Schiacciati dai giganti: l’ultima chance del Vecchio Continente sono gli “Stati Uniti d’Europa”.
Unita dalla moneta, divisa da tutto il resto. L’Europa di oggi, in balia di un equilibrio instabile e sempre più precario, è come un vaso di coccio stretto tra i vasi di ferro delle grandi superpotenze mondiali. Stati Uniti, Cina, Russia si muovono con strategie chiare e interessi netti; l’Unione europea, invece, procede a passo incerto, frenata da politiche nazionali divergenti e da una visione comune che resta più dichiarata che praticata. Così, mentre il mondo accelera, l’Europa rischia di restare ferma e di essere frantumata.
Il nodo è evidente: l’Europa non è una vera unione politica, ma un insieme di Paesi troppo diversi per lingua, tradizione, storia e priorità strategiche. Differenze che potrebbero rappresentare una forza, se messe a sistema, ma che nella realtà si trasformano in ostacoli. Ogni Stato difende il proprio interesse immediato, raramente quello collettivo. Manca la disponibilità a “mettersi al servizio” gli uni degli altri, cioè a rinunciare a qualcosa oggi per contare di più domani. E senza questa rinuncia, nessun progetto comune può reggere nel lungo periodo.
La domanda, allora, è inevitabile: quale soluzione ha l’Europa per sopravvivere alla pressione delle grandi superpotenze e non rimanerne schiacciata?
La risposta, per Mario Draghi, è tanto chiara quanto scomoda. Se l’Europa vuole ambire alla potenza, deve smettere di essere una semplice confederazione di Stati e diventare una vera federazione. Nel nuovo ordine mondiale che si sta delineando, ha avvertito l’ex presidente della Bce, Italia e Unione europea rischiano di giocare un ruolo secondario, da subordinate. Un destino incompatibile con le ambizioni e con i valori che l’Europa dice di voler difendere.
Draghi non parla di ritocchi marginali o di compromessi al ribasso. L’Unione, sostiene, non ha più tempo per escogitare aggiustamenti: serve un cambiamento strutturale. A Leuven, in occasione del dottorato honoris causa, è stato netto: o l’Europa accetta di restare un grande mercato, esposto alle decisioni altrui, oppure compie i passi necessari per diventare una potenza politica. Non esistono terze vie. E un continente incapace di difendere i propri interessi, ha aggiunto, non potrà preservare a lungo neppure i propri valori.
La realtà geopolitica lo dimostra. In Italia sono presenti da quasi ottant’anni circa 13mila militari americani: una presenza che racconta più di mille discorsi l’assenza di una vera autonomia strategica europea. I dossier più delicati – dall’adesione alle Nuove Vie della Seta cinesi alle scelte energetiche legate alla Russia – sono spesso condizionati, quando non direttamente dettati, da Washington. Un’alleanza, certo, ma anche una dipendenza che pesa.
Il paradosso è che il principale limite a una federazione europea non viene dall’esterno, bensì dall’interno. Sono gli Stati membri a opporsi, dossier dopo dossier, a ogni reale passo avanti. La difesa comune resta una chimera, bloccata da veti incrociati e interessi nazionali. In sede comunitaria si litiga; fuori, si agisce in ordine sparso, svuotando di senso ogni ambizione collettiva.
Eppure, la scelta non può più essere rimandata. Continuare così significa accettare l’irrilevanza geopolitica. Diventare una federazione significa, invece, rinunciare a una parte di sovranità nazionale per conquistare una sovranità più grande, europea. È una decisione politica, prima ancora che istituzionale. Ma è anche l’unica strada perché l’Europa smetta di essere un vaso di coccio e inizi, finalmente, a reggere l’urto della storia.