Negli ospedali e nelle strutture sanitarie italiane il clima è diventato sempre più teso e la violenza contro medici, infermieri e operatori sociosanitari è ormai una realtà diffusa da nord a sud. Non si parla più di episodi isolati o legati a singole città, ma di un fenomeno in crescita che coinvolge l’intero Paese e che negli ultimi anni ha assunto dimensioni preoccupanti.

I dati disponibili indicano che ogni anno si registrano oltre diciottomila aggressioni ai danni del personale sanitario, con più di ventiduemila operatori coinvolti. La forma più frequente resta quella verbale, fatta di minacce, insulti e intimidazioni, ma una parte rilevante degli episodi degenera in violenza fisica, con spinte, colpi e lesioni che in molti casi vengono riconosciute come infortuni sul lavoro. Migliaia di operatori, infatti, sono costretti a ricorrere a cure mediche o a periodi di assenza dopo essere stati aggrediti durante il servizio. Tra le categorie più colpite emergono gli infermieri, seguiti da medici e operatori sociosanitari.

I contesti più critici restano il pronto soccorso, i reparti di psichiatria e le aree di degenza ad alta tensione emotiva, dove l’attesa, la sofferenza e la paura di pazienti e familiari rendono più facile l’esplosione di conflitti. In questi ambienti, la divisa diventa spesso il bersaglio di una rabbia che nasce da problemi strutturali del sistema sanitario. Il crescente numero di aggressioni sta alimentando un forte senso di insicurezza tra gli operatori, molti dei quali dichiarano di sentirsi meno tutelati rispetto al passato.

Sindacati e ordini professionali chiedono con insistenza misure concrete di prevenzione e protezione, ma anche interventi più profondi sull’organizzazione della sanità, perché senza un cambiamento reale il rischio è che la violenza continui a crescere, logorando ulteriormente chi ogni giorno lavora per garantire cure e assistenza a tutti.