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Salah mette la Uefa sotto accusa in relazione a come ha ricordato la morte del "Pelé palestinese"

Quando il calcio decide di ricordare un campione, dovrebbe farlo con sincerità, non con mezze frasi che svuotano di senso la tragedia. È il messaggio che Mohamed Salah, stella del Liverpool e della nazionale egiziana, ha lanciato senza giri di parole alla Uefa, dopo il suo omissivo tributo a Suleiman al-Obeid, soprannominato il "Pelé palestinese".

La Federazione calcistica palestinese (PFA) lo ha detto chiaramente: al-Obeid, 41 anni, è stato ucciso a sud di Gaza da un attacco israeliano contro civili in attesa di aiuti umanitari. Eppure, nel post celebrativo pubblicato dalla Uefa su X, nemmeno un accenno alle circostanze. Solo un saluto generico a "un talento che ha dato speranza a innumerevoli bambini, anche nei momenti più bui".

Salah ha risposto tagliente:

"Can you tell us how he died, where, and why?"
(Potete dirci come è morto, dove e perché?)
Una frase che è più di una domanda: è una denuncia. Perché omettere il contesto significa, di fatto, depoliticizzare la morte di un uomo ucciso nel genocidio in corso a Gaza ad opera dell'esercito dello Stato ebraico di Israele.

Al-Obeid era molto più di un calciatore. Con 24 presenze in nazionale e oltre 100 gol in carriera, aveva regalato uno dei momenti più iconici del calcio palestinese: una rovesciata contro lo Yemen nel 2010. Il soprannome di "Pelé palestinese" non era solo un complimento tecnico, ma il riconoscimento di un talento che resisteva, letteralmente, sotto le macerie.

Dall'inizio del conflitto, lo sport a Gaza è stato travolto: 662 sportivi uccisi insieme ai loro familiari: 421 erano calciatori. 288 impianti sportivi distrutti o danneggiati, quasi tutti a Gaza. Persino la sede della PFA è stata colpita. Numeri che raccontano un genocidio culturale oltre che fisico.

Salah non è nuovo a gesti di solidarietà verso Gaza: due anni fa, infatti, aveva finanziato la Mezzaluna Rossa Egiziana. Ma questa volta la sua presa di posizione è anche un atto d'accusa contro una retorica calcistica che, quando si tratta di Palestina, preferisce la vaghezza.

E allora, la domanda resta sul tavolo: si può onorare un atleta senza raccontare la verità sulla sua fine? Per Salah, e per chi crede che il calcio debba ancora avere il coraggio della parola, la risposta è no.

Per questo è giusto chiedersi come diavolo sia possibile che le squadre di club e le nazionali di qualsiasi disciplina sportiva appartenenti allo Stato canaglia di Israele non siano ancora state sospese a livello internazionale da qualsiasi competizione?

Autore Ugo Longhi
Categoria Sport
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