E' impossibile valutare il Sistema Sanitario italiano senza considerare innanzitutto il livello di istruzione degli italiani. Numerosi studi hanno, infatti, dimostrato che l’istruzione è associata allo stato di salute fisica e mentale, nonostante i contesti socioeconomici siano molto diversi.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’alfabetizzazione sanitaria, ovvero la capacità di trovare, comprendere e usare le informazioni in ambito sanitario, è strettamente correlata al livello di istruzione (WHO, 2011). Persone con un’istruzione superiore tendono ad avere una maggiore capacità di leggere etichette, seguire prescrizioni mediche e partecipare a programmi di prevenzione.

Uno studio pubblicato su Economics and Human Biology (Martínez et al., 2018) analizza le differenze di salute in America Latina, evidenziando come il livello di istruzione sia uno dei principali fattori di disuguaglianza. I dati mostrano che individui con un’istruzione più alta tendono ad avere una migliore salute generale, meno malattie croniche e una maggiore capacità di adottare comportamenti preventivi. 
La ricerca sottolinea inoltre che l’istruzione influenza anche le risorse economiche e l’accesso ai servizi sanitari, creando un circolo virtuoso di miglioramento delle condizioni di salute.

Il nesso tra disponibilità economica, istruzione e accesso alle cure non è diretto (causa-effetto), bensì circolare, con i tre fattori che si alimentano l'un l'altro. Lo conferma uno studio condotto negli Stati Uniti da Berkman et al. (2011) che ha evidenziato che individui con un livello di istruzione più elevato presentano tassi di mortalità più bassi, anche dopo aver controllato per altri fattori come reddito e accesso ai servizi sanitari.
Inoltre, l’International Adult Literacy Survey (IALS) ha dimostrato che un maggior livello di alfabetizzazione funzionale è associato a una migliore capacità di gestire malattie croniche, come diabete e ipertensione.

Un’altra ricerca, pubblicata su Economics of Human Biology (Mok et al., 2018), conferma il ruolo dell’istruzione nel determinare la capacità di autogestione della salute.
Lo studio evidenzia che l’istruzione superiore aumenta la probabilità di adottare comportamenti salutari, come una dieta equilibrata e l’attività fisica, e di aderire a programmi di prevenzione.

L'istruzione è un fattore essenziale nell'accesso e nel mantenimento delle cure, in quanto fornisce le conoscenze e le competenze necessarie per comunicare meglio i sintomi e i problemi di salute, come per comprendere meglio le modalità di trattamento e le strategie di prevenzione.

Del resto, basta un po' di buon senso per accorgersi che un paziente che poco conosce l'anatomia e l'igiene ha maggiori difficoltà già nel riconoscere i propri sintomi e a riferirli al medico, tanto quando un paziente con scarse competenze scientifiche tenderà a diffidare delle cure proposte, non essendo in grado di comprenderle.

Da qui la lunga fila di coloro che prendono i farmaci "quando è necessario" e non secondo le indicazioni mediche, di coloro che ripetono più volte visite ed esami sperando di sentirsi dire quel che vogliono, di coloro che si affidano ad integratori e tisane perché diffidano dei farmaci e, purtroppo, di coloro che si affidano ad influencer e divulgatori attenti solo al numero di "like" o peggio ancora a ciarlatani, attenti solo ai quattrini.

“L’educazione è un potente strumento per promuovere comportamenti salutari e migliorare gli esiti di salute a livello globale” (WHO, 2011).

Andando all'Italia, i dati ISTAT riferiscono che il tasso di mortalità per malattie cardiovascolari è significativamente più alto tra le persone con una scolarizzazione inferiore. Questo risultato può essere attribuito, in parte, a comportamenti meno salutari, come il fumo, la sedentarietà e una dieta poco equilibrata, che sono più diffusi tra le persone meno istruite (ISTAT, 2020).

Il nesso circolare tra disponibilità economica, istruzione e accesso alle cure è molto evidente facendo un raffronto tra l'Italia e i propri maggiori partner continentali.

Infatti, l'Italia vede il 41,7% dei suoi abitanti con un livello di istruzione “basso” e spende per la salute solo l'8,9% del proprio PIL, cioè circa 3.000 euro pro capite annui.
Viceversa, la Francia ha solo il 20,5% di abitanti con una istruzione bassa e spende per la salute il 12,3% del PIL,  cioè circa 4.800 euro pro capite annui.
Il Regno Unito che conta il 19,9% della popolazione con istruzione bassa spende per la salute il 10,9% del PIL, cioè circa 5.100 euro pro capite annui.
Per finire alla Germania che ha solo il 17% di abitanti che hanno conseguito solo la licenza media (MittelSchuele) e spende in salute il 12.9% del PIL, cioè circa 5.700 euro pro capite annui.

In altre parole, il livello di istruzione è un fattore moltiplicativo quando parliamo di Salute/Sanità, con il risultato che le nazioni maggiormente istruite (in particolare a livello scientifico) riescono non solo a garantire un miglior rapporto medico-paziente, ma soprattutto riescono a contribuire al Sistema Sanitario con finanziamenti di gran lunga superiori a quelli di una nazione dove le lauree scientifiche languono e l'abbandono scolastico è un fenomeno atavico.

Un serpente che si morde la coda, quello italiano, visto che un livello di istruzione più elevato è associato a migliori opportunità di lavoro e reddito, che a loro volta comportano una maggiore comprensione dei problemi di salute ed una maggiore capacità di contribuzione fiscale (e mutualistica).

Un po' come dire che, se l'Italia non riporta la Scuola a livelli almeno sufficienti secondo i parametri Ocse, la Sanità farà sempre acqua da qualche parte.