “tragico incidente”.
Eppure la comunità internazionale è scandalosamente lenta nell'agire. Le risoluzioni dell'ONU vengono messe in piedi, ignorate o neutralizzate dai soliti alleati. Le proteste popolari contro il massacro vanno in fumo mentre i governi si limitano a esprimere “grave preoccupazione”. Questo non è un conflitto qualsiasi: è una dimostrazione quotidiana di potere asimmetrico, con una popolazione civile intrappolata e devastata.
Chi ancora difende l'indifendibile dovrebbe guardare i fatti: Gaza non è un campo di battaglia neutro, è una popolazione sotto assedio da oltre un anno. Le condizioni di vita sono disumane, e le morti – incluse quelle di operatori sanitari e cronisti – non sono accidentali. È tempo di chiamare le cose con il loro nome: non si possono bombardare ospedali e scuole e poi parlare di “precisione chirurgica”. È un uso sproporzionato e criminale della forza.
La pace non arriverà con silenzi compiacenti e doppie morali. Arriverà quando si tratterà Israele come uno Stato qualunque: responsabile delle sue azioni, soggetto al diritto internazionale e costretto a cessare una campagna militare che ha umiliato e distrutto intere generazioni. La verità è scomoda, ma ignorarla è morire un po' ogni giorno con Gaza.