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L'Europa rinnega il Green Deal: la competitività diventa il cavallo di Troia dell'arretramento ambientale


L'Unione Europea ha scelto. E la scelta è chiara: sacrificare l'ambiente sull'altare del profitto. Con un atto politico che segna un cambio di paradigma netto – e per molti versi drammatico – il Consiglio europeo ha ufficializzato la frenata degli impegni climatici per fare spazio alla "competitività", la nuova parola d'ordine dietro cui si nasconde la resa ai diktat delle lobby industriali.

La svolta non è frutto di un inciampo casuale, ma il risultato di una strategia coordinata. Sotto la benedizione del rapporto Draghi, i leader dei 27 hanno adottato come linea guida l'idea che l'unico modo per restare "forti" è allentare le regole, semplificare, deregolamentare. Tradotto: meno vincoli per le imprese, meno tutela per l'ambiente, meno democrazia per i cittadini. La Commissione è già pronta a riscrivere le norme al ribasso.

Green Deal spogliato dei suoi obiettivi
Il target di riduzione delle emissioni del 90% al 2040 viene formalmente mantenuto, ma svuotato di contenuto: si aprono alla contabilizzazione dei crediti di carbonio internazionali, si invocano "mezzi realistici e pragmatici", si prevede una clausola di revisione che permette di rimettere tutto in discussione. È il trionfo della flessibilità, cioè la porta aperta a deroghe infinite.

Tutto ruota attorno alla parola magica: competitività globale. In nome di essa, ogni principio ecologico diventa negoziabile. Le lobby dell'automotive esultano: l'Italia, con l'appoggio della Germania, spinge per reintrodurre i biocarburanti come scappatoia alla transizione elettrica. Gli Ets2 – che avrebbero imposto una responsabilità climatica anche a trasporti ed edifici – vengono messi in dubbio prima ancora di essere partiti.

Un attacco politico coordinato
Non si tratta solo di ambiente. È in corso un riassetto di potere. L'alleanza tra popolari e destre sta ridefinendo l'agenda europea. Lo dimostra la battaglia sulla direttiva sulla due diligence – strumento fondamentale per impedire alle imprese di produrre profitti violando diritti umani e distruggendo ecosistemi. Il compromesso al ribasso è stato bloccato per un soffio dall'Europarlamento, ma i governi vogliono ribaltare il voto. Weber e Merz dettano la linea: competitività prima di tutto, anche a costo di calpestare ambiente, diritti e legalità.

La risposta dei Verdi e dei progressisti
«Siamo di fronte al più grande attacco di sempre contro il Green Deal», denuncia Bas Eickhout, dei Verdi europei. E ha ragione. La linea adottata dal Consiglio non è una pausa di riflessione, ma un arretramento strutturale. Germania e Francia, paesi che dovrebbero guidare la transizione, stanno invece garantendo spazio a un ritorno ai combustibili fossili e all'incertezza normativa. Il messaggio agli investitori è devastante: l'Europa non crede più nelle sue stesse regole.

Il vertice del 12 febbraio: la resa dei conti
Antonio Costa ha convocato per il 12 febbraio un vertice straordinario sulla competitività. Ma la vera posta in gioco sarà politica: confermare o respingere l'abbandono della transizione ecologica come asse strategico dell'Ue. Se passerà la linea dei 19 governi – inclusa l'Italia – che chiedono "minimo indispensabile di regolamentazione", l'Europa consegnerà il suo futuro industriale e climatico nelle mani del mercato… e della Cina, che nel frattempo investe sulle tecnologie pulite.

Non è una questione tecnica. È una questione di democrazia
Dietro il mantra della competitività si nasconde una verità scomoda: il Green Deal era l'ultima grande promessa dell'Europa ai suoi cittadini, l'unica visione capace di dare senso al progetto europeo nel XXI secolo. Svuotarlo oggi significa accettare un modello di società in cui profitti privati vengono prima della sopravvivenza collettiva.

La resistenza inizia adesso. Non possiamo permettere che il futuro venga deciso nelle stanze dei governi sotto la pressione delle lobby fossili. Serve una mobilitazione sociale, politica, culturale. Il Green Deal non è un lusso ideologico, comme pretendono di farci credere: è l'unica via per evitare la catastrofe climatica e per costruire un'economia equa, innovativa e realmente europea.

 

Fonte: il manifesto

Autore Sandro Alioto
Categoria Politica
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